Archivi per la categoria ‘Italica’

Sì, vabbè, ma chi se lo incula

mercoledì, 18 gennaio 2012

Nel rispetto dei tragigi evendi, come direbbe con caratteristica pronuncia l’ex ministro La Russa, vorrei dichiarare che mi sono sfraganato i coglioni al sentir parlare del comandante Schettino. Come del comandante De Falco, o come si chiama.

Posto che il mio animo sportivo mai vorrebbe privare gli italiani della loro attività ludica preferita, il moralisteggiare, mi chiedo come sia possibile che abitanti e turisti stanziali del Giglio affermino pubblicamente come le navi da crociera si avvicinino sempre a costa – quando è vietato, punto – e gli eroici comandanti delle Capitanerie di Porto non facciano nulla se non in caso di disastro. Lungi da me difendere lo Schettino: la condotta è la condotta, l’onore è l’onore, gli ordini sono gli ordini. Ma chi fa il giornalista, forse eh, dovrebbe chiederselo. E chiederlo agli armatori, oltreché ai militari.

Ora, con la dovuta sensibilità verso le famiglie dei deceduti, si gioca la partita più importante: tirar via il carburante e il relitto. Perché se l’imbecillità criminale di un comandante ha gettato fango su uno dei settori, la marineria, di più lunga e prestigiosa tradizione dell’Italia nel mondo, è dalla gestione e soluzione del disastro che dipenderanno i titoli dei giornali e delle tv internazionali.
Sarebbe bello far vedere che, nonostante abitato anche da imbecilli e delinquenti, il nostro Paese è in grado di rispondere efficacemente. Forza.

Fase due

lunedì, 19 dicembre 2011

Copincollo la chiosa dell’articolo di Enrico Cisnetto, pubblicato su TerzaRepubblica.it col medesimo titolo:

Ora, però, va girata pagina. Sapendo che la “fase due” deve avere come priorità lo sviluppo ma anche un intervento radicale sul debito e un taglio “non lineare” della spesa pubblica improduttiva. Dunque, quel che non è stato fatto prima va fatto dopo. Come? Partendo dal presupposto che la tanto evocata crescita non si fa (solo) con scelte normative, ma con investimenti in conto capitale. Tanto più ora che siamo entrati in recessione e la Confindustria prevede per il 2012 un arretramento del pil di 1,6 punti percentuali. Abbiamo cioè bisogno prima di tutto di politica industriale. E questa si realizza sia facendo scelte con le imprese esistenti – spingendole a fondersi, valorizzando i distretti, aiutandole ad esportare, creando campioni nazionali – sia scegliendo tra settori maturi da abbandonare e settori innovativi da incentivare, sia con investimenti diretti. Poi serve anche abbassare le tasse sulle imprese e sul lavoro e liberalizzare i mercati. How much? Decine e decine di miliardi. Che, come ben sappiamo, non ci sono. Ma che ci potrebbero essere se ci si decidesse a mettere mano al debito.

Rilancio la mia idea a costo di essere noioso: creiamo una società veicolo da quotare in Borsa in cui mettere quei 700 miliardi di asset che il Tesoro asserisce essere la parte più facilmente valorizzabile dei 1800 miliardi totali di patrimonio pubblico; ad essa si leghi una patrimoniale light, sotto forma di acquisto forzoso di titoli (azioni e/o obbligazioni convertibili) della medesima società; con il ricavato complessivo si riduca il debito (e quindi anche il deficit per via di minori oneri passivi) e si finanzi la ripresa, nella misura rispettivamente di due terzi e un terzo. Così si potrà coniugare virtuosamente rigore e sviluppo, facendoli diventare una cosa sola.

My preciousss, oh my preciousss

giovedì, 15 dicembre 2011

Il povero Gollum era innamorato dell’Unico Anello. Neanch’io sono immune al fascino dell’oro e così Bankitalia. Siamo, difatti, il terzo Paese al mondo – dopo Usa e Germania – per riserve auree. Il terzo: prima del Regno Unito e della Cina, prima del Giappone, della Francia, del Sudafrica, della Svizzera, di chiunque altro. È una scelta saggia, conservativa, perché si sa mai dovessimo tornare ad antiche parità fra moneta e riserve metalliche.

Nei passati dodici mesi, i lingotti italiani – sparsi nei caveau di Bankitalia e di mezzo mondo – si sono apprezzati di trenta miliardi di euro. Ovvero, monetina più, monetina meno, quanto richiesto dal governo Monti per la sua prima manovra finanziaria. E se avessimo venduto il surplus, facendo cassa immediata di quei trenta miliardi? E se avessimo ceduto oro per sessanta, con trenta miliardi simbolicamente investiti a ridurre l’offerta in titoli di Stato che l’anno prossimo dovremo emettere? No, eh?

