A proposito del pressing statunitense.
Intendiamoci: a nessuno frega un cazzo delle sorti di questo Paese. Se Silvio B. fosse funzionale alle stategie statunitensi, non racconterebbero dell'imbarazzo a destra e sinistra per un uomo che non riesce ad evitare che si parli di sé più di quel che fa come premier. Mentre in Italia, nel Pdl, comincia a prepararsi il dopo-Silvio, a Washington ci si preoccupa per come l'ex fido alleato si stia lentamente sfilando, e adoperandosi per la creazione di un blocco eurorusso – allargato al Mediterraneo – che si propone di giocare una sua partita autonoma nel declino degli Usa.
Il Riformista – cui qui si vuol bene – narra di «un'Opa ostile» sull'Italia. Non so se concordo. Credo assomigli più al richiamo dell'azionista di maggioranza all'amministratore delegato.

I barbudos con l’atomica e Israele.
Ovviamente, le agenzie di intelligence non sanno dove gli iraniani conducano gli esperimenti né quando la prima bomba potrebbe essere disponibile. Il Mossad continua ad affermare che essa potrebbe nascere in un periodo compreso fra il 2009 e il 2012, mentre gli statunitensi ritengono che il parto non possa avvenire prima del 2013. Se l'agenzia israeliana avesse ragione, la ‘finestra’ entro la quale operare potrebbe chiudersi presto: una volta acquisita la mortale tecnologia, attaccare l'Iran non avrebbe più alcun senso. Attaccare, infatti, ha una qualche efficacia se riporta gli sforzi iraniani al periodo prenucleare, distruggendo ogni laboratorio, ogni edificio.
Questo, naturalmente, è impossibile per le forze aeree con la Stella di Davide. Toukan e Cordesman individuano in tre siti il centro del processo per produrre materiale fissile destinato alle armi nucleari, ovvero gli impianti di Isfahan, Natanz e Arak. Però...

I russi.
Chiunque abbia occhi per guardare, sa che in Russia la democrazia non è mai arrivata e che – con ogni probabilità – la questione in sé non appassiona che pochi cittadini dell'immenso Paese eurasiatico. Il problema, per loro, è mangiare e bere più che nell'affamatissimo periodo comunista e – prima di ogni altra cosa – sconfiggere ogni anno il Generale Inverno.
Gloria e onore, quindi, al loro alleato, al loro amico più fidato. Sottotitolato. Imperdibile.

Tutto il potere ai despoti.

Lassù sulle montagne.
Si dice tuttavia in giro che molti fra i ranghi si siano lamentati di come l'amministrazione Obama abbia rudemente cacciato McKiernan. Io, invece, mi chiedo perché gli alti ufficiali statunitensi siano tutti di origine scoto-irlandese. Bizzarro.

Due anni con la condizionale.

Papaveri e pallottole.
In Iraq, le insurrezioni sono state solo parzialmente fermate dall'aumento delle truppe statunitensi. Molto di più hanno potuto la nuova direzione del generale Petraeus e le alleanze con i clan sunniti che pure partecipavano alle rivolte. In Afghanistan, questo non sta succedendo. In Pakistan, tanto per dire, sta succedendo persino di molto peggio.
Forse bisognerebbe chiedere qualche consiglio a britannici e russi sulle loro esperienze fra quelle montagne. E smettere di pensare a sradicare la coltivazione di papaveri da oppio: compriamoglieli ad un prezzo migliore. I contadini cambieranno alleanze.

Divorzio all'italiana. In piazza.
Insomma: ci si entusiasma, chi pro chi contro, per una bandana; si offrono candidature alla consorte; se ne pubblicano le lettere indirizzate al marito; si arriva a credere che, persino!, una donna che invecchia possa ricevere una qualche simpatia, c'è anche chi ragiona dei futuri assetti del patrimonio industriale più grande d'Italia invece di prorompere in un sonoro «'sti cazzi». Pace: non viviamo in un Paese normale.
Purché ora non si favoleggi di sconfitte elettorali. Almeno si faccia finta di aver capito la pancia della nazione.

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