Archivi per la categoria ‘Erisiana’

Stati contro baroni e teppisti.

lunedì, 23 marzo 2009

Ripetevamo qualche tempo fa le parole di Robert Anton Wilson: in tempi di crisi anche un drop out può fornire una analisi lucida della realtà. Il miglior articolo che io abbia letto sulla nuova Depressione – e sulla tenaglia dell'aristocrazia finanziaria da una parte e della criminalità economica o terroristica dall'altra che stritola gli stati-nazione – non viene dall'Economist o dal WSJ: è di Matt Taibbi su Rolling Stone. Potete sfogliarlo qui. Enjoy.

Righe per una sceneggiatura.

lunedì, 23 febbraio 2009

Metti la peggior crisi economica degli ultimi ottant'anni. Possiamo definirla la «Nuova Depressione» o, per comodità, ND. Poi, prendi un Paese. Una nazione grande e grossa, chessò, gli Stati Uniti. Sì, cosa vuoi che sappia di regia, immagino – ma mi chiamo fuori da questa scelta, perché fondamentalmente banale – una carrellata su luoghi tipici, simbolici. Lady Liberty o il Campidoglio, il mausoleo di Lincoln, fate vobis. Poi avrai bisogno di introdurre i personaggi. C'è sempre bisogno, e al più presto, di familiarizzare con delle facce. Ci riconosciamo nei nostri simili e proviamo immediatamente – che sia attrazione o repulsione – un senso di affezione, di intimità.
Mi raccomando, butta dentro un po' di richiami alla cronaca. Ad esempio, potresti sfruttare gli omicidi operati dalle bande di killer messicani che, attraversato il confine, viaggiano con i Greyhound per nascondersi agli occhi dell'Fbi. Lascia intendere, come nella realtà, che questi uomini posseggono un background militare, altrimenti non si capirebbe come siano così addestrati alla counter surveillance. Non approfondire troppo, però, perché il succo della storia è un altro e questi sono solo epifenomeni. Aggiungine altri, pareggia il conto. Potresti, per ipotesi, infilarci dentro qualche minuto su una élite corrotta che di fronte alla ND – memorizza gli acronimi, faciliteranno il tuo ragionare su diverse ipotesi senza soffermarsi sul significato semantico delle parole – si spartisce comunque dividendi e premi di produzione milionari. Aggancia questo ceto ai politici che spendono denaro pubblico per sostenere le stesse imprese responsabili di questa crisi finanziaria che sta trascinando il Paese e il mondo nel caos. Poi, gente comune: il cittadino medio, la signora con le buste della spesa, i ragazzi. Qualche minoranza etnica ma rispettando le percentuali della popolazione. Non ci serve un ghetto, una Chinatown. Benissimo.
In sostanza, stai per narrare come una serie di fenomeni, più o meno grandi, più o meno invasivi della vita dei singoli, riescano a creare una percezione della realtà condivisa: un punto di vista non più individuale e spersonalizzante ma collettivo e iperrealistico. Ci sei?
Bene, possiamo quindi aggiungere della perdita continua e precipitosa di consenso per lo Stato, il governo federale, le agenzie più o meno segrete del law enforcement. Possiamo citare la Chicago degli Anni Venti o qualche episodio di Batman: bande indisturbate di piccoli criminali, mafiosi o meno, che distruggono vetrine per terrorizzare, che sparano sui ristoranti che non pagano la 'protezione' o che altro.
La gente un po' si stufa e un po' è cogliona: si raggruppa dietro lo sceriffo, un antieroe molto eroico, oppure è vittima del carisma di un tale che buono non è affatto. Che anzi ama il potere e con la protezione di questa o quell'area geografica – una cittadina di poche migliaia di abitanti è il miglior scenario – giustifica il suo rango di sovrano. Narra dunque la storia di questa «zona temporaneamente autonoma» – o TAZ.
In un caso, quello dello sceriffo, vincono i buoni. Nell'altro, i buoni si riscoprono tali solo dopo l'apparizione di un forestiero. Un ex militare o comunque un civil servant. Dici che un'anarchia di questo tipo non potrebbe funzionare, non sarebbe reale in un Paese come gli Usa? Non sottovalutare il fascino che scenari in cui la quieta cittadina Anni Cinquanta diventa un lager possono avere su un pubblico di suburbani. Le loro case a schiera sono identiche a quelle della pellicola, i vicini hanno le stesse facce, le stesse auto. Né l'impossibilità – ma sarà poi così vero? – che scenari del genere possano accadere in America esclude che possano verificarsi in Europa. Nazioni più piccole, alcune con istituzioni deboli. Che ne so, per dirne una, pensa all'Italia.