Manovra, sarà, ma a casa mia

mercoledì, 14 dicembre 2011

Sì, ok, il rischio «esplosione dell’euro». Bce, Merkel, Sarkozy. Il default. I magli perforanti, l’«ordigno fine di mondo», l’arma ad energia solare. Non mi pare, tuttavia, d’aver visto incoraggianti segnali di dimagrimento del bilancio statale né misure per la crescita. Anzi, la buonissima parte dei commentatori economici parla di manovra recessiva.
Io, uno che mi sfila trentacinque euro dal portafogli – e cento dall’altro, visto che ho due conti correnti –, più che Presdelcons lo chiamo ladro. Non so davvero con quale faccia si possa chiedere ai cittadini di fidarsi dello Stato.

E il bello è che, a centrodestra e centrosinistra, quel signore in loden e i suoi amici stan restituendo patenti di verginità.

Occhio al ceto medio

venerdì, 9 dicembre 2011

Esplode un pacco bomba in una sede Equitalia di Roma. Questo Paese sa già di cosa è capace il ceto medio spaventato e impoverito: quella fase è durata vent’anni e ha provocato morti e distruzione. Io, invece di portare entro il 2014 la pressione fiscale media al 47%, farei un po’ di attenzione.
È la possibilità più probabile, nella crisi dello Stato di fronte alla globalizzazione finanziaria e alle sue crisi, quella di una scorciatoia plebiscitaria e populista. Uomo avvisato.

Supposizione al volo

lunedì, 5 dicembre 2011

Secondo me la ministro Fornero ha pianto perché teme la vendetta degli italiani. In pensione più tardi ma nessuna riforma per i contributi silenti, tagli agli Enti locali che si rivarranno sui portafogli dei cittadini tramite le addizionali e l’Imu, altro aumento delle accise sui carburanti tanto andare in bicicletta è più sobrio.

Comunque, tanto di cappello a Napolitano e Monti: sono riusciti a fare l’ennesimo massacro ma con il consenso di tutti. Roba d’altri tempi. Ho solo il dubbio che mi si sporchi il loden col grasso della catena.

Concita, ma non mi dire

martedì, 29 novembre 2011

C’è voluto il licenziamento e il ritorno a Repubblica di Concita De Gregorio perché ciò che chiunque nel Lazio sapeva divenisse di dominio pubblico: il piddì tifava per la candidata presidente, allora finiana, Renata Polverini. La candidata di Ballarò, per intenderci. La Ignazio La Russa in gonnella. Anfatti, cioè, ahò.

Spiace ma non stupisce ci sia voluto così tanto tempo per la ‘confessione’: la politica e il giornalismo politico sono più centri d’addestramento per servitori che altro. Spiace anche per gli elettori e i volenterosi militanti piddini che credettero nella possibilità di riformare di una regione che, ora come allora, è impantanata nello strapotere delle gerarchie locali e nella crisi economica – soprattutto pubblica – che affossa le energie di un territorio vocato allo sviluppo.

Spiace anche per Fini, che doveva essere rafforzato – ahem! – prima della scissione-espulsione dal Pdl, e per i finissimi strateghi del Partito democratico che, dalla Bolognina ad oggi, non ne hanno azzeccata una. Cialtroni cui auguriamo, nel solco magno del pensiero chiunquista, un altro cinquantennio di opposizione.

Fateci pace, come D’Alemullah

sabato, 19 novembre 2011

Le medaglie hanno due facce, si dice. Anche l’Italia. A capirlo ed accettarlo per primo, in maniera definitiva e relativamente a personaggi conosciuti, è stato il baffetto di Botteghe Oscure. Di questo gli rendo onore.
Il nostro Paese può scegliere fra il suo lato pecorone, sempre tendente al compromesso, ipocritamente baciapile e creativamente poliarchico, democristiano fino al midollo; oppure quello anarcoide, che dalla liberazione sessuale è arrivato alle olgettine in un crescendo da Salò o le 120 giornate di Sodoma.

Abbiamo impiegato diciassette anni per tornare al modello storico. Non saprei scommettere, però, sulla longevità di questa fase.

Abbracciare la realtà

lunedì, 14 novembre 2011

Non ha tutti i torti chi ritiene che il Parlamento sia di fatto esautorato con l’incarico di Monti a presidente incaricato. Lo è nella misura in cui salta il sistema veltrusconiano che ha diviso in due, ora tre, grandi tronconi l’opinione pubblica, l’elettorato. Un sistema artificiale, il tentativo tutto italico di trovare una scorciatoia perché si realizzasse l’«alternanza». Peccato che con la scorciatoia siano saltati anche Vicolo della rappresentanza e – soprattutto – Via dell’alternativa. Ma si sa, il Monopoli cui lorsignori hanno ridotto il potere pubblico è così: prendere o lasciare.

Leggendo i titoli dei quotidiani ho visto le foto di una manifestazione a Roma in cui, fra onnipresenti bandiere tricolori, una cinquantina di persone raccolte dietro uno striscione firmato Giovane Italia – Mazzini mio, dolente – lamentavano l’occupazione da parte di «banche e baroni» della stanza dei bottoni romana.

