Archivi per la categoria ‘Obituaries’

Ballerina mia

giovedì, 24 novembre 2011

Ne scrivo qui, perché parlarne – magari telefonicamente – è troppo faticoso. Perdonate poi la brutalità dell’espressione ma davvero non trovo parole buone per dire a voi, nostri amici di sempre, questa cosa.

Toga Party, nota come Toga e basta, ma anche come Mamma Toga, è morta martedì 22 novembre.

Non credo abbiano senso le domande di rito: stava male, com’è successo e come no. Nella fattispecie stava malissimo, povera piccola vecchietta, e negli ultimi tre o quattro giorni di vita aveva smesso di mangiare, attività che – come per ogni peloso quadrupede – era fra le sue innumerevoli passioni.
Cervello e vera e propria «mente criminale» delle attività animali nei luoghi in cui ha vissuto per quasi tre lustri, mal si adattava a educazione e comportamenti urbani. Era rimasta in cuor suo un animale selvatico, più simile a un gatto che a un cane. Gran guardiana, ogni rumore o traccia la poneva in allarme, dando il via alla nostra piccola ronda composta da dieci zampe.
Zampette lunghe e sottili le sue, come quelle di ogni buon pit bull ADBA, montate su un corpo a prima vista esile ma invero velocissimo e funzionale alla caccia; dei piccioni, sul terrazzo della casa romana, come delle farfalle che si affollavano a baciarla, attorno Casa Baggins, sua ultima residenza.
Agli occhi degli umani, ha sempre sofferto il confronto col suo compagno, animale poderoso, più pesante di dieci, dodici chili e protagonista flamboyant. Ma lei era così: silenziosa, persino schiva, minuta, madre solamente essenziale dei suoi otto cuccioli, imprevedibile. Una gran stronzetta. Il sole attorno il quale si è svolta la vita di Bluto. E la mia, ricambiatissimo. Come quando si esibiva per me, ballando con quel movimento tipico dei felini che saltano da una zampa all’altra, come le massaie quando impastano il pane. O quando si univa alle mie canzoni, nelle rare esibizioni della sua voce, ululando o tubando come una colomba.

Faremo una gran fatica nel non trovare il suo naso all’insù puntato verso di noi, curioso dei movimenti del suo branco e testimone dell’istinto protettivo verso i maschi, i fessi della casa.

Bon, ho già scritto più di quanto avrei voluto e di quanto sia capace di sopportare. Era la mia cagna e dunque la più bella fra le belle. Sapeva di buono anche quando non era buona, spesso, e quando puzzava di cane. È stato un privilegio averla avuta al fianco potendo godere del suo amore incondizionato.

Che Dio abbia pietà di lei e, se non chiedo troppo, di noi che rimaniamo senza. Un po’ sbalorditi, un po’ confusi, eternamente grati.

Solly Tyibilika, 1979-2011

lunedì, 14 novembre 2011

Apprendo ora dell’omicidio di Solly Tyibilika, flanker degli Springboks, la nazionale di rugby sudafricana. Fra i primi giocatori di colore a vestire la maglia di quel Paese – il mio preferito nel Tri Nations – ha totalizzato in carriera otto caps e quindici punti.
È stato ucciso in un bar di Gugulethu, vicino Città del Capo.

Ciao, Steve

giovedì, 6 ottobre 2011

Grazie di tutto: il Classic, l’LCII, l’iMac, il MacBook Pro, il Mac Pro. A marzo festeggerò i miei primi vent’anni con la Mela. Peccato non poterti invitare alla festa.
Fai un buon viaggio.

Mannaggia, Carlo

lunedì, 30 maggio 2011

Se ne è andato all’improvviso, il mio direttore. Ogni tanto spariva, a volte per mesi, e lasciava la redazione senza un telefonata, senza un messaggio, un post-it. Una nuvola di fumo, anzi neanche quella, e scompariva. A volte, si aveva l’impressione che ancora giocasse al Great Game per conto dei suoi amici russi.
C’era una guerra, una guerra orrenda e infame, nelle terre degli zar e noi avevamo preso l’abitudine di chiamarlo – a sua insaputa, non sia mai – il Ceceno.
Ceceno lui, che figlio più limpido delle sue Marche non poteva essere. Quanto orgoglio gli lessi negli occhi quando, per caso, gli dissi di conoscere la sua Fermo e Capodarco, Porto San Giorgio e persino don Franco e don Vinicio. E i racconti di una giovinezza agiata e di altri tempi fra le dolci colline marchigiane e il mare lì di fronte, quella terra cui appartieni e dalla quale ti senti soffocare, la vita oltrecortina e il Kgb che metteva cimici persino nelle mutande. Discorsi lasciati a metà, sempre, con il gusto di affascinare col detto e non detto. Anche perché, appunto, spariva.