Driving in your car.

venerdì, 6 febbraio 2009

Avevo l'intenzione di scrivere la terza puntata di The Obamas ma c'è ancora dibattito sull'entità dello stimulus bill che l'amministrazione democratica vorrebbe approvare. Nel frattempo, dice corriere.it, pare che il Governo italiano abbia deciso di finanziare con 1500 euro la rottamazione delle auto più vecchie. Mi permetto di fare una ragionamento più largo – e vago – e reiterare un pensierino espresso in precedenza: questi aiuti alle industrie non servono a nulla se non a continuare a pagare gli stipendi ed i salari di manager e dipendenti. È legittimo? Sì. È utile? Ho alcuni dubbi.
Prendo ad esempio gli aiuti alle tre grandi sorelle statunitensi delle auto. Riceveranno una montagna di dollari per continare a produrre. Bene. Non li riceveranno le case straniere che sul suolo americano producono e fanno loro concorrenza. Male. Aziende straniere, europee e giapponesi, che – tu guarda – non sono in crisi. Perché? Producono auto migliori. Che durano di più e consumano meno. Eh ma sant'Obama obbligherà le tre sorelle a produrre auto che consumano solo un litro per quindici chilometri. Non esattamente: le impegnerà a sviluppare motori che, punto. Motori che da decenni esistono sui mercati europei e giapponesi così come quelli statunitensi. Mica ricerca tecnologica, fanciulli.
Eh, ma sant'Obama così salva i posti di lavoro. No, davvero credete a questa favola? Si stanno creando le condizioni perché aziende improduttive e quindi pericolose per i loro dipendenti lo siano sempre di più. Aiuti a queste imprese non le fanno entrare sulla retta via, quella di battere la concorrenza, crescere, assumere, aumentare gli stipendi e i salari, et coetera. Il contrario. «Avete sbagliato? Poverini, penso io a ripagare i vostri errori. Col denaro dei contribuenti fra cui, ironia della sorte, anche quelli dei vostri lavoratori». Cessati i finanziamenti, conti per aria e lunga lista di licenziamenti. Ripetendo peraltro l'iter della crisi del '29 che partì, non a caso, da manovre protezionistiche contro i prodotti stranieri e tacendo sui danni alle economie dei Paesi in via di sviluppo – i poveri… – che avranno ancora meno chance di vendere sui nostri mercati.

Fate pure. Così, anche chi non avrà comprato un'auto General Motors, Ford, Chrysler – o Fiat se per questo – ne pagherà una. La prossima volta, lo consiglio nuovamente, compratela. Almeno avrete il diritto di guidarla.

Il rispetto si guadagna. E si perde.

martedì, 16 dicembre 2008

Ora che il Piddì si è immolato al dipietrismo, ora che – come titolava
Televideo – ci sono «Chiodi in testa su Costantini», ora che è stato
fatto fuori l'unico dirigente socialista che avesse un seguito
popolare, ora che per la presidenza di una regione sono stati spesi in
anticipo sul previsto centinaia di migliaia di euro rigorosamente
prelevati dalle tasche dei cittadini, ora che di una bella terra s'è
fatto un casus belli, qualcuno sa dove è finita la «montagna di prove» contro Ottaviano Del Turco?
Verrà
quel giorno in cui vedremo un magistrato licenziato in tronco – come
chiunque di noi – per aver arrecato danno all'“azienda” per la quale
lavora. Per aver infangato il nome di un cittadino, per averlo recluso
in isolamento come il peggiore degli assassini, per aver avuto il
superbo coraggio di chiedere una proroga di cinque mesi per
arrampicarsi sugli specchi – a spese nostre. Nessun trasferimento, il
licenziamento: l'Italia è piena di liti condominiali da dirimere.
Ora, separazione delle carriere e responsabilità patrimoniale dell'inquirente.

