È senz’altro quello che i mujaheddin del popolo stanno combattendo, pare con l’aiuto logistico del Mossad, in Iran: colpendo con attentati mirati i tecnici e gli scienziati del programma nucleare del regime teocratico. Fermando le risorse umane del programma, altrimenti blindato in bunker per i quali non esistono bombe convenzionali sufficientemente potenti.
Regime di Teheran che invece è fermo al terrorismo degli anni Settanta: agenti inviati all’estero, che affittano un’abitazione per adoperarla come laboratorio e base per colpire diplomatici israeliani, e che – com’è tradizione cinematografica – saltano in aria.
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Un altro modo di far guerra
venerdì, 17 febbraio 2012Staminali, i malati di Parkinson ringraziano
mercoledì, 19 ottobre 2011La Corte del Lussemburgo ha decretato, in nome e per conto della Unione europea, il divieto di brevetto per i medicinali ricavati da cellule staminali «con procedimenti che comportano la distruzione degli embrioni emani». Embrioni umani, sarà il caso di ricordare, che non vengono strappati dal ventre di una donna urlante e sanguinante. Sì, ok, mi scuso per l’immagine: cerco solo di far chiarezza. Ci riprovo. Embrioni umani che, trovandosi in un laboratorio, sono destinati – in qualsiasi caso – ad essere smaltiti come rifiuti speciali. Alles klar?
Nella fattispecie, è contro il lavoro del ricercatore tedesco Oliver Brustle per un trattamento contro il morbo di Parkinson che la Corte lussemburghese si è espressa, affermando che anche gli ovuli non fecondati sono da considerarsi embrioni umani. Ovuli non fecondati. Quindi non si parlava neanche di embrioni, ma di ovuli. Quelli che le mammifere – as-sas-si-ne, as-sas-si-ne! – smaltiscono da sé da quando i mammiferi abitano questo pianeta. Pianeta che, evidentemente senza umani, Greenpeace vuole difendere.
Che c’entra Greenpeace? Beh, oltre a proteggere le mie amiche balene – ciao, carine! – presenta anche ricorsi alla Ue contro la ricerca scientifica del professor Brustle perché, perché, non lo so perché. Chiedetelo a loro, ammesso che le campagne giuridiche antiumaniste lascino tempo libero per rispondere.
Intendiamoci, succede mica nulla. La ricerca scientifica si farà nelle Americhe o in Asia. Le malattie si vinceranno. Ne nasceranno di nuove e combatteremo anche quelle, nella nostra infinita lotta contro dolore e morte. Noi europei, in questo scenario prometeico, ci accontenteremo di proseguire la nostra decadenza e di essere consumatori di prodotti brevettati, anche medicinali, i cui prezzi si stabiliranno altrove. Al massimo si perderà qualche posto di lavoro. Tanto ne abbiamo in abbondanza.
Casa mia/2
giovedì, 15 settembre 2011Leggevo sul Los Angeles Times che, in un rapporto Ubs, è calcolato che l’uscita dall’eurozona di Portogallo o Grecia costerebbe a quei Paesi la metà del reddito nazionale. Che persino la Germania pagherebbe un conto salatissimo qualora scegliesse di tornare al marco, perdendo tra il venti e il venticinque percento, e confermando dunque che l’euro è stato un buon modo di pagare meno costi per l’unificazione tedesca: un costo che è stato socializzato con i partner europei. Ditemi voi se in terzo millennio inoltrato devo ritrovarmi ancora ad utilizzare l’espressione «unificazione tedesca». Porcamucca e dannato von Bismarck. Vabbè.
Eppure le voci di dissolvimento dell’unione monetaria si fanno più insistenti. C’è persino chi invoca il default italiano, portando ad esempio un’Argentina che si è saputa riprendere. Sì, no, vero, l’Argentina più o meno si è ripresa ma qualcuno si è dimenticato delle scene in cui folle affamate inseguivano mucche per strada per grigliarle lì per lì, senza neanche frollare la carne. Anche a me non onorare i debiti pare un’idea furba, se non fosse che sarebbero il mio potere di acquisto e la mia qualità della vita ad essere in gioco, e quella di praticamente ogni cittadino italiano.
