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Ventuno appena compiuti

lunedì, 20 febbraio 2012

Accusato di stupro, incensurato, in attesa di giudizio e prove. Denuncia inutilmente molestie e violenze all’interno del carcere, San Vittore, dove è recluso da quattro mesi. Dopo un colloquio con lo psichiatra, si impicca.

Non è un caso se l’Italia è il Paese europeo più redarguito per lo stato della giustizia e se, nella classifica mondiale, viene persino prima della Turchia.

Il primo a sinistra

lunedì, 13 febbraio 2012

Così diceva il Pci ai tempi della gran macchina di partito. Nella scheda elettorale, in un’Italia ancora parzialmente analfabeta, i cittadini avrebbero trovato il simbolo di Guttuso per primo, in alto a sinistra. L’ordine sulla scheda era dato first come first serve, e i militanti comunisti facevano nottate davanti al ministero per assicurarsi quel posto.

E così anche Genova, dopo Rieti, ha scelto come candidato del centrosinistra la persona sostenuta da – o espressione di – Sinistra Ecologia e Libertà.

È un po’ surreale che questi candidati di sinistra, come fecero Pisapia e Zedda – De Magistris è un caso a parte – nella scorsa tornata amministrativa, debbano poi farcire i loro discorsi di moderazione e sobrietà, edulcorando poi l’azione amministrativa fino a far sbiadire la loro inclinazione nel tabaccismo. Forse è nel dna degli italiani quel cattocomunismo, quel pauperismo un po’ fine a se stesso e intransigentemente immobilista. Non so. Lungi da me fare il sociologo.
Succede però lo stesso ovunque ci siano primarie. Tolto il candidato forte – Prodi, Veltroni – che si presenta senza avversari degni di nota, vincono le estreme.

È lo stesso negli Stati Uniti, dove Romney – che era stato il candidato conservatore contro un McCain centrista – oggi fatica contro personalità dalle posizioni più estreme della propria.

Forse è banalmente questione di organizzazione: rimasugli di partito novecentesco e blablabla. Forse, hanno ragione – i congressi del Pdl stanno dicendo questo – La Russa e Alemanno che il radicamento nel sogiale e blablabla. Forse – secondo me più probabilmente – il cittadino comune, che non ha interesse a partecipare a questioni di partito, alle primarie non si reca. Perché farsi schedare, dopotutto, come supporter di un partito o di una coalizione?

Io non sono tifoso di un modello elettorale su un altro. Apprezzo il first past the post per certi versi, come per altri il proporzionale puro corretto à la Jefferson o D’Hondt per la distribuzione dei resti. Sono altresì persuaso che il sistema più avanzato sia quello del single transferable vote, dove al cittadino è lasciata anche una seconda scelta. Come votare una volta e mezza, diciamo; se il mio candidato preferito non passa, faccio in modo passi la mia seconda scelta.
Non ne faccio questione di principio, in ogni modo. Non è solo da una legge elettorale che dipende la rappresentanza democratica, tanto più il rispetto dello stato di diritto.

Mi chiedo però che senso abbiano queste primarie. In termini generali, eh. Vero che di fronte a un candidato sindaco che non mi piace, potrei votar l’altro candidato. Ma, chissà, magari mi riconosco nella coalizione che esprime il candidato che non mi piace. Già, potrei far voto disgiunto: voto il partito che mi piace e l’altro candidato sindaco. Oppure un candidato minore, lasciando eventualmente la scelta vera e propria per il turno di ballottaggio.
A me pare già una follia. So mica perché mai una persona che lavora, tiene famiglia, mutuo, cazzi suoi all’infinito, debba occuparsi di queste cose.

Sarà anche una conquista quella del cittadino che sceglie il proprio amministratore ma – alla fin fine – io mi sentirei più rappresentato se potessi votare un partito, indicando la preferenza per un consigliere. E se poi il consiglio comunale, in base alla ripartizione dei seggi, pensasse ad eleggere un sindaco di compromesso. Sempre meno ridicolo di votare un sindaco ex/post/neo/fanta-comunista o mai pentito missino affinché faccia scelte democristiane.

Elezioni, così scrisse Shylock

mercoledì, 8 febbraio 2012

La parentesi del governo tecnico ci sta facendo dimenticare che l’anno prossimo si andrà a votare e da una parte avremo chi, in tanti anni di governo, ha contribuito indiscutibilmente a metterci nei casini; dall’altra, chi per formulare mezza proposta (di più non si riesce) passa mesi a discutere e a litigare.

Ero quasi riuscito a rimuoverlo. Anche ammettendo che la rimozione non sia la prassi migliore da seguire per esorcizzare il male del suffragio universale, secondo voi i partiti saranno pachidermici come sempre e quindi la legge elettorale ventura sarà simile alle precedenti, favorendo le aggregazioni Pdl+Lega e Pd+Idv+Sel, o inventeranno qualcosa di nuovo dando vita ad altri scenari? E quanto ritenete possibile l’ipotesi di Grosse Koalition? Dipenderà solamente da quanti consensi perderanno i partiti maggiori o vi sarà un gentlemen’s agreement precedente al voto? E avremo una legge elettorale nuova ogni tornata elettorale o saranno in grado di farne una e star buoni per cinquant’anni?