Forti, gli americani.

martedì, 30 settembre 2008

E così il Congresso ha rigettato il piano di Bush e della Fed per salvare il salvabile nella tremenda crisi finanziaria che ha colpito gli Usa ed il resto del pianeta. Per quanto trovi interessante l'alleanza fra i liberali duri e puri e certo mondo no global, come la sconfitta dell'ipotesi colbertista cara a Giulio Tremonti, la mia attenzione è spostata su altro.
Nella storia, ogni centro di potere decadde e fu sostituito a causa di dissesti finanziari. Non è una novità. Roma cadde quando non potè più pagare i propri mercenari posti alla difesa dei confini nordorientali dell'Impero. Venezia cominciò il suo declino quando l'argento proveniente dalle miniere tedesche non fu più sufficiente a pagare le sue navi. Anversa, Londra, stesse storie in differenti epoche. Ora, anche se la transizione è cominciata da almeno vent'anni, tocca a New York. L'ultimo centro del pianeta è la California. Los Angeles, probabilmente, ne è il cuore pulsante. Nella Silicon Valley vengono disegnati gli oggetti che nel futuro prossimo ci accompagneranno. Le università californiane sfornano fra i migliori professionisti del pianeta. Uno statunitense su otto abita lì, produce reddito lì e vota lì.
Si può ipotizzare che, chiunque vinca le elezioni di novembre, il prossimo presidente degli Stati Uniti condurrà una politica estera diversa da quella di George Bush Jr. ma dubito vi sarà alcuna rivoluzione quand'anche fosse Obama ad affermarsi. Prima che la Cina superi in termini economici gli Usa ci vorranno almeno trent'anni. In trent'anni, o cinquanta, può darsi che il centro di potere globale si sposti ancora, lasciando le Americhe per proseguire il suo incessante cammino verso Occidente. Dal Mediterraneo al Mare del Nord, all'Atlantico, al Pacifico.
Non vedo oggi un Paese che si qualifichi come candidato: il motore primo di questo movimento progressivo è stata la ricerca della libertà individuale e dell'autonomia economica delle singole persone, spesso contro i poteri delle chiese e della politica. Il Giappone è stato incapace di risolvere la sua crisi economica, per quanto sia in ripresa, così come non è evoluto in senso liberale e individualista. La Cina, non vale la pena parlarne. Singapore, per cortesia. L'India, forse, forte della sua tradizione di tolleranza – benché attraversata da conflitti religiosi e paurose disparità di classe. Ma non è questo il tempo per discuterne.
Lasciatemi assistere alla decadenza dell'ultimo grande impero dell'Uomo. Perché, mala tempora currunt, non è detto che venga sostituito.

Franzin Hood,

mercoledì, 24 settembre 2008

Geniali. Il trentanovenne Benedict Hancock, funzionario di banca, ha trasferito fondi per sette milioni di sterline – dieci milioni di euro – dai conti delle aziende più ricche ad altre attività in difficoltà momentanea. La storia su Financial Advice UK. Il catalano Enric Duran, invece, ha convinto trentanove agenzie di credito a prestargli somme pari a mezzo milione di euro che ha utilizzato per produrre una pubblicazione di movimento, Crisi, utilizzata anche per autodenunciarsi. Al momento è ancora latitante.

Ommamma.

martedì, 16 settembre 2008

Cercavo nel mio vecchio blog una cosa che avevo scritto e mi sono imbattuto in questo. A volte mi stupisco di me stesso.

