Archivi per la categoria ‘Mediterranea’

Un altro modo di far guerra

venerdì, 17 febbraio 2012

È senz’altro quello che i mujaheddin del popolo stanno combattendo, pare con l’aiuto logistico del Mossad, in Iran: colpendo con attentati mirati i tecnici e gli scienziati del programma nucleare del regime teocratico. Fermando le risorse umane del programma, altrimenti blindato in bunker per i quali non esistono bombe convenzionali sufficientemente potenti.
Regime di Teheran che invece è fermo al terrorismo degli anni Settanta: agenti inviati all’estero, che affittano un’abitazione per adoperarla come laboratorio e base per colpire diplomatici israeliani, e che – com’è tradizione cinematografica – saltano in aria.

Nessuno tocchi Muammar

venerdì, 21 ottobre 2011

Io sono fortemente contrario alla pena di morte, per chicchessìa e per qualsiasi crimine. In particolar modo per quanto riguarda dittatori, carnefici e quant’altro. Quella è gente da assicurare a un tribunale, che va processata e punita. Come Rudolph Hess, a testimonianza e monito per la Storia.
Muammar Gheddafi poteva essere processato dal proprio popolo o dal Tribunale penale internazionale. La repressione dei dissidenti, la mancata redistribuzione dei proventi degli idrocarburi in un Paese formalmente socialista e ricco, il terrorismo, lo spregio dei diritti umani. In alcuni casi, e forse ci saremmo anche divertiti, le inchieste avrebbero toccato governanti nostrani.

Però, però. La Libia non sappiamo da chi sarà governata. Se si può auspicare che il ‘come’ sia scelto dai suoi abitanti, la direzione verso cui tenderà quel Paese è tutta da scoprire. Allora, è meglio che Gheddafi sia stato ucciso. Il processo a un regime coinvolge tante persone, e forse persone che – per quanto compromesse, complici del Colonnello – hanno avuto modo di intessere con il nostro Paese, l’Europa e l’Occidente rapporti personali. Che fra noi, magari, hanno studiato o vissuto, lavorato gestendo gli affari libici. L’intelligentsia. Individui che potrebbero temperare le spinte islamiste del Cnt, di cui si parla, e dei clan dell’oriente prossimo all’Egitto.

Realpolitik? Ora sì. Giusto un pizzico.

In Grecia succedono cose

venerdì, 7 ottobre 2011

Non solo rivolte più o meno spontanee, non solo scioperi e incendi dolosi. Leggete qui. Magari non è il futuro, o il tanto agognato «nuovo modello di sviluppo», ma è organizzazione delle persone, libera e volontaria.

Vorrei sentire la vostra voce, ora

lunedì, 22 agosto 2011

Per mesi, ho dovuto leggere fra fitte allo stomaco e bile in sopravanzo della «inutile crisi libica», di quanto fosse stato sbagliato farsi trascinare da Sarkò nel sostegno diretto agli insorti di Bengasi, di come i beduini non avrebbero mai sconfitto il Colonnello ed i suoi mercenari. Come se – non bastasse rimanere a guardare in televisione i bombardamenti sui civili – perdere la prima fila negli idrocarburi libici non avesse alcuna importanza per l’economia italiana. Ora, i ribelli combattono per le vie di Tripoli grazie al sostegno delle aviazioni occidentali e al blocco navale Nato operante davanti le coste di Cirenaica e Tripolitania. Gheddafi non si sa dove sia e due suoi figli sarebbero nelle mani degli insorti, trattenuti in arresto.

Sa nessuno che verrà fuori dalla «primavera araba». Magari, scenari peggiori del passato. La situazione del triangolo Gaza-Gerusalemme-Cairo non è piacevole. Chissà che cosa ne sarà. Un periodo di incertezze segue ogni cambiamento, del resto. Ma una cosa è chiara: le dittature cadono. Le democrazie si tengano in allenamento.

Turchia, il bianco e il nero

giovedì, 4 agosto 2011

Oggi dovremmo conoscere le delibere dello Yas, il Consiglio militare supremo di Ankara, in merito alle promozioni ai posti di vertice delle forze armate turche. Non è questione da poco, se si pensa che i precedenti si sono dimessi in gran conflitto col governo democraticamente eletto e i papabili sono tutti legati alla cultura laica nazionalista che per decenni ha governato prima degli «islamici moderati» dell’Akp. Se si considera, ancora di più, che l’esercito turco è una potenza nella potenza: possiede una enorme banca e gestisce aziende del complesso militare-industriale.

Quando ero bambino, sul lungomare passava un tipo col carretto montato davanti alla bicicletta, la campanella suonata ad indicare l’arrivo del gelato. Tutti accorrevano a prendere un cono veramente artigianale – nel senso di fatto in casa, come era ovvio nei favolosi 70s, con ingredienti primari naturali – e si trovavano a scegliere fra il cioccolato e il limone. Uno era fatto sciogliendo il Carrarmato Perugina, l’altro spremendo i limoni che abbondano sulle nostre terre. Uno era dolce da far spavento, l’altro per ore ti serrava la bocca come il culo di una gallina.

In Turchia, si può scegliere fra militari potenzialmente golpisti e chi vorrebbe farsi sultano. Io ho sempre preferito il limone.

Turchia fra urne e plebiscito

sabato, 11 giugno 2011

Bell’articolo di Enzo Bettiza, per quanto la mia preoccupazione sia un tantino maggiore di quella espressa dall’autore, su La Stampa.
Ricorderemo a lungo l’anno Duemilaundici.

Libano e nuvole, considerato che non riesco a dormire

mercoledì, 1 giugno 2011

Ognuno ha i clienti che merita. Quello per il quale lavoro in questi giorni, mi ha dato settantadue ore per fargli una rivista di qualche abbondante dozzina di pagine. Più verso le cento che verso il numero di uova che comprate solitamente. Bon, ora sono fermo perché il cliente – che ha sempre ragione – ha cambiato o sta definendo una opinione sul contenuto di questa edizione. Ergo, dovrò smontare la rivista, impaginarne diversamente i testi e Dio sa che altro. Oh, il buon Dio dei linotipisti, dei typesetter, dell’editoria. Che ci assista.

Fatto sta che, avendo dormito forse dodici ore in tre giorni, ho tentato di schiacciare un pisolino. Niente. Io mi sveglio all’alba e crollo al tramonto. In mezzo non so dormire. Roba da civiltà contadina, me ne rendo conto. È anche per questo che Darwin mi convince fino ad un certo punto.

Comunque, considerato che non riesco a dormire, mi sono detto che mettersi a pensare sarebbe stata l’attività migliore – oltre a preparare la vasca. E di che vogliamo parlare? Del Vicino oriente. Eh. Se vi annoia potete leggere un altro blog. Oppure sfogliare i post sottostanti. Quel che vi pare. Vi vorrò bene lo stesso, io.

Fatto sta che in Siria sta succedendo l’incredibile. Il giovane Assad sta facendo massacrare il proprio popolo e, fedele alla teoria della comunicazione che fu nazista prima e sovietica poi, non tenta neanche di nasconderlo. Anzi. Fa propaganda di immagini e dati terrificanti. Lo scopo, ovvio, è terrorizzare la popolazione in maggioranza araba sunnita e far sì che la sua leadership continui ad essere sostenuta dal nutrito gruppo di minoranze che tutto desiderano tranne che ritrovarsi minoranza.
Dubito che il regime nazionalsocialista siriano cadrà. Non senza, quantomeno, un intervento esterno. Più probabile che l’intera Siria cada vittima di una guerra civile barbara come solo tagliatori di teste e sgozzatori professionisti sanno essere. Una guerra civile passionale, se mi spiego.

Sarebbe dunque inevitabile, anzi tutt’uno, che questa intensa guerra fra etnie e confessioni religiose finisse per investire anche il Libano. Effettivamente, il maggior segmento del Pil libanese è l’odio settario. Possiamo dare per scontato che gli amici degli iraniani in Hezbollah interverrebbero in maniera determinante a favore del gran capo siriano. La parte sunnita e forse i drusi sarebbero gli avversari mentre i cristiani – come sempre – si dividerebbero in due fazioni, scambiandosi alleato a seconda della convenienza del giorno. Una carneficina senza capo né coda, senza obiettivi, senza possibilità di vittoria alcuna per qualunque fazione. Solo morti e dolore. Altre morti e altro dolore.

Sì, vabbè, direte, ma che te frega? Di che ti preoccupi? Per chi ti preoccupi? Per gli arabi? Effettivamente, poco. Non mi farà onore, ma la palma della mia preoccupazione non è per loro. Per Israele? Beh, un po’ di più, va da sé ma, se Israele volesse, raderebbe al suolo l’intera Siria nel tempo che impiegate facendo cose fra la prima colazione e il pasto di mezzodì. E senza usare un solo fante. Artiglieria e aviazione. Un deserto piatto, molto piatto. Un tavolo da biliardo.
No, no, io mi sto preoccupando per i soldati dell’Unifil. Non ci sono contingenti, italiani o altro, pronti a combattere per difendersi. Non hanno i mezzi, poveretti, per poterlo fare. Concordandone tempi e modi con quel che rimane dei buoni a Beirut e con Gerusalemme, mi chiedo se non sarebbe meglio preparare non già una exit strategy ma un piano di evacuazione rapida.

Unifil, un morto e quattro feriti

venerdì, 27 maggio 2011

Un militare italiano è deceduto e altri quattro sono stati feriti a causa di un ordigno esploso al passaggio del loro automezzo. È accaduto in Libano, vicino Sidone. Ironia della sorte, qualche giorno fa ventisette autocarri Acm80 erano stati donati dal nostro Governo all’esercito nazionale libanese.
Chi scommette con me che Gheddafi ha esultato?

Post scriptum – Ringraziando il Cielo, il morto non c’è stato. In compenso, altri militari italiani sono rimasti feriti in Afghanistan a causa di un attacco suicida. Auguri ai convalescenti, nel rispettho dei tragigi avvenimendi.

Meglio l’empereur

giovedì, 14 aprile 2011

Mi pare che sia improbabile, ormai, convincere Gheddafi a scegliere per sé e il clan ristretto la via dell’esilio. L’intervento di no-fly zone è giunto in ritardo di oltre un mese, nel quale il Colonnello ha avuto la capacità di riequilibrare a suo favore i piatti della bilancia interna libica.
Si è quindi a una situazione di stallo, e a poco possono servire le distruzioni di carri armati che – insieme a qualche vittima fra i ribelli al regime – sono ormai l’unica notizia di ritorno dalla sponda meridionale. Si andrà – andremo, chissà – verso un intervento di terra. Nessuno, né gli Usa né la Francia, può permettersi di mantenere costantemente in volo i caccia. Costa tanto e non serve a nulla.

Fa ribrezzo, almeno a un europeista – un cittadino, un federalista, un imperialista europeo, fate voi – come il sottoscritto, dover notare come Bruxelles e le capitali europee diano sponda alla propaganda leghista. È tragico dover constatare non già questa o quella interpretazione di Schengen. I trattati, come ogni legge, in politica valgono poco. Regole e norme si accomodano dopo ogni tipo di accordo. È tragico, dicevo, dover constatare che l’Europa non esista proprio più. E non per colpa dei soliti furbastri italiani – quali poi, quando mai? – che, da una parte, si ingraziano la Chiesa con i permessi temporanei di soggiorno e, dall’altra, vorrebbero sbolognare ai partner il peso della residenzialità di quella immigrazione. L’Europa non è esistita in questa crisi che la coinvolgeva direttamente, se non altro per prossimità, e ha scelto di non esistere. Di non costruire un piano collettivo per i suoi Paesi membri in modo che intervenissero collegialmente, almeno sul piano umanitario, come un corpo solo. Cazzi degli italiani, se mi permettete l’espressione.

Peccato. Peccato, e lo dico da europeo. Non sento il peso di venti o cinquantamila stranieri in più dove risiedo, in quella penisola dell’Europa occidentale chiamata Italia. Peccato perché andiamo verso la disgregazione. Verso i microscopici e immediati interessi particolari, nazionali, contro quelli generali e a lungo respiro. Perché assomiglieremo sempre più all’Europa dei primi decenni dell’Ottocento.
Con la sostanziale e sostanziosa differenza che di fronte c’è un altro mondo, un’altra Cina, un altro Brasile, un’altra India, un altro arcipelago musulmano e la solita Russia. C’è il declino degli Usa e del mondo occidentale. Del prodotto dell’emigrazione – del colonialismo, dell’imperialismo, fate sempre voi – europea. E dietro l’angolo le svalutazioni della liretta, l’Italia e gli italiani a buon mercato, l’acutizzazione della piramide dei redditi. Fanculo. Che rabbia. Sarebbe stato meglio finire sotto Napoleone.

Il colonnello Silvio

martedì, 22 marzo 2011

«I nostri aerei non hanno sparato e non spareranno». Essì – con la benzina avio libica nei serbatoi – si limiteranno a fare caroselli fra i traccianti, moderni cavalli berberi, sui cieli di Tripoli.