Ho mica le idee chiare, io. Voi, d’altro canto, se del caso siete autorizzati anche a far fantascienza.

Non so se è chiaro

martedì, 7 febbraio 2012

A organizzare e condurre le danze della discussione per la riforma della legge elettorale è un partito. Il partito di maggioranza relativa in Parlamento, certo, ma un partito.

Prodi potrebbe organizzare un’altra sedutina spiritica, no?

Victoire, victoire

giovedì, 2 febbraio 2012

Responsabilità civile dei magistrati, il voto degli italiani è vendicato dopo venticinque anni. E ora sotto col finanziamento pubblico ai partiti.

Io non ti conosco, io non so chi sei, né ti voterei mai

giovedì, 19 gennaio 2012

Ho il piacere e privilegio di fare il mestiere che desideravo fare dall’età di sedici anni. Mi occupo di editoria, di carta stampata, di quel che recentemente si definisce visual journalism ma che io seguito a chiamare news design. Progetto e realizzo, in larga parte, prodotti editoriali: magazine, giornali, libri, chi più ne ha più ne metta. Va da sé che tutte le forme di comunicazione di massa mi interessano e, quando riguardano l’uso del colore e dei caratteri da stampa, mi incatenano.

Nell’incessante scorrere del tempo, ho potuto apprezzare il declino e la caduta della comunicazione politica muraria, del poster. Frasi in dialetto con traslitterazione perlomeno bizzarra, scelte cromatiche tali da sfidare le schede del dottor Ishihara, refusi belli e buoni. You name it.

Non mi soffermo sul carattere abusivo dell’affissione di partito anche perché, seppur lo facessi, getterei un sasso nel vuoto: i partiti che voialtri votate a man bassa – intendo piddì e pidielle, principalmente, ma anche la Lega – si sono regalati una sanatoria che vale qualche milione di euro.
Voi pagate più tasse e Iva, vi vien bloccato l’adeguamento della pensione all’inflazione che non a caso sale vertiginosamente, cercate inutilmente lavoro presso aziende strangolate dalle banche e dallo Stato, e loro – belle gioie, campano di finanziamento pubblico – si scontano sei milioncini di multe arretrate per un totale, dal 1996 ad oggi, di un miliardo e trecento milioni d’euro. Ma cambiamo discorso, perché il problema della democrazia è il suffragio universale – siete voialtri – e non può essere risolto.

Insomma, da qualche giorno è tutto un parlare della campagna «Conosci Farouk/Debborah/Ciccio/Olly/Gionatan/Niky». È l’ultima campagna del Pd. Tecnicamente parlando – non portando i manifesti e cartelloni alcuna firma se non un link a Facebook – si tratta di un teaser. Un eccitante, un invogliante. Una prima parte di campagna propagandistica, insomma, cui seguirà una fase rivelatrice del prodotto.

Un flop.

Appena cominciata ed è già un flop. Passi, appunto, l’uso scriteriato dell’affissione abusiva. Nonostante colori importanti, quasi primaverili, taaaanto duepuntozero, saturi quanto basta per scaldare anche la più stronza delle città; nonostante l’epoca di imbarbarimento dove anche i personaggi pubblici si chiamano e vengono chiamati per nome, manco fossero vicini di casa; nonostante l’uso ormai patologico di Facebook, cui auguriamo una caduta di tutti i server globali; fatto sta che tutti abbiamo già capito che anche stavolta il piddì non ha nulla da dire.

Perché, parliamoci chiaro, se hai qualcosa di forte da dire, basta dirla. Io e qualche collega possiamo studiare come dirla meglio: come visualizzarla, come illustrarla, come collocarla. Se non hai nulla da dire, come nei tre anni di «Berlusconi dimettiti», facciamo dei bei cartelloni colorati, ci mettiam su una bella tipografia – i/le font – contemporanea e ti facciam spendere un fracco di quattrini per incartarci le città. Tanto, son mica tuoi quei soldi: sono quelli che ti abbiam versato di «rimborso elettorale». Dieci volte quello che hai speso per le campagne elettorali. Dieci volte, nonostante il referendum che abolì il finanziamento pubblico.

Tu paga, noi ci riprendiamo il maltolto.

Sì, vabbè, ma chi se lo incula

mercoledì, 18 gennaio 2012

Nel rispetto dei tragigi evendi, come direbbe con caratteristica pronuncia l’ex ministro La Russa, vorrei dichiarare che mi sono sfraganato i coglioni al sentir parlare del comandante Schettino. Come del comandante De Falco, o come si chiama.