In principio fu il suono.
Infine, quando la Caduta fu completata dando vita ad un nuovo assetto che non li vedeva più seduti di fronte l'altro, venne a lui chiedendo di preparare un articolo per la sua nuova rivista di geopolitica gnostica. Sorrise, guardando l'avversario d'un tempo, e conformemente al suo fare verboso fece partire la discussione: «Ti stai godendo la libertà di stampa, eh?».
«Questa è una falsa libertà. Sarebbe libertà se provvedessero alla distribuzione sistematica d'ogni pubblicazione», fece eco il novello editore.
«Hai una strana concezione del libero mercato: c'è concorrenza anche sulla distribuzione. Se hai denaro per la pubblicità del tuo prodotto, trovi un distributore migliore di tanti altri perché sa che ci guadagnerà di più», lo stuzzicò.
«Visto a cosa siamo giunti? Il denaro ha vinto, la cervogia di Artù ha ceduto il passo alla Coca-Cola», rispose stizzito.
«Non cambierai mai», disse sorridente, scuotendo il capo. «Solo voialtri biancovestiti riuscite a vedere il demonio ovunque».
«Ah, sì? E non è demoniaco chi non ha rispettato le regole del gioco e ci ha sconfitti?». Avevano giocato a scacchi per oltre un secolo, bianchi e neri, pedone e mossa. Biancovestiti da una parte, mantineri dall'altra. Un bel giorno una mano calò sulla scacchiera e gettò via ogni pezzo in un colpo solo.
«Forse lo è, forse no: a me non fa alcuna differenza. So per certo che siamo sconfitti, tant'è vero che vieni a chiedermi un saggio della mia Tradizione», rispose in una scrollata di spalle.
«La Tradizione è una sola, noi siamo stati interpreti diversi, viaggiatori di cammini differenti», ebbe a rimbrottargli l'altro.
«Cazzate: ci siamo combattuti quotidianamente, abbiamo perso pezzi e tanti, ben prima che ci togliessero la scacchiera. Uno dei vostri vescovi che cadeva, e perdevate la Prussia; uno dei nostri cavalieri nelle vostre mani, e perdevamo il monte Libano. E' stata una lotta senza tregua, lo sai. Solo la sconfitta poteva portarti a chiedermi di scrivere per la vostra formazione». Si accese una sigaretta.
«Sei un mantonero, hai sempre combattuto e ti ho stimato per questo: meritavi più d'un ruolo da pedone».
«Cosa fai, credi di aver bisogno d'adularmi?», scoppiò in una risata. «Sai bene che pur di prender parte al gioco avrei fatto di tutto. Ho potuto fare il pedone, mentre tu sei stato a cavallo l'ultimo giorno. Non fa alcuna differenza. Abbiamo preso parte al gioco ed abbiamo perso, entrambi. La tua Regina è caduta e la mia Casa è distrutta».
«Tutto è perduto ma noi non lo siamo», rispose il biancovestito, «Abbiamo il dovere di riunire la Tradizione e riprendere a combattere: questa volta contro il nemico comune».
«E' ciò di cui sei convinto, ne prendo atto, ma non credo le stesse cose», fece il mantonero, «La mia Casa non esiste più né voglio che venga ricostruita in questa era. I mattoni che la componevano sono sul suolo, buoni per essere utilizzati per un'altra costruzione, chissà, più in là nel tempo. Chiunque vorrà potrà prenderne uno: non è forse vero che molte delle nostre Storie appaiono in brani e brandelli, seviziate e reinventate, nei libri delle nuove spiritualità tanto in voga? Prendi quel Coelho, prendi tutta l'immondizia new age che si trova nei supermercati».
«Dammi uno dei vostri mattoni, consegnami tre o quattro cartelle prima che sfiorisca la rosa», disse a brutto muso il Cavaliere biancovestito.
Annuì, sorridendo per le parole nere in bocca al bianco, e consegnò i fogli dattiloscritti prima che i Gemelli sostituissero il Toro. Narrò ai lettori del ruolo del suono per le civiltà che s'erano susseguite. Narrò della genesi della storia del mondo, dei cantori delle sinagoghe e dello shofar. Narrò dei miti atlantidei e del buon selvaggio che accoglieva cantando gli esploratori occidentali nel Nuovo mondo. Raccontò delle poesie celtiche che altro non erano che incantesimi, dei mantra ripetuti ossessivamente come dei dervisci che ruotavano al suono del tamburello. Ricordò Morgana e Merlino legati in eterno, il loro sortilegio d'amore in versi, come i canti degli schiavi tradotti nelle Americhe. Ed i Neanderthal e le loro corde vocali, le voci acute, il possibile rivolgersi all'altro in musica. Donò loro, infine, un canto dei mantineri adatto all'era dei brutti sogni:

Finché l'appetito c'è, io mi sento come un re.
Non pensare a me,
mangerò per te, finché l'appetito c'è.
Se hai paura d'ingrassare, fai a meno di mangiare.
Che m'importa se
tu non pensi a me, finché l'appetito c'è…

Due donne e due uomini, morti uno dopo l'altro, erano il simbolo di quest'era. Un incubo che il canto ripetuto avrebbe dissolto.

Magia. Uso privato del mezzo pubblico.

lunedì, 1 settembre 2008

Lo posto qui più per te che per me. Ci conosciamo da diversi anni e qualche decina di vite: non hai bisogno che ti dica quanto sia ovvio questo oroscopo di Brezsny. Né devo scrivere delle teorie di ingegneria del linguaggio, di Philip K. Dick e delle tre stimmate di Palmer Eldritch, della tradizione magica occidentale con i suoi grimori e la parola che diviene incanto, di Robert A. Wilson, della programmazione neurale, di Merlino e Wilhelm Reich. Io so già e pratico, come un qualsiasi monaco della scuola di Thelema, come un volgare studente di semiotica.

“Il vero segreto della magia è che il mondo è fatto
di parole”, diceva il saggio Terence McKenna. “Se conosci le parole di
cui è fatto il mondo, puoi farne ciò che vuoi”. Ti sto invitando,
Pesci, a cercare di modificare il mondo attraverso il linguaggio. Se
vuoi vivere in mezzo a un caos dove nulla ha senso e nessuno ama
nessuno, esprimiti con pigrizia e noncuranza. Ma se preferisci vivere
in un mondo ricco di significato, di bellezza e di misteri
interessanti, prova a esprimerti con precisione e creatività. Cerca
anche di essere sempre pronto a dare un nome alle verità che sbocciano
davanti ai tuoi occhi. In questo momento sei davanti a un punto di
svolta, da cui potrebbero nascere nuove buone abitudini.

Lo posto perché, si sa, la ripetizione delle parole – come nei mantra, come le vecchie che recitano il Rosario, come l'Abracadabra – ha un potere tutto suo, è stato il Suono a generare tutto sotto forma di onda e l'incenso è potenzialmente cancerogeno. Felice settimana, Pesci.

Ridatemi il collegio.

giovedì, 28 agosto 2008

Rivoglio il collegio uninominale. Rivoglio il mio candidato ed il mio deputato. Il senatore potete anche tenervelo, tanto non ricordo chi fosse. Rivoglio il maggioritario, con qualunque quota di proporzionale, anche senza. Voglio il mio collegio uninominale ed il suo proprietario, altrimenti a chi posso più rivolgermi per problemi del genere?

Caro onorevole Gianfranco F**i,

mi permetto di disturbarla per sottoporle un problema che sta agitando alcuni cittadini del Suo collegio. Come sa, in ogni città c'è una discreta popolazione di ratti (rattus norvegicus, da non confondere col simpatico topolino di campagna) e che questi sono assai molesti. Sono certo che, com'è mio diritto quale cittadino del Suo collegio, la legge mi permetterebbe di uccidere qualunque ratto incrociasse la mia strada la sera, quando rientro a casa dopo aver sostenuto col mio reddito le imprese private del settore della ristorazione nel Suo collegio.
Il mio amico Adriano, però, che è un uomo con un forte senso pratico, mi ha sottoposto un dubbio che si fa via via più consistente: vivendo vicino al fiume, non possiamo esser certi che i ratti abitino nel Suo collegio. Potrebbero nuotare o persino passeggiare sui ponti che ci collegano al Municipio I e quindi ad un collegio il cui rappresentante è di sinistra. In questo caso, forse, la legge non ci permetterebbe di liberarci del ratto in questione, per quanto molesto e portatore di malattie esso possa comunque essere, in quanto potrebbe essere straniero rispetto al Suo collegio. Lei ha certamente, data la sua biografia politica, molta esperienza in queste problematiche: quando presumibilmente un ratto si può dire che risieda in una data zona? Se lo incontro sul territorio del Suo collegio è considerabile come ratto residente? È da considerarsi straniero solo nel caso in cui passi i confini del Suo collegio?
La mia amica Francesca, che è un avvocato assai valente, sostiene che non si possa attribuire residenza ai ratti, giacché nomadi per natura, e quindi dovrebbero essere considerati come demanio dello Stato. Non sono convinto da questa teoria, affatto, ferma restando la mia totale stima nei confronti di Francesca e della sua professionalità.
Gradirei, qualora potesse trovare del tempo nei Suoi gravosi impegni, discutere con lei le possibili soluzioni teoriche e pratiche a questo inconveniente. Potrei raggiungerla a Montecitorio, se la cosa potesse esserle d'aiuto, anche nella prossima settimana.

Cordiali saluti,

Sergio Carravetta

Queen Elizabeth abducted in Tibet.

venerdì, 8 agosto 2008

Vince il premio per “Miglior titolo del giorno fra lo spam che ricevo”. Per un attimo, confesso, ho tremato.