Poi faceva la grazia di telefonare in redazione e raccontava di trovarsi in un ospedale moscovita, tranquilli, sarebbe tornato di lì a poco. Un paio di settimane ancora, che volete che sia. Come ci fosse finito, in un tugurio d’ospedale di Mosca dieci o giù di lì anni fa, un mistero. Un mistero che rimarrà tale, ora che è morto a Roma.

Ciao, Carlo, the spy we loved and feared.

Unifil, un morto e quattro feriti

venerdì, 27 maggio 2011

Un militare italiano è deceduto e altri quattro sono stati feriti a causa di un ordigno esploso al passaggio del loro automezzo. È accaduto in Libano, vicino Sidone. Ironia della sorte, qualche giorno fa ventisette autocarri Acm80 erano stati donati dal nostro Governo all’esercito nazionale libanese.
Chi scommette con me che Gheddafi ha esultato?

Post scriptum – Ringraziando il Cielo, il morto non c’è stato. In compenso, altri militari italiani sono rimasti feriti in Afghanistan a causa di un attacco suicida. Auguri ai convalescenti, nel rispettho dei tragigi avvenimendi.

Oh, cazzo

lunedì, 31 gennaio 2011

È morto John Barry. Si tratta dell’uomo che ha scritto – fra le mille cose – Theme from The Persuaders e Goldfinger, per la splendida voce di dame Shirley Bassey, Midnight Cowboy e 007. Addio, e grazie.

Giovani italiani all’estero

martedì, 12 ottobre 2010

No, non mi riferisco al bell’articolo che Time ha dedicato alla nostra meglio gioventù, che col suo curriculum va all’estero e fa fortuna perché colta e intelligente. E perché è normale farne. Mi riferisco a quei poveri quattro alpini che han lasciato le penne in Afghanistan.

Sicuramente avrete notato come il dibattito innescato, nel rispetto dei tragici avvenimenti, da quelle quattro morti si sia incentrato sull’armare i nostri aerei nella zona delle operazioni in modo da fornire più supporto alle truppe impegnate a terra. Ora, chiariamoci le idee: è una cosa abbastanza logica, non trovate? Del resto, l’aviazione fu in larghissima parte della propria storia esattamente questo: controllo dal cielo e bombe a terra per facilitare il lavoro alla fanteria. Come il cavallo e i pedoni. Dimenticatevi i caccia e i top gun, nati solo per difendere i più pesanti bombardieri.
Ora fatevi una domanda: da quanto tempo siamo in Afghanistan? Trovata la risposta, e non è un annetto o giù di lì, chiedetevi anche come ci siamo finiti. E chi e come ha scritto le «regole d’ingaggio» per i nostri militari.
«L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali»: l’Italia ripudia la guerra e quindi non invia il suo esercito all’estero. Eppure, de facto, lo abbiamo mandato ovunque negli ultimi trent’anni. Trenta, non cinque, non dieci, non i quindici della Seconda repubblica. Prosegue l’articolo 11: «Consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni». Quindi, tutto sommato, forse ce lo possiamo mandare, l’esercito all’estero. Basta che siamo d’accordo con altri Paesi, no? Però all’italiana, mandiamocelo piano piano. Senza troppe armi. Con la solita storiella di quanto sono bravi i «nostri ragazzi» a svolgere «operazioni di pace».

Bene. I nostri militari muoiono perché sul cammino dei loro mezzi incontrano ordigni esplosivi improvvisati, perché i loro corpi impattano contro uno o più proiettili, eventualmente perché un velivolo cade al suolo. Ergo, c’è qualcuno che piazza bombe, spara proiettili o razzi terra-aria. Giusto, no?
Lasciato il campo della morale ai professionisti della stessa – «i nostri ragazzi muoiono perché i talebani cattivi non vogliono che costruiscano la pace» – sarebbe forse il caso che, a cominciare da Governo e Parlamento per arrivare alla stampa, la si piantasse di non chiamare le cose col proprio nome. In Afghanistan c’è una guerra. I militari italiani stanno facendo la guerra e, che si ritenga o meno di volerla e doverla combattere, finché saranno lì hanno il pieno diritto ad essere il più possibile protetti. Protetti dal loro ignobile Paese che gonfia il petto quando li manda in giro per il mondo, da quella vigliacca nazione che spende le due lacrime d’ordinanza quando tornano a casa avvolti nel tricolore. E in mezzo, nel frattempo, nulla.

