Archivi per la categoria ‘Eurasia’

Ciao, Francia

lunedì, 16 maggio 2011

Sarkozy messo male, i Le Pen in ascesa e Strauss-Kahn – sola speranza di una candidatura forte ed europeista per la presidenza di Francia – accusato un’altra volta di stupro. Mah.

Al voto, al voto

lunedì, 2 maggio 2011

Ho scritto più volte che non sarà un voto a cambiare il corso del mondo, e mantengo quella come opinione ufficiale. I governi nazionali, tanto più quelli democratici, stanno perdendo via via potere nei confronti di una economia globalizzata. Ne sono buoni testimoni, in casa nostra, gli affari Alitalia e Parmalat. Nel primo caso, un gruppo di pazzi regalò la fallita compagnia di bandiera ad alcuni imprenditori nostrani, finanziando la cessione a titolo gratuito con il denaro dei contribuenti, pur di non venderla a un prezzo accettabile ai cugini d’Oltralpe. Nel secondo, lo stesso gruppo di pazzi ha dovuto chinare il capo – e fermare la mano colbertista che li dirige – davanti alla limpida quanto legittima compravendita delle azioni del gruppo da parte di, ops, sempre i cugini d’Oltralpe.

Le elezioni, tuttavia, sono un gran bella cosa. Una pratica piacevole e divertente quanto un gioco di strategia o un manageriale calcistico. Mentre, quindi, il Canada è chiamato ad un voto il cui risultato – stando a sentire i sondaggi – sarebbe senza precedenti, siamo qui a commentare l’esito elettorale in una nostra sorella europea, l’Estonia.

Fra le ex repubbliche sovietiche, anche grazie alla vicinanza geografica e l’affinità con la stabile e ricca Finlandia, il piccolo Paese baltico è stato quello che più ha compiuto passi in avanti nel migliorare le condizioni di vita dei propri abitanti. Abitanti che, nonostante un sistema elettorale proporzionale, con sbarramento al cinque percento, un paio di mesi fa hanno confermato ulteriormente i due partiti maggiori, entrambi liberali e aderenti all’Eldr: il Partito riformista – o Reformierakond – più tradizionalmente liberal-liberista, e il Partito di centro – o Keskerakond – simile ai nostri radicali o, meglio, ai repubblicani di provenienza azionista. Nel complesso, i due partiti perdono un seggio al Riigikogu, il parlamento di centouno membri. Buoni i risultati per la destra unita di Pro Patria e Res Publica, che recupera un po’ di seggi dopo il tracollo del 2007. Successo per i third way del Partito socialdemocratico, che passano da dieci a diciannove seggi. Crollano gli ambientalisti, che escono dal parlamento grazie al dimezzamento del consenso, così come gli agrari del Rahvaliit, che pure erano stati partner governativi in passato.

Solo da noi, evidentemente, servono leggi truffa per spingere gli elettori a scegliere partiti altrimenti manifestamente incapaci a raccogliere consenso maggioritario in elezioni libere. Perché, già, quelle italiane proprio non so considerarle tali. Chi sa governare, i voti li raccoglie grazie al lavoro svolto.

Golfo, se Barack abbandona i sauditi

mercoledì, 20 aprile 2011

Come certamente sapete, la casa di Saud ha virtualmente annesso il Bahrain – ovvero le sue principali isole. Lo ha fatto su espressa richiesta del monarca sunnita, Hamad bin Isa al Khalifa, che governa su un popolo sciita. Popolo in rivolta, come in molti altri Paesi arabi, ma guidato dagli Hezbollah libanesi emigrati. Ovvero, da Ahmadinejad. A Teheran, che nei mesi scorsi aveva – attraverso la nota di un portavoce di Ali Khamenei – affermato come l’arcipelago fosse storicamente appartenuto all’Iran, la mossa non è piaciuta.
È piaciuto, però, ancor meno ai sauditi che l’amministrazione statunitense, nel corso di una audizione al Congresso su questioni geopolitiche e dell’intelligence, abbia de facto accettato la possibilità  – forse in nome del peak oil, forse a causa dell’incapacità americana ad uscire dagli scenari iracheno e afghano – che la teocrazia millenarista persiana diventi una potenza nucleare.
Mentre a Teheran si accusano le agenzie saudite e degli Emirati arabi uniti di fomentare rivolte in alcuni centri petroliferi della costa del Baluchistan iraniano, come del resto fanno i siriani, il re Saud si è rivolto pubblicamente a Barack Obama – e indirettamente ad Israele, altrettanto immobile sulla questione – attraverso una dichiarazione congiunta del Consiglio per la cooperazione nel Golfo Persico. In essa si legge a chiare lettere che «il Ccg non esiterà ad adottare le misure necessarie a fronteggiare le interferenze straniere negli affari interni» dei Paesi del Golfo. Come, ad esempio, arruolare millecinquecento ‘volontari’ pakistani che andranno ad aggiungersi ai primi mille dispiegati a Manama.
Si moltiplicano quindi le voci di una escalation fra l’Arabia Saudita e l’Iran, che coinvolgerebbe anche un Iraq a maggioranza sciita sceso al fianco dei correligionari iraniani. A sostenere la Casa di Saud i piccoli emirati del Golfo: Kuwait, Oman e – come detto – Bahrain. Potete preparare i popcorn.