Chiunque abbia un mutuo in essere o un prestito, un leasing in corso sarebbe macellato persino peggio della mucca argentina.
Oh, se solo si fossero lasciate le banche al loro destino di mercato, salvaguardando come da legge i risparmiatori. Oh, se il nostro Governo non avesse gettato denaro nel sostegno – ad esempio – all’industria degli yacht per poi andare a caccia di evasori fiscali con barche intestate a società di comodo.
Bon, comunque, le voci si rincorrono e l’atmosfera è agitata. Si vedano:
- German hotheads are close to destroying the euro di Jeffrey Sachs, su Financial Times;
- China and the Doomsday Scenario for Europe di David Francis, su Fiscal Times;
- How China can help Europe get out of debt di Fareed Zakaria, su Washington Post; e – lungo ma vieppiù interessante –
- Does the Euro have a Future? di George Soros, sulla New York Review of Books.
Vi siete mai ritrovati con un debito da pagare? Avete mai redatto un «piano di rientro»? Non vi suona particolarmente bizzarro pensare che si stiano cercando nuovi creditori senza che si attacchi direttamente la fonte del problema, ovvero la scarsa produzione di reddito e la spesa ipertrofica? Se – come sottintendeva il caro Tremonti quando fece infilare il risparmio degli italiani nei conti macroeconomici – siamo tutti una grande famiglia, perché è così difficile comportarsi saggiamente come una famiglia?
La risposta all’ultima domanda è banale e me ne scuso. Perché non lo siamo. È solo quando c’è in giro il «cetriolo globale» che diventiamo tutti ortolani.
Casa mia
venerdì, 9 settembre 2011Mi sono sempre sentito un cittadino europeo. Sono nato quando esistevano confini stabiliti e controlli alle dogane, con passaporti di diverso colore, con cartine appese ai muri di scuola – ma anche nelle case degli zii giramondo – di un mondo diviso in sfere d’influenza. La geografia politica è stata una delle mie passioni più precoci e fin da piccolo era per me punto d’onore conoscere capitale e Paesi confinanti di ogni nazione sulla faccia della Terra. Anni più tardi, al liceo, potevo tranquillamente non aprire il libro di geografia: conoscevo già le principali industrie di questa o quella nazione.
Purtuttavìa, era lo spazio comune europeo a farmi sentire a casa. Complici i viaggi all’estero – la mia amata Heidelberg! – ancora bambino, complice un nonno trasferitosi in Catalogna ma che aveva casa in Ticino o una madre trilingue, o le canzoni che mi constrinsero presto a imparare l’inglese, io ero innamorato della Repubblica francese come della monarchia britannica, mi incuriosivano lo Stato federale tedesco e le autonomie iberiche, discettavo di storia e unioni personali scandinave. Per tacere della Ddr, amore inconfessabile della mia famiglia, e del blocco orientale in genere. E poi la Grecia, l’Ellade, chiamatela come volete. Quella era davvero casa mia: a Patrasso, vicino la chiesa di Sant’Andrea, e su e giù per i Balcani meridionali.
Rivendico ancora oggi la mia contrarietà al trattato di Maastricht. È stata quella la tomba dell’unione politica del mio dolce continente, la fine dei sogni e delle necessità federaliste di Spinelli, Rossi e quella magnifica generazione. L’unione monetaria, delle banche e degli affari, che saltava – è proprio il caso di dirlo, vero signor Delors? – d’emblée la costruzione politica di istituzioni comuni, era la scorciatoia dei tecnocrati e dei boiardi di Stato – vero signori Ciampi e Prodi? – verso non già gli Stati Uniti d’Europa ma per il baratro germanocentrico.
L’attuale crisi interna all’Unione europea ne è definitiva, nel caso servisse, testimonianza. È stato commesso un errore al quale, in questi anni di Nuova Depressione, non si è voluto metter mano.
Di Europa – con diversi accenti – scrivono il Primo ministro e il ministro delle Finanze olandesi, Mark Rutte e Jan Kees de Jager, in Expulsion from the eurozone has to be the final penalty pubblicato dal Financial Times così come Nouriel Roubini e Nicolas Berggruen in Stop dithering. Only full integration can save Europe sul Guardian. Enjoy.