Posto che il mio animo sportivo mai vorrebbe privare gli italiani della loro attività ludica preferita, il moralisteggiare, mi chiedo come sia possibile che abitanti e turisti stanziali del Giglio affermino pubblicamente come le navi da crociera si avvicinino sempre a costa – quando è vietato, punto – e gli eroici comandanti delle Capitanerie di Porto non facciano nulla se non in caso di disastro. Lungi da me difendere lo Schettino: la condotta è la condotta, l’onore è l’onore, gli ordini sono gli ordini. Ma chi fa il giornalista, forse eh, dovrebbe chiederselo. E chiederlo agli armatori, oltreché ai militari.

Ora, con la dovuta sensibilità verso le famiglie dei deceduti, si gioca la partita più importante: tirar via il carburante e il relitto. Perché se l’imbecillità criminale di un comandante ha gettato fango su uno dei settori, la marineria, di più lunga e prestigiosa tradizione dell’Italia nel mondo, è dalla gestione e soluzione del disastro che dipenderanno i titoli dei giornali e delle tv internazionali.
Sarebbe bello far vedere che, nonostante abitato anche da imbecilli e delinquenti, il nostro Paese è in grado di rispondere efficacemente. Forza.

Fase due

lunedì, 19 dicembre 2011

Copincollo la chiosa dell’articolo di Enrico Cisnetto, pubblicato su TerzaRepubblica.it col medesimo titolo:

Ora, però, va girata pagina. Sapendo che la “fase due” deve avere come priorità lo sviluppo ma anche un intervento radicale sul debito e un taglio “non lineare” della spesa pubblica improduttiva. Dunque, quel che non è stato fatto prima va fatto dopo. Come? Partendo dal presupposto che la tanto evocata crescita non si fa (solo) con scelte normative, ma con investimenti in conto capitale. Tanto più ora che siamo entrati in recessione e la Confindustria prevede per il 2012 un arretramento del pil di 1,6 punti percentuali. Abbiamo cioè bisogno prima di tutto di politica industriale. E questa si realizza sia facendo scelte con le imprese esistenti – spingendole a fondersi, valorizzando i distretti, aiutandole ad esportare, creando campioni nazionali – sia scegliendo tra settori maturi da abbandonare e settori innovativi da incentivare, sia con investimenti diretti. Poi serve anche abbassare le tasse sulle imprese e sul lavoro e liberalizzare i mercati. How much? Decine e decine di miliardi. Che, come ben sappiamo, non ci sono. Ma che ci potrebbero essere se ci si decidesse a mettere mano al debito.

Rilancio la mia idea a costo di essere noioso: creiamo una società veicolo da quotare in Borsa in cui mettere quei 700 miliardi di asset che il Tesoro asserisce essere la parte più facilmente valorizzabile dei 1800 miliardi totali di patrimonio pubblico; ad essa si leghi una patrimoniale light, sotto forma di acquisto forzoso di titoli (azioni e/o obbligazioni convertibili) della medesima società; con il ricavato complessivo si riduca il debito (e quindi anche il deficit per via di minori oneri passivi) e si finanzi la ripresa, nella misura rispettivamente di due terzi e un terzo. Così si potrà coniugare virtuosamente rigore e sviluppo, facendoli diventare una cosa sola.

My preciousss, oh my preciousss

giovedì, 15 dicembre 2011

Il povero Gollum era innamorato dell’Unico Anello. Neanch’io sono immune al fascino dell’oro e così Bankitalia. Siamo, difatti, il terzo Paese al mondo – dopo Usa e Germania – per riserve auree. Il terzo: prima del Regno Unito e della Cina, prima del Giappone, della Francia, del Sudafrica, della Svizzera, di chiunque altro. È una scelta saggia, conservativa, perché si sa mai dovessimo tornare ad antiche parità fra moneta e riserve metalliche.

Nei passati dodici mesi, i lingotti italiani – sparsi nei caveau di Bankitalia e di mezzo mondo – si sono apprezzati di trenta miliardi di euro. Ovvero, monetina più, monetina meno, quanto richiesto dal governo Monti per la sua prima manovra finanziaria. E se avessimo venduto il surplus, facendo cassa immediata di quei trenta miliardi? E se avessimo ceduto oro per sessanta, con trenta miliardi simbolicamente investiti a ridurre l’offerta in titoli di Stato che l’anno prossimo dovremo emettere? No, eh?

Manovra, sarà, ma a casa mia

mercoledì, 14 dicembre 2011

Sì, ok, il rischio «esplosione dell’euro». Bce, Merkel, Sarkozy. Il default. I magli perforanti, l’«ordigno fine di mondo», l’arma ad energia solare. Non mi pare, tuttavia, d’aver visto incoraggianti segnali di dimagrimento del bilancio statale né misure per la crescita. Anzi, la buonissima parte dei commentatori economici parla di manovra recessiva.
Io, uno che mi sfila trentacinque euro dal portafogli – e cento dall’altro, visto che ho due conti correnti –, più che Presdelcons lo chiamo ladro. Non so davvero con quale faccia si possa chiedere ai cittadini di fidarsi dello Stato.

E il bello è che, a centrodestra e centrosinistra, quel signore in loden e i suoi amici stan restituendo patenti di verginità.