Meglio l’empereur

giovedì, 14 aprile 2011

Mi pare che sia improbabile, ormai, convincere Gheddafi a scegliere per sé e il clan ristretto la via dell’esilio. L’intervento di no-fly zone è giunto in ritardo di oltre un mese, nel quale il Colonnello ha avuto la capacità di riequilibrare a suo favore i piatti della bilancia interna libica.
Si è quindi a una situazione di stallo, e a poco possono servire le distruzioni di carri armati che – insieme a qualche vittima fra i ribelli al regime – sono ormai l’unica notizia di ritorno dalla sponda meridionale. Si andrà – andremo, chissà – verso un intervento di terra. Nessuno, né gli Usa né la Francia, può permettersi di mantenere costantemente in volo i caccia. Costa tanto e non serve a nulla.

Fa ribrezzo, almeno a un europeista – un cittadino, un federalista, un imperialista europeo, fate voi – come il sottoscritto, dover notare come Bruxelles e le capitali europee diano sponda alla propaganda leghista. È tragico dover constatare non già questa o quella interpretazione di Schengen. I trattati, come ogni legge, in politica valgono poco. Regole e norme si accomodano dopo ogni tipo di accordo. È tragico, dicevo, dover constatare che l’Europa non esista proprio più. E non per colpa dei soliti furbastri italiani – quali poi, quando mai? – che, da una parte, si ingraziano la Chiesa con i permessi temporanei di soggiorno e, dall’altra, vorrebbero sbolognare ai partner il peso della residenzialità di quella immigrazione. L’Europa non è esistita in questa crisi che la coinvolgeva direttamente, se non altro per prossimità, e ha scelto di non esistere. Di non costruire un piano collettivo per i suoi Paesi membri in modo che intervenissero collegialmente, almeno sul piano umanitario, come un corpo solo. Cazzi degli italiani, se mi permettete l’espressione.

Peccato. Peccato, e lo dico da europeo. Non sento il peso di venti o cinquantamila stranieri in più dove risiedo, in quella penisola dell’Europa occidentale chiamata Italia. Peccato perché andiamo verso la disgregazione. Verso i microscopici e immediati interessi particolari, nazionali, contro quelli generali e a lungo respiro. Perché assomiglieremo sempre più all’Europa dei primi decenni dell’Ottocento.
Con la sostanziale e sostanziosa differenza che di fronte c’è un altro mondo, un’altra Cina, un altro Brasile, un’altra India, un altro arcipelago musulmano e la solita Russia. C’è il declino degli Usa e del mondo occidentale. Del prodotto dell’emigrazione – del colonialismo, dell’imperialismo, fate sempre voi – europea. E dietro l’angolo le svalutazioni della liretta, l’Italia e gli italiani a buon mercato, l’acutizzazione della piramide dei redditi. Fanculo. Che rabbia. Sarebbe stato meglio finire sotto Napoleone.