Aggiornamento: ben scritto ed interessante The Crisis of Europe and European Nationalism di George Friedman per Stratfor.
Euro ed Europa, manovra finanziaria e nuove tasse
venerdì, 26 agosto 2011È un po’ lungo il pezzo di John Tamny – che scrive per RealClearMarkets e Forbes – ma ve lo consiglio caldamente. Non foss’altro per il titolo: Europe’s Problem Is Decidedly Not the Euro. È snervante l’idea di aver perso nello scorso triennio di Nuova Depressione la possibilità di far fare un passo in avanti alla costruzione delle istituzioni comuni europee. Di seguito un breve estratto. Buona lettura.
More realistically, when Greece was bailed out, it wasn’t a country that’s been in arrears to creditors for half its modern existence being bailed out, rather it was the banks with exposure to its debt. Lowry might find himself in a difficult situation there given the nominally free market National Review’s endorsement of TARP and the various U.S. bank bailouts, but if conservatives would stick to basic principles that elevate both success and failure, Greece would have defaulted, some banks with improper exposure would have happily gone under, and a wasteful government would have been starved of capital to the benefit of private sector interests in the same country.
Returning to “contagion”, Italy and Spain find themselves facing default today precisely because the banks with exposure to Greek debt were bailed out implicitly through a bailout of the country. Absent this most economy-sapping of moves by the IMF and various governments, Italy and Spain would have seen clearly that there would be no relief coming their way, and fear of default would have forced them to get their fiscal houses in order much earlier. In short, the “contagion” that Lowry refers to is the logical result of governments messing with natural market forces, and in doing so, authoring much worse problems (Italy and Spain, once again) down the line.
Turchia, il bianco e il nero
giovedì, 4 agosto 2011Oggi dovremmo conoscere le delibere dello Yas, il Consiglio militare supremo di Ankara, in merito alle promozioni ai posti di vertice delle forze armate turche. Non è questione da poco, se si pensa che i precedenti si sono dimessi in gran conflitto col governo democraticamente eletto e i papabili sono tutti legati alla cultura laica nazionalista che per decenni ha governato prima degli «islamici moderati» dell’Akp. Se si considera, ancora di più, che l’esercito turco è una potenza nella potenza: possiede una enorme banca e gestisce aziende del complesso militare-industriale.
Quando ero bambino, sul lungomare passava un tipo col carretto montato davanti alla bicicletta, la campanella suonata ad indicare l’arrivo del gelato. Tutti accorrevano a prendere un cono veramente artigianale – nel senso di fatto in casa, come era ovvio nei favolosi 70s, con ingredienti primari naturali – e si trovavano a scegliere fra il cioccolato e il limone. Uno era fatto sciogliendo il Carrarmato Perugina, l’altro spremendo i limoni che abbondano sulle nostre terre. Uno era dolce da far spavento, l’altro per ore ti serrava la bocca come il culo di una gallina.
In Turchia, si può scegliere fra militari potenzialmente golpisti e chi vorrebbe farsi sultano. Io ho sempre preferito il limone.
Once were vikings
lunedì, 25 luglio 2011Non conosco la Norvegia, se non per quanto ne leggo su libri e stampa. So a malapena che, per i bambini di una scuola ebraica, è facile essere molestati da immigrati musulmani su un autobus. Chiaramente, senza che nessuno intervenga né che i responsabili vengano trascinati davanti una corte di giustizia. Vagamente sono a conoscenza delle continue provocazioni, più o meno violente, di fronte ai gay bar da parte degli stessi soggetti.
Né più né meno che la stessa storia in tutto il Vecchio Continente: mentre i Paesi d’oltreoceano possono scegliere, selezionando uno per uno i loro immigrati – arrivando al paradosso di avere ingegneri bengalesi a guidare tassì e medici africani a servire nei fast food – noi, così vicini e così facili, ci prendiamo carico in larga parte di una popolazione giovane proveniente dalle zone rurali del subcontinente indiano, del Vicino e Medio oriente, del Maghreb, dell’Africa nera. Persone che, un po’ più dei nostri provinciali, un po’ meno dei nostri valligiani, hanno una percezione non propriamente condivisibile del presente e del futuro del nostro ensemble.
