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The Obamas, mi hanno craccato l’account

lunedì, 21 marzo 2011

Non sono io a scrivere. Non mi assumo quindi paternità e responsabilità morale o politica di quanto segue, ol-ràit?

Mi sta piacendo l’Obama overstretched, quello che non ha truppe da spendere per la Libia e presta solo la spina dorsale – US Navy e USMC stazionanti in prossimità delle coste africane – alla coalizione internazionale, a partecipazione araba, che sta intervenendo sui cieli di Cirenaica e Tripolitania. Un modo indiretto di costringere gli europei, per mancanza di Europa tout court, a fare da sé. Magari, un giorno, ci daremo organismi politici e militari unitari. Le dimensioni contano, altroché. Prima o poi ci arrenderemo all’idea.

Riprendo quindi il controllo del blog. Che si può dire dell’intervento in corso? Che si tratta di una guerra. Che, come è noto, la guerra si sa come inizia – in ritardo, questa – ma non si sa mai come finisce. Che potrebbe trattarsi di un pantano, con tutto il rispetto per la finissima e asciutta sabbia del Sahara.
Non è chiaro, ma è tipico delle guerre di questo millennio, quale sia l’obiettivo. Pare il minimo, e praticamente già raggiunto, quello di impedire interventi delle forze aeree del Colonnello. Ad occhio, quello massimo – nelle migliori speranze, o sogni, di chi è intervenuto – è annichilire le forze armate libiche, in modo che siano più libere le tribù che ancora sostengono il regime di sganciarsi e unirsi senza troppe perdite ai ribelli. Senza interventi di terra. Primo, perché non ci sono truppe a disposizione. Secondo, perché la risoluzione Onu non le ha autorizzate esplicitamente, senza comunque proibirle. Terzo, perché se persino le SAS britanniche riescono a farsi denunciare da pastori di capre locali, è meglio stare al riparo delle caserme finché non costretti dagli eventi. Che poi ci siano da settimane consiglieri statunitensi e britannici nel campo dei ribelli, pare assodato. Ma non credo siano da considerarsi teste di ponte.

Secondo fonti tradizionalmente ben informate, Gheddafi avrebbe spostato da almeno due settimane il grosso delle sue armi migliori – i razzi russi Sa-5, che possono abbattere veivoli anche ad alta quota, e gli Sa-18 che vengono sparati da, ahem, camion Iveco – nel sud del Paese, nel deserto, lontani dal raggio d’azione massimo degli aerei nemici. Quanto questo abbia senso, se non in fase puramente conservativa, non mi è chiaro.
Sul campo, pare che la guerra sia diventata oramai guerriglia, combattuta casa per casa e strada per strada. Un potenziale massacro di vite civili che va ben oltre la vendetta che, già perpetrata dai macellai del Colonnello, vedrebbe le truppe scelte libiche tagliare le gole agli abitanti dei quartieri conquistati.

No-fly zone e cessate-il-fuoco

venerdì, 18 marzo 2011

Nel caso non fosse noto, il reporter del Sole 24 Ore Roberto Bongiorni racconta – sulla carta colorata del suo quotidiano e sull’etere dalle frequenze di Radio 24 – che a Bengasi la gente è scesa in strada piangendo, a festeggiare, baciando in terra e benedicendo Francia e Gran Bretagna. Ora, finalmente, quella povera gente sarà protetta dall’artiglieria di terra e d’aria dei fedeli di Gheddafi.

Peccato solamente che l’Occidente e il mondo intero abbiano atteso un mese prima di prendere una posizione, consentendo al macellaio di Tripoli di massacrare donne e bambini con bombardamenti aerei sulle principali città del proprio Paese. Peccato che abbiano speso tempo sulla pelle e il sangue di chi si è ribellato a un regime che sembrava incrollabile, tanto era il terrore col quale governava. Peccato l’abbiano fatto nonostante la Lega araba avesse dato più d’un segnale di disponibilità prima all’esilio per il colonnello libico e poi per eventuali missioni militari a protezione degli insorti.

Ma è meglio questo di niente, specie a Bengasi. E se le aziende italiane e i loro governucchi perderanno il primato sugli idrocarburi libici a favore di Total e BP, bene. Se la sono voluta.