Se c’è l’intenzione di rimanere in Afghanistan – o andare altrove, come what may – le truppe dislocate devono avere la massima libertà d’ingaggio e, quale che sia, il massimo della capacità di proiezione offensiva permessa dal nostro arsenale. Perché dev’esser chiaro: è la guerra a far schifo, non il guerriero ed il suo avversario.

Pensate un po’ quel che volete

martedì, 17 agosto 2010

So mica descrivere quel che ho provato quando ho sentito della scomparsa di Francesco, il mio vecchio vicino di casa. Intendiamoci, non era simpatico a nessuno. Anzi.
Quando fu eletto a capo della scala, ne combinò di tutti i colori. Errori tragici e cose ancora più gravi: difatti son cresciuto con la canna del mitra dei carapulotti di scorta puntata sul naso. Ne aveva combinate talmente tante che aveva più nemici che amici.
Non era, del resto, un ipocrita amico di tutti. Al contrario, ha sempre pensato che la tutela dell’immobile fosse più importante di qualsiasi princìpio e che il fine giustificasse ogni mezzo. Tant’è vero che fu eletto anche amministratore di condominio.
Dopo qualche tempo, non so se per vezzo – perché un po’ vanaglorioso lo sembrava, da sardo di buona famiglia quale era – o per follia, cominciò ad attaccare i capifamiglia che l’avevano sempre sostenuto, sport che ha conservato sino alla tarda età. E i suoi avversari, fra i quali sedevamo anche noi, ma senza mischiarci troppo, senza capire che faceva il loro gioco gli diedero addosso, tentando di screditarlo e farlo dimettere. Non hanno mai brillato per intelligenza e anche oggi pare che l’Enel non lasci loro che l’energia per alimentare il frigorifero.
Ora che Francesco non c’è più, e che con sé porta via segreti e trame del condominio, credo si possa dire che – di fronte ai mezzuomini, ai ladruncoli, agli ignoranti e gli utili idioti di quest’epoca – se ne è andato un uomo vero: uno che sapeva andare a braccetto col potere, consapevole che c’è un modo solo di gestirlo. E che, a costo di provocare conati ai miei genitori, mi sarebbe piaciuto averlo come zio.

Buon viaggio, signor Presidente, e che lei possa arrivare al cospetto dell’Altissimo verso il quale ha dimostrato una fede, ancorché liberale, lunga una vita intera.

Dieci agosto

martedì, 10 agosto 2010

Nel 1916, oggi, veniva giustiziato Nazario Sauro. Lo so perché ho abitato su un lungomare che portava e porta il suo nome. Capitano marittimo, istriano, suddito di Sua Maestà asburgica, allo scoppio della Grande Guerra corse ad arruolarsi nella Regia Marina italiana. Ottenne il grado di tenente di vascello e compì innumerevoli azioni di guerra su unità siluranti di superficie e subacquee. Un moderno ufficiale degli incursori e un irredentista.
Venne catturato dai marinai della SMS Satellit dopo un incidente al sommergibile sul quale navigava, nel golfo del Quarnero, alla volta di Fiume. Condannato a morte per alto tradimento dalle corti militari di Pola.

Nel 2001, invece, oggi, si spegneva Gianfranco Miglio. Profondo conoscitore dell’opera di Max Weber e docente di acclarata fama cui si debbono traduzioni prime delle opere – fra gli altri – di Schmitt, von Mises e von Hayek, morì da uomo libero e non anzitempo. Aveva ottantadue anni. Sognò una riforma della Repubblica in senso federale e confederale, traendo ispirazione dai modelli istituzionali della Confederazione elvetica, della Repubblica delle Province unite e ovviamente degli Stati uniti d’America. Chissà cosa sarebbe stata la Lega se avesse vissuto un po’ di più.

Ventotto

mercoledì, 28 luglio 2010

Nel rispetto dei tragici eventi, il campionato è fermo. In Afghanistan non c’è alcuna sosta estiva, però. Povere famiglie.