Tolgano il gioco a Walter.
Dubbio numero uno: Walter è così convinto che esista ancora un bacino di voti d'opinione a sinistra o quello del tre e spicci percento è uno zoccolo duro irremovibile?
Dubbio numero due: qualora i voti d'opinione scomparsi alle passate legislative fossero stati nuovamente diretti a sinistra, Walter è convinto che si riverseranno nel suo bugliolo o più probabilmente finiranno nelle tasche di Antonio Di Pietro?
Dubbio numero tre: come gestiranno dal loft un avversario-alleato fortissimo, che elegge un ex democristiano dietro l'altro e che gestisce un partito clone del partito-azienda?
Dubbio numero quattro: qualcuno presenterà una lista qualsiasi che non sia né tifosa di nazislamisti né preda di un Pannella o un Nencini, cosicché io possa votarla ben sapendo che non eleggerà nessun deputato?
Dubbio numero cinque: nel medio periodo, diciamo in dieci anni, sarà possibile votare un partito che sia espressione di un'area che proprio sta stretta fra i campioni della conservazione, da Ferrero a Berlusconi? Che sappia coniugare almeno teoricamente Cesare Beccaria e legalità, progresso e ambiente, Mediterraneo e occidente, giustizia e libertà?
Così, eh. Perché a furia d'annullare le schede si rischia di perdere il vizio di partecipare.

Rinnovo dei contratti.
Qui, poi, un bell'articolo fra Napoli e la Gran Bretagna.

Se l'ayatollah non va alla montagna.
No, l'Italia no. Eh, perché. Avete voluto un governo antimondialista, a favore del blocco eurasiatico, amico di Putin e dei suoi satelliti? Mo' ve lo tenete.

Il terrorismo non si ferma con la nonviolenza.

Termodinamica, tipo.
Qualcuno s'è dimenticato la lezione di via Domodossola.

The Obamas. Episode 2: The prayer.
Qualcuno può raccontarmi la profezia del Papa Nero? Ammetto la mia ignoranza, anche in tal senso.

Cheney, che fine umorista.

Tunnel, perché attendere domani.
Possiamo aprire un dibattito sul contrabbando e su come le merci, se il valore percepito è più alto del costo reale per quanto alto possa essere, continuano a fluire anche sotto l'embargo più stretto. E su come stringendo ancora le maglie, uomini e merci troveranno sempre un modo nuovo di filtrare. Il trionfo del liberalismo, se ci si pensa.
Che si fa