Se cade anche la Grande giamairia araba di Libia popolare e socialista

mercoledì, 23 febbraio 2011

Intanto, festeggerei. A nome degli ebrei e degli italiani cacciati dopo secoli, della loro nostalgia per i luoghi, i suoni, i colori, gli affetti spezzati della loro giovinezza. Già, perché la linea dell’«attenzione, dietro le rivolte ci sono gli islamisti» mi convince poco. Non perché non possano esserci. Il contrario. Mi convince poco perché non riesco a comprendere la linea dell’appeasement sempre più sbracato sulle follie del colonnello Gheddafi.
Nell’anno del Centocinquantesimo anniversario della proclamazione di un Regno d’Italia privo della sua capitale naturale, la dittatura militare libica e gli smemorati nostrani farebbero bene a ricordare Giolitti e il Centesimo della guerra italo-turca per il controllo della Tripolitania e della Cirenaica che – liberate dal dominio turco – insieme alla regione del Fezzan costituiranno il moderno Stato libico. Certo, fu una guerra orribile, prova tecnica di quella indecente carneficina di massa che fu la Grande guerra. Eppure fu anche il motore, no, la scintilla che illuminò la evidente debolezza dello Stato turco dinanzi gli occhi dei balcanici che, dopo secoli di dominio ottomano, diedero il via alla Prima guerra mondiale in nome delle loro indipendenze nazionali.
Tornando al futuro, che è l’unico tempo interessante, torno a dire che non mi convince la linea della paura e della genuflessione. Se è vero, in senso storico, che l’Europa si sta spopolando e invecchia sempre più, mentre il mondo arabo cresce in termini demografici ben oltre la sua capacità di sopportazione – ben oltre il limite della sostenibilità, che va tanto di moda – e che quindi la pressione da est, con il potente soffio della Cina dietro, si farà sentire sulle coste europee e italiane in particolare, una risposta un po’ più accorta in questi decenni sarebbe stato il raddoppiare gli effettivi della fanteria di mare, ovvero il reggimento lagunari Serenissima dell’EI e il reggimento San Marco della MM.

Che siano Venezia e la sua centenaria storia repubblicana a indicare la via per la stabilità nel Mediterraneo centro-orientale. Non colonie o satrapi messi sul trono dall’Occidente: he may be a bastard, but he’s our bastard è la linea definitivamente sconfitta dalla realtà delle cose. Il fallimento senza sconti della politica estera italiana, di buona parte della Prima repubblica e del duo Prodi-Berlusconi e dei valletti D’Alema e Frattini. Quel che serve è il sostegno alle aspirazioni di progresso e sviluppo di chi abita le sponde meridionali del Mediterraneo e la viabilità di quel mare attraverso una rinnovata capacità di proiezione navale e marittima. Servono all’Europa e all’Italia le ocellae Venetiarum.

Se cadono anche gli hashemiti

mercoledì, 2 febbraio 2011

Che l’invito di Netanyahu e del suo governo a «sostenere Mubarak» in ogni modo fosse il segno della follia di quell’uomo, e dell’incapacità generale di agire al livello di Rabin e Sharon, era e rimane chiaro. Più che una impossibile pace con i palestinesi, privi di una rappresentanza titolata a trattare, il miglior risultato per Israele sarebbe tornare al voto e far scomparire nelle urne ciò che resta del Likud e dei suoi alleati.

Ma se non è chiaro chi sostituirà Mubarak alla guida del più grande Paese arabo, è più evidente che i governi laici della Sunna scricchiolano tutti. Damasco più silenziosamente, almeno sinora, mentre in Marocco – nel quasi democratico Marocco – due uomini si sono dati fuoco. Forse immaginandosi come la scintilla nella prateria. Ad Amman si è già proceduto a un improvviso cambio di Primo ministro. La Giordania è il Paese con più palestinesi nell’area. Non profughi rinchiusi senza diritti in campi di concentramento – come nel Libano della democrazia settaria – ma sudditi del sovrano hashemita che, come gli egiziani e i libanesi, pare detestarli se non temerli.

L’equilibrio nel Vicino Oriente si è retto fino ad oggi sull’instabile rapporto fra l’Egitto, il regno di Giordania e la Turchia: non alleati di Gerusalemme ma consapevoli che, qualunque cosa ordini Teheran ai suoi amici in Siria, Libano e a Gaza, un approccio realistico alla questione della spartizione del 1948 non si può avere muovendo guerra allo Stato ebraico. Anche perché Egitto e Giordania sanno bene cosa significhi dichiarare una guerra dopo l’altra e perderle sin dal primo giorno: Sinai e West Bank sono lezioni indimenticabili. Ma se l’Ottomanìa di Erdogan fa ballare una gamba di quel tavolo permanente nel Mediterraneo orientale, la rivolta del Cairo rischia letteralmente di spezzarne una. Fondamentale, quindi, e terrificante al contempo sarà il ruolo dell’amministrazione Usa nella transizione egiziana. Sempre che evolva dal «wait and see», vera cifra del duo Obama-Clinton, ad un ruolo maggiormente proattivo.