Ne ho già scritto in passato e non ho voglia ora di andare a cercare in archivio. Trovo sempre stupefacente il sentimento di rivalsa di chi sta a destra: quel senso di occupazione, liberazione, conquista di posti. Come se negli ultimi vent’anni non avessero fatto il bello e cattivo tempo dove conta; come se la società non li avesse sostenuti, e non li sostenesse ancora, in larga maggioranza. Si percepiscono come outsider, forse vittime della cattiva «retorica dei perdenti» di scuola missina.

Sarebbe dunque il caso di guardare in faccia la realtà. O quell’insieme di fatti che possiamo comporre come quadro condiviso, unica realtà possibile. Anche solo per piccoli passi, per scampoli di tempo.

Prendiamo gli ultimi tre anni e mezzo? Una legge elettorale truffaldina aveva regalato alla maggioranza di governo sessanta parlamentari in più dell’opposizione. Una montagna invalicabile. L’alleanza Pdl-Lega poteva votare qualsiasi cosa senza far caso ai colleghi dell’opposizione. Nonostante questo, si è andati avanti a colpi di decreto: sei al mese, in media. Quel Parlamento di nominati era chiaramente incapace di stilare un solo progetto di legge.
I conti pubblici? A ramengo. E la crisi finanziaria non c’entra con la spesa corrente. C’entra la volontà politica. Se uno Stato spende di più, è perché ha stabilito di spendere di più. I governi Berlusconi in genere – cito Oscar Giannino, mica Bertinotti – e quest’ultimo in particolare hanno innalzato il debito pubblico come nessuno mai prima. Come Craxi, Andreotti e Forlani avrebbero pagato di persona per poter fare, e non fecero.
Le riforme? Neanche una maggioranza bulgara ha permesso all’ormai ex presdelcons di farne una. Tutto ciò che è stato tentato è stato pro domo sua. Il che è anche comprensibile, visti i magistrati ospiti di congressi di partito. Ma non è sufficiente a spiegare come – in diciassette anni passati in maggioranza al governo del Paese – la classe dirigente berlusconiana abbia eluso se non tradito il messaggio di «rivoluzione liberale» che vinse, insieme al terrore dei cosacchi in piazza San Pietro, le coscienze degli italiani, regalandogli la prima clamorosa vittoria elettorale.

Quel che mi permetto di osservare è che, nell’ultima tornata di legislatura, un centrodestra estremamente diviso al suo interno – e fin dall’inizio – fra ex democristiani e socialisti, leghisti e protezionisti, paleo- e neo-liberali, populisti e ignoranti belli e buoni, ha promosso una squadra dirigente ampiamente deludente. Non so cosa sarà dei singoli futuri di La Russa, Gasparri e Gelmini. Non so cosa sarà di Prestigiacomo, Carfagna, Frattini. E mi fermo qui, perché mi scappa da ridere se penso ad altri ancora.

A Berlusconi toccò in dono – sua immensa fortuna – una buona dose di gente capace per irrobustire la squadra di dipendenti con cui aveva costruito Forza Italia. Li ha fatti fuori tutti. Il centrodestra poteva vantare fra le sue fila persone come Urbani e Martino, e ha nominato ministri e sottosegretari Brunetta e Santanchè.

Mi fermo qui, perché il messaggio mi pare chiaro: cari amici della Giovane Italia – Mazzini mio… – e non solo, sono spiacente ma non sapete governare. A destra, ammesso e non concesso che il quadro politico italiano rimanga lo stesso dopo Monti, serve un’altra classe dirigente. Il centrodestra al governo non ha combinato un’acca. Indifendibile, imperdonabile. E basta coi lamenti sui giudici rossi, sui Casini e Fini. Il tram si prende quando passa. Punto. Ed è passato più volte, in diciassette anni e anche negli ultimi tre e mezzo. Abolizione del valore legale del titolo di studio; liberalizzazione del mercato fra lavoro e impresa, ovvero meno sussidi alle imprese, più sussidi a chi perde il lavoro; meno tasse e più oculatezza nella spesa pubblica; meno fondi regalati a Gheddafi e più messa in sicurezza del Paese dal dissesto idrogeologico; abolizione degli ordini professionali, e via dicendo. Non avete fatto nulla. Anzi, in alcuni casi, avete fatto il contrario.
Servono meno tricolori e più persone capaci. Che vuol dire, meno parole e più numeri. Meno propaganda e più competenza. Meno canti e più calcolatrici. So di tagliare le ali ai romantici ma, per amministrare la cosa pubblica, non basta la visione. Non basta lo slancio volontaristico. Non basta l’ideale.

Lo volesse il Cielo

giovedì, 10 novembre 2011

Bel divertissement a firma di Michele Fusco per Linkiesta.