Ho perso il conto

mercoledì, 19 gennaio 2011

All’interno dell’avamposto dove vivono dodici alpini e qualche soldato addestrato da loro, alle dipendenze della base di Bala Murghab, uscirebbe un afghano dalla propria casamatta – o così dice Ignazio «tragigi evendi» La Russa –, si dirigerebbe verso due soldati italiani appoggiati a un Lince, farebbe un gesto di saluto e sparerebbe ad entrambi. Dal successivo conflitto a fuoco, afghani e italiani contro talebano mascherato, l’attentatore uscirebbe indenne.
Non ci fosse un morto da riportare ai suoi cari, il caporalmaggiore Luca Sanna, e un suo commilitone, il caporale Luca Barisonzi, non avesse rimediato una pessima lesione midollare, ci sarebbe da vergognarsi, fare i bagagli e tornare a casa. Ho l’impressione, tuttavia, che alla politica i morti – e proprio questi morti – servano. Un po’ di retorica nazionalpopolare, qualche lacrima pubblica, l’inno di Mameli e il tricolore. I presidenti di Repubblica e Consiglio dei ministri, il ministro della Difesa e – una cosuccia bipartisan, come si fa nelle migliori famiglie – quei tre o quattro ex comunisti che vorrebbero tanto tanto avere militari per amici: Minniti, Latorre, forse lo stesso D’Alema.
Quasi come – lo si scrive, ovviamente, «nel rispetto dei tragici eventi» – una vittoria della nazionale di calcio.

Lo spirito del Natale presente

lunedì, 10 gennaio 2011

Chissà se vi siete accorti di quanti futuri martiri della guerra santa sono stati arrestati, in tutta Europa, durante le feste appena trascorse. Non sono tipo da conservare statistiche ma credo rappresenti un record. Dal Regno Unito alla Danimarca, dozzine di signori si stavano preparando a fuochi d’artificio peggiori del solito.
Chissà che hanno in mente per le feste pasquali giudaico-cristiane.

Tedeschi, vi amo

martedì, 7 dicembre 2010

Non posseggo né mai ho posseduto un bar, ristorante, albergo sulla costa romagnola. Anzi, se si eccettua qualche festa nei weekend pasquali, ma l’ultimo risale all’anno del terremoto in Umbria, non ci sono neanche mai stato in vacanza. Non ho mai avuto un cliente tedesco e in Germania, tacendo di un convegno a Berlino una decina di anni fa, non ci vado da quando ero piccino.
Chiaro, non posso negare di aver letto tutto Nietzsche. O di aver letto altri grandi e meno grandi del pensiero tedesco. Di considerare il «pensiero tedesco» come una categoria in sé, nel bene e nel male. Però, voglio sottolinearlo ancora, non ho alcuna relazione con quel Paese e nessun amore particolare – ok, Nietzsche e Wagner e il Bauhaus esclusi – per loro.

Apprendo da Sublime Oblivion – eccellente blog di Anatoly Karlin, che consiglio a chiunque abbia interesse per la Russia – che Bayernkurier, il giornale della CSU bavarese, ha distribuito al suo interno un volantino reclamizzante un viaggio nella «Prussia orientale occupata dai russi». Ovviamente, è scoppiata una gran polemica: implicitamente, il volantino ignorava la WWII, il nazionalsocialismo e perfino gli sforzi per la distensione dei cancellieri di Bonn.
Il giornale si è scusato, affermando di non aver controllato la pubblicità al proprio interno, e che questa era una iniziativa autonoma dell’agenzia di viaggi. La quale, altrettanto, s’è scusata per l’inesattezza storica nel solito, noiosissimo modo dei tedeschi di scusarsi per i crimini dei loro antenati ed esorcizzare il senso di colpa.

«Lungo la Costa d’ambra, da Cranz alla capitale Königsberg con i suoi settecento anni di storia tedesca», però, lo ammetto, è un viaggio che davvero vorrei fare. Anche se non c’è rimasto un solo tedesco.

Boom, che investimento

lunedì, 22 novembre 2010

Investire dieci e guadagnare venti è un buon investimento. Investire uno e guadagnare mille è molto meglio. Investire duemilaquattrocento dollari e procurare un danno economico e d’immagine incalcolabile è ciò che rende Al Qaeda e i talebani il nemico pericoloso che sono.
Non mi riferisco al carro Lince che, anche questa volta, ha assorbito la detonazione di un ordigno improvvisato salvando alcuni soldati italiani in Afghanistan. Parlo invece del recente – ricorderete sicuramente – invio di pacchi e contropacchi esplosivi ad alcune sinagoghe di Chicago da parte di Al Qaeda nella Penisola Araba (AQAP). Grazie al reverendissimo blog Views from the Occident abbiamo la possibilità di leggere il terzo numero – e scaricare anche i primi due – di Inspire, rivista in inglese redatta dai ragazzi di AQAP per il mercato occidentale.
Avviso ai compagnucci che passano di qui: sostituire il terzomondismo fallimentare con l’insurrezionalismo islamista non è kasher. Da espulsione diretta. Verboten. Anderstènd?