In questo contesto, il ruolo della monarchia di Abd’allah II diventa ancora più importante. Ex titolari del governo dei luoghi santi dell’Islam, gli hashemiti si sono via via ritrovati – grazie ad Usa e Urss, rispettivamente sponsor dei sauditi e del nazionalsocialismo panarabista – privati del controllo materiale di quei luoghi. Eppure, mantengono simbolicamente il rispetto dovuto agli sceriffi che furono. È da loro che passa, almeno in parte, la possibilità di stabilità relativa nell’area e annesso stop al sogno di un nuovo califfato. C’è da pregare che gli hashemiti mantengano il trono. E che a Gerusalemme tornino a governare persone con visione e leadership internazionali.

Avanti un altro

lunedì, 17 gennaio 2011

Qualcuno faccia presente, se ne trova il tempo, al generale Ehud Barak che un partito «centrista, sionista e democratico» esiste già. Si chiama Kadima.

Nient’altro

venerdì, 17 dicembre 2010

Le brigate Al-Qassam, braccio armato di Hamas, nel ventitreesimo anniversario dalla loro fondazione, hanno rilasciato una nota – pubblicata sul loro sito – nella quale si ricorda a fedeli e infedeli l’obiettivo della formazione. «Il nostro nemico capisce solo l’uso della forza», è scritto nel comunicato in cui si rivendica la liberazione della Palestina, «quindi la nostra resistenza continuerà, perché abbiamo giurato dinanzi a Dio di opporci al progetto sionista e ai suoi collaboratori sulla terra araba e islamica di Palestina».

Wikisbadiglio (3)

mercoledì, 1 dicembre 2010

Ed ora sappiamo che l’ultimo intervento militare israeliano in Libano è stato fatto col beneplacito di Egitto e Autorità nazionale palestinese. Chissà che ne pensa Abu Ala, o Ahmed Qurei, a capo della delegazione palestinese per le trattative di pace in epoca obamiana. Giusto l’altro giorno, il nostro dichiarava che le pretese israeliane su Gerusalemme sono infondate e che il Tempio non è mai esistito. Che al “muro del pianto” il Profeta legò il suo cavallo prima d’ascendere in cielo.
Curioso che, invece, negli anni immediatamente precedenti la scelta dell’Onu di dar vita agli stati di Israele e Palestina nel mandato britannico, contro la quale gli stati arabi mossero guerra, il Gran consiglio islamico della città riconoscesse nei suoi documenti la paternità ebraica del muro occidentale.

Gaza, il peso degli aiuti

venerdì, 22 ottobre 2010

È arrivato a Gaza – attraverso l’Egitto – un convoglio di centoquaranta veicoli carichi di aiuti umanitari organizzato dalla associazione Viva Palestina di Londra. Kevin Ovenden – si suppone sia il portavoce dei militanti – ha dichiarato che l’arrivo «è una vittoria concreta» contro l’embargo «politicamente al collasso». L’associazione britannica ha recapitato cinquecento tonnellate di materiale. Il viaggio è durato quattro settimane, via mare e terra.

Nelle stesse quattro settimane, Israele ha donato a Gaza il contenuto di tremilaquattrocentoventisette tir. Ovvero viveri, medicine, gasolio e materiali da costruzione per un totale di settantacinquemila tonnellate.

Grazie al Savio di Sion.

Colonnello show, poco da dire

martedì, 31 agosto 2010

Paghiamo il gas più di qualsiasi altro Paese. Colpa dello Stato e delle tasse? No, colpa del governo e delle regalìe al regime africano. E del Pd che ha votato, praticamente all’unanimità, quel vergognoso trattato di ‘amicizia’.

Io dico, almeno non potremmo evitare di ospitare certi spettacolini sul territorio nazionale? Sono passati i tempi in cui gli europei potevano metter su una flottiglia di cinque o sei navi e bombaradare la costa di chicchessia senza timori, e va pure bene che La Russa, nel rispetto dei tragici avvenimenti, abbia mandato le Frecce Tricolori a sputtanarsi a Tripoli: ma era proprio necessario fare il carosello dei Carabinieri – alla Salvo D’Acquisto, per giunta – in onore di chi non ha firmato i trattati per i diritti umani?

E poi paghiamo il gas più di chiunque altro. Tanto, Massimo Berlusconi e Silvio D’Alema, son soldi pubblici, no?

Bombardieri su Beirut, replica estiva

mercoledì, 4 agosto 2010

Una domanda: se i libanesi si sbagliano e tirano su soldati di Gerusalemme, uccidendone uno; se questi rispondono, uccidendone quattro; se l’Unifil fugge – a detta dei libanesi, eh, non dei perfidi sionisti – a gambe levate dalla scena dello scontro. Insomma, se neanche riescono a dirigere il traffico, perché non possiamo mandare a casa quei ragazzi?