Ma non c’entra nulla. Anzi, molte testate europee si sono scusate, con chi di preciso non si sa, per aver pensato che a metter bombe in città e sparare su ragazzini in campeggio fossero stati islamisti o, tuttalpiù, una ancora inedita alleanza fra questi e neonazisti. Per tacere di quanti, nelle prime ore, si coprivano il capo di cenere dicendo che era colpa della partecipazione norvegese alle missioni militari internazionali: la giusta vendetta di popoli eternamente aggrediti. Nah. Più penso all’orrore scatenato ad Oslo e nei suoi dintorni e più mi viene da pensare che non mi fa star meglio che l’autore – uno degli autori – di una strage assurda non sia un vendicatore di Bin Laden ma di Ted Kaczynski e Timothy McVeigh. Neanche un po’.
Turchia fra urne e plebiscito
sabato, 11 giugno 2011Bell’articolo di Enzo Bettiza, per quanto la mia preoccupazione sia un tantino maggiore di quella espressa dall’autore, su La Stampa.
Ricorderemo a lungo l’anno Duemilaundici.
Ciao, Francia
lunedì, 16 maggio 2011Sarkozy messo male, i Le Pen in ascesa e Strauss-Kahn – sola speranza di una candidatura forte ed europeista per la presidenza di Francia – accusato un’altra volta di stupro. Mah.
Al voto, al voto
lunedì, 2 maggio 2011Ho scritto più volte che non sarà un voto a cambiare il corso del mondo, e mantengo quella come opinione ufficiale. I governi nazionali, tanto più quelli democratici, stanno perdendo via via potere nei confronti di una economia globalizzata. Ne sono buoni testimoni, in casa nostra, gli affari Alitalia e Parmalat. Nel primo caso, un gruppo di pazzi regalò la fallita compagnia di bandiera ad alcuni imprenditori nostrani, finanziando la cessione a titolo gratuito con il denaro dei contribuenti, pur di non venderla a un prezzo accettabile ai cugini d’Oltralpe. Nel secondo, lo stesso gruppo di pazzi ha dovuto chinare il capo – e fermare la mano colbertista che li dirige – davanti alla limpida quanto legittima compravendita delle azioni del gruppo da parte di, ops, sempre i cugini d’Oltralpe.
Le elezioni, tuttavia, sono un gran bella cosa. Una pratica piacevole e divertente quanto un gioco di strategia o un manageriale calcistico. Mentre, quindi, il Canada è chiamato ad un voto il cui risultato – stando a sentire i sondaggi – sarebbe senza precedenti, siamo qui a commentare l’esito elettorale in una nostra sorella europea, l’Estonia.
Fra le ex repubbliche sovietiche, anche grazie alla vicinanza geografica e l’affinità con la stabile e ricca Finlandia, il piccolo Paese baltico è stato quello che più ha compiuto passi in avanti nel migliorare le condizioni di vita dei propri abitanti. Abitanti che, nonostante un sistema elettorale proporzionale, con sbarramento al cinque percento, un paio di mesi fa hanno confermato ulteriormente i due partiti maggiori, entrambi liberali e aderenti all’Eldr: il Partito riformista – o Reformierakond – più tradizionalmente liberal-liberista, e il Partito di centro – o Keskerakond – simile ai nostri radicali o, meglio, ai repubblicani di provenienza azionista. Nel complesso, i due partiti perdono un seggio al Riigikogu, il parlamento di centouno membri. Buoni i risultati per la destra unita di Pro Patria e Res Publica, che recupera un po’ di seggi dopo il tracollo del 2007. Successo per i third way del Partito socialdemocratico, che passano da dieci a diciannove seggi. Crollano gli ambientalisti, che escono dal parlamento grazie al dimezzamento del consenso, così come gli agrari del Rahvaliit, che pure erano stati partner governativi in passato.
Solo da noi, evidentemente, servono leggi truffa per spingere gli elettori a scegliere partiti altrimenti manifestamente incapaci a raccogliere consenso maggioritario in elezioni libere. Perché, già, quelle italiane proprio non so considerarle tali. Chi sa governare, i voti li raccoglie grazie al lavoro svolto.