Ne scrivo qui, perché parlarne – magari telefonicamente – è troppo faticoso. Perdonate poi la brutalità dell’espressione ma davvero non trovo parole buone per dire a voi, nostri amici di sempre, questa cosa.
Toga Party, nota come Toga e basta, ma anche come Mamma Toga, è morta martedì 22 novembre.
Non credo abbiano senso le domande di rito: stava male, com’è successo e come no. Nella fattispecie stava malissimo, povera piccola vecchietta, e negli ultimi tre o quattro giorni di vita aveva smesso di mangiare, attività che – come per ogni peloso quadrupede – era fra le sue innumerevoli passioni.
Cervello e vera e propria «mente criminale» delle attività animali nei luoghi in cui ha vissuto per quasi tre lustri, mal si adattava a educazione e comportamenti urbani. Era rimasta in cuor suo un animale selvatico, più simile a un gatto che a un cane. Gran guardiana, ogni rumore o traccia la poneva in allarme, dando il via alla nostra piccola ronda composta da dieci zampe.
Zampette lunghe e sottili le sue, come quelle di ogni buon pit bull ADBA, montate su un corpo a prima vista esile ma invero velocissimo e funzionale alla caccia; dei piccioni, sul terrazzo della casa romana, come delle farfalle che si affollavano a baciarla, attorno Casa Baggins, sua ultima residenza.
Agli occhi degli umani, ha sempre sofferto il confronto col suo compagno, animale poderoso, più pesante di dieci, dodici chili e protagonista flamboyant. Ma lei era così: silenziosa, persino schiva, minuta, madre solamente essenziale dei suoi otto cuccioli, imprevedibile. Una gran stronzetta. Il sole attorno il quale si è svolta la vita di Bluto. E la mia, ricambiatissimo. Come quando si esibiva per me, ballando con quel movimento tipico dei felini che saltano da una zampa all’altra, come le massaie quando impastano il pane. O quando si univa alle mie canzoni, nelle rare esibizioni della sua voce, ululando o tubando come una colomba.
Faremo una gran fatica nel non trovare il suo naso all’insù puntato verso di noi, curioso dei movimenti del suo branco e testimone dell’istinto protettivo verso i maschi, i fessi della casa.
Bon, ho già scritto più di quanto avrei voluto e di quanto sia capace di sopportare. Era la mia cagna e dunque la più bella fra le belle. Sapeva di buono anche quando non era buona, spesso, e quando puzzava di cane. È stato un privilegio averla avuta al fianco potendo godere del suo amore incondizionato.
Che Dio abbia pietà di lei e, se non chiedo troppo, di noi che rimaniamo senza. Un po’ sbalorditi, un po’ confusi, eternamente grati.