Asia centrale: nel movimento la vittoria

martedì, 16 novembre 2010

Non credo di avervelo già segnalato ma, se così fosse, vorrete scusare uno stanco Sergio. Si tratta di un saggio davvero assai bello, che si è piazzato secondo nel contest organizzato dall’International Association for Intelligence Studies. Si tratta di The Mongol intelligence apparatus di John Ty Grubbs ed è davvero, davvero imperdibile. Si scarica gratis, persino, e potete tenerlo sul comodino a propiziare sogni di orde d’oro.

Giovani italiani all’estero

martedì, 12 ottobre 2010

No, non mi riferisco al bell’articolo che Time ha dedicato alla nostra meglio gioventù, che col suo curriculum va all’estero e fa fortuna perché colta e intelligente. E perché è normale farne. Mi riferisco a quei poveri quattro alpini che han lasciato le penne in Afghanistan.

Sicuramente avrete notato come il dibattito innescato, nel rispetto dei tragici avvenimenti, da quelle quattro morti si sia incentrato sull’armare i nostri aerei nella zona delle operazioni in modo da fornire più supporto alle truppe impegnate a terra. Ora, chiariamoci le idee: è una cosa abbastanza logica, non trovate? Del resto, l’aviazione fu in larghissima parte della propria storia esattamente questo: controllo dal cielo e bombe a terra per facilitare il lavoro alla fanteria. Come il cavallo e i pedoni. Dimenticatevi i caccia e i top gun, nati solo per difendere i più pesanti bombardieri.
Ora fatevi una domanda: da quanto tempo siamo in Afghanistan? Trovata la risposta, e non è un annetto o giù di lì, chiedetevi anche come ci siamo finiti. E chi e come ha scritto le «regole d’ingaggio» per i nostri militari.
«L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali»: l’Italia ripudia la guerra e quindi non invia il suo esercito all’estero. Eppure, de facto, lo abbiamo mandato ovunque negli ultimi trent’anni. Trenta, non cinque, non dieci, non i quindici della Seconda repubblica. Prosegue l’articolo 11: «Consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni». Quindi, tutto sommato, forse ce lo possiamo mandare, l’esercito all’estero. Basta che siamo d’accordo con altri Paesi, no? Però all’italiana, mandiamocelo piano piano. Senza troppe armi. Con la solita storiella di quanto sono bravi i «nostri ragazzi» a svolgere «operazioni di pace».

Bene. I nostri militari muoiono perché sul cammino dei loro mezzi incontrano ordigni esplosivi improvvisati, perché i loro corpi impattano contro uno o più proiettili, eventualmente perché un velivolo cade al suolo. Ergo, c’è qualcuno che piazza bombe, spara proiettili o razzi terra-aria. Giusto, no?
Lasciato il campo della morale ai professionisti della stessa – «i nostri ragazzi muoiono perché i talebani cattivi non vogliono che costruiscano la pace» – sarebbe forse il caso che, a cominciare da Governo e Parlamento per arrivare alla stampa, la si piantasse di non chiamare le cose col proprio nome. In Afghanistan c’è una guerra. I militari italiani stanno facendo la guerra e, che si ritenga o meno di volerla e doverla combattere, finché saranno lì hanno il pieno diritto ad essere il più possibile protetti. Protetti dal loro ignobile Paese che gonfia il petto quando li manda in giro per il mondo, da quella vigliacca nazione che spende le due lacrime d’ordinanza quando tornano a casa avvolti nel tricolore. E in mezzo, nel frattempo, nulla.

Se c’è l’intenzione di rimanere in Afghanistan – o andare altrove, come what may – le truppe dislocate devono avere la massima libertà d’ingaggio e, quale che sia, il massimo della capacità di proiezione offensiva permessa dal nostro arsenale. Perché dev’esser chiaro: è la guerra a far schifo, non il guerriero ed il suo avversario.