Archivi per la categoria ‘Contea’

Long to reign

lunedì, 6 febbraio 2012

Nel caso voleste farmi un regalino natalizio

lunedì, 5 dicembre 2011

No, così, eh. Dico per dire. Non è una richiesta. Ma se vi venisse in mente, e considerato che condivido fino alla commozione queste parole:

Western Europe is in a strangely neurotic condition of being smug and terrified at the same time. On the one hand, Europeans believe they have at last created an ideal social and political system in which man can live comfortably. In many ways, things have never been better on the old continent. On the other hand, there is growing anxiety that Europe is quickly falling behind in an aggressive, globalized world. Europe is at the forefront of nothing, its demographics are rapidly transforming in unsettling ways, and the ancient threat of barbarian invasion has resurfaced in a fresh manifestation.

In The New Vichy Syndrome, Theodore Dalrymple traces this malaise back to the great conflicts of the last century and their devastating effects upon the European psyche. From issues of religion, class, colonialism, and nationalism, Europeans hold a “miserablist” view of their history, one that alternates between indifference and outright contempt of the past. Today’s Europeans no longer believe in anything but personal economic security, an increased standard of living, shorter working hours, and long vacations in exotic locales.

The result, Dalrymple asserts, is an unwillingness to preserve European achievements and the dismantling of western culture by Europeans themselves. As vapid hedonism and aggressive Islamism fill this cultural void, Europeans have no one else to blame for their plight.

Ecco, se non me lo regalate voi, The new Vichy syndrome di Theodore Dalrymple me lo compro io.

Ballerina mia

giovedì, 24 novembre 2011

Ne scrivo qui, perché parlarne – magari telefonicamente – è troppo faticoso. Perdonate poi la brutalità dell’espressione ma davvero non trovo parole buone per dire a voi, nostri amici di sempre, questa cosa.

Toga Party, nota come Toga e basta, ma anche come Mamma Toga, è morta martedì 22 novembre.

Non credo abbiano senso le domande di rito: stava male, com’è successo e come no. Nella fattispecie stava malissimo, povera piccola vecchietta, e negli ultimi tre o quattro giorni di vita aveva smesso di mangiare, attività che – come per ogni peloso quadrupede – era fra le sue innumerevoli passioni.
Cervello e vera e propria «mente criminale» delle attività animali nei luoghi in cui ha vissuto per quasi tre lustri, mal si adattava a educazione e comportamenti urbani. Era rimasta in cuor suo un animale selvatico, più simile a un gatto che a un cane. Gran guardiana, ogni rumore o traccia la poneva in allarme, dando il via alla nostra piccola ronda composta da dieci zampe.
Zampette lunghe e sottili le sue, come quelle di ogni buon pit bull ADBA, montate su un corpo a prima vista esile ma invero velocissimo e funzionale alla caccia; dei piccioni, sul terrazzo della casa romana, come delle farfalle che si affollavano a baciarla, attorno Casa Baggins, sua ultima residenza.
Agli occhi degli umani, ha sempre sofferto il confronto col suo compagno, animale poderoso, più pesante di dieci, dodici chili e protagonista flamboyant. Ma lei era così: silenziosa, persino schiva, minuta, madre solamente essenziale dei suoi otto cuccioli, imprevedibile. Una gran stronzetta. Il sole attorno il quale si è svolta la vita di Bluto. E la mia, ricambiatissimo. Come quando si esibiva per me, ballando con quel movimento tipico dei felini che saltano da una zampa all’altra, come le massaie quando impastano il pane. O quando si univa alle mie canzoni, nelle rare esibizioni della sua voce, ululando o tubando come una colomba.

Faremo una gran fatica nel non trovare il suo naso all’insù puntato verso di noi, curioso dei movimenti del suo branco e testimone dell’istinto protettivo verso i maschi, i fessi della casa.

Bon, ho già scritto più di quanto avrei voluto e di quanto sia capace di sopportare. Era la mia cagna e dunque la più bella fra le belle. Sapeva di buono anche quando non era buona, spesso, e quando puzzava di cane. È stato un privilegio averla avuta al fianco potendo godere del suo amore incondizionato.

Che Dio abbia pietà di lei e, se non chiedo troppo, di noi che rimaniamo senza. Un po’ sbalorditi, un po’ confusi, eternamente grati.

Lezione del giorno

venerdì, 11 novembre 2011

Se l’undici di novembre puoi stare con le finestre spalancate senza morir di freddo, godendo anzi di un pallido quanto tiepido sole, e un fringuello entra svolazzando – per la seconda volta – in casa, non ti puoi incazzare. Godi della perfezione delle sue forme, della geniale funzionalità della sua struttura ossea, e non spaventarlo. Esce da solo.

Breve nota personale

sabato, 25 dicembre 2010

L’ultimo disco di Phil Collins, Going back, è un gioiello. Un piccolo capolavoro.

(continua…)

Esistenza in vita.

mercoledì, 2 gennaio 2008

Si pensava di commentare monsieur Napolitano e la prima predica del Grande Inquisitore così come le intenzioni di revisione della legge 194, ma sono vieppiù impegnato a disegnare un blog. Sarà il blog della «casa nel bosco» e di tutte le personcine e gli animali che passeggeranno, mangeranno, dormiranno, berranno da quelle parti. Un blog intimista se non intimo, più affine all'Ourfavoriteshop di quanto non volesse esser Fnord. Fnord che rimarrà aperto e sempre più dedicato a questioni generali.
In buona sostanza, qui si manterrà un discreto aplomb mentre vi si deporterà altrove a far cagnara e parlar di noi. A casa nostra.

La mia memoria.

venerdì, 7 dicembre 2007

Caro Giuliano,

dimenticavo di ringraziarti per questo. Bella la canzone, bravi voi a riarrangiarla, le solite cose che si dicono in società. Grazie, invece, per aver riproposto segni e stili del mio, del nostro passato. Era un pezzo che non ne vedevo in giro, che mi rifiutavo di andare in giro per non incontrare ciò che è stato. Magnifica sensazione, quella provata nel vedervi passare fra target, frecce e colori che hanno significato ben più di un generico qualcosa nella mia vita. Come si dice, once a mod always a mod. Il disco, nel complesso, è assai carino. Forse poco riuscita Poison Ivy, ma nelle orecchie ho quella dei Lambrettas: dubito, pur con tutto l'amore e la simpatia nei tuoi confronti, che alcuna altra versione potrebbe significare più di quella. Somewhere in my heart, invece, è persino più bella dell'originale. Per tacere di Over my shoulder e Pensiero d'amore: brillanti. Bravo, bravi.

Goodbye, Blackberry Way.

Sms. Uso privato del mezzo pubblico.

mercoledì, 28 novembre 2007

Finito. Per oggi dovrebbe essere andata. Brochure praticamente chiusa, sul sito web di quellilì ho lavorato, dovrei metter mani ad un altro sito ma posso rimandare a domani. Anche perché verranno i tipi della brochure a dare un'occhiata prima dell'invio al tipografo. Posso rispondere al tuo sms. Lo faccio qui perché credo che abbia una valenza più generale del singolo, tuo caso personale.

(continua…)

Giovani promesse. E comunicazione di servizio.

giovedì, 27 settembre 2007

Quando, fra amici, vediamo passare i ragazzini di oggi ci chiediamo che sarà di loro quando avranno trent'anni. Se potranno ricordare d'esser stati qualcosa, di esser stati parte di un insieme, che ricordi conserveranno. Ciò che ci sconvolge è la loro completa mancanza di stile; noi siamo cresciuti in ambienti «underground» popolati dalle subculture in voga negli anni Ottanta: i punk, gli skin, i mod, i dark, rockabilly e psychobilly, gli immancabili metallari. Spuntavano i primi b-boy, gli hardcorer si dividevano fra straight-edge e skater. Tutti facevano tag sui muri e qualcuno diveniva un artista dell'aerosol.

Oggi i ragazzini sono tutti drammaticamente uguali. Si va ad un concerto reggae o hardcore e si vede la stessa fauna: malvestita, malpettinata, male e basta. L'identità sembra non essere più un assillo, lo stile di vita un impegno troppo gravoso in un'epoca in cui una moda dura, se va bene, il tempo di una stagione. E addio al total look.

Poi si scende in metrò, un po' prima del solito, e s'incontrano quattro ragazzine. Quindici, sedici anni, carine come si può esserlo a quell'età – prima che il corpo dimostri chi si sarà per il resto della vita – e agghindate punk. Ma punk davvero, non quegli sgorbi con le scarpe da tennis ciccione, i calzini a righe e i gusti musicali incasinati. Qui si trattava di quattro giovani punkettine assolutamente ortodosse. Gonna scozzese cortissima su fuseaux neri al ginocchio, giacchetto denim con spille da balia, pins e scritte ovunque, caschetto rosso fuoco o cresta da mohicano verde. E ti riappacifichi col mondo.

Saltando di palo in frasca, sfrutto lo spazio concessomi per avvisare chi sa di dover essere avvisato che gli ordini di scuderia per sabato son quelli di fottersene della manifestazione che parte da piazzale degli Eroi. L'appuntamento è domenica alle undici in piazza Walter Rossi, con la famiglia e gli amici di Walter. Poi, come al solito, ognuno faccia quel che più aggrada.

Being flamboyant.

domenica, 2 settembre 2007

Il caro Anellide mi chiede – in realtà m'incastra in una catena di Sant'Antonio che provvedo a spezzare – di fornire cinque ragioni per le quali ha un senso manu tenere un blog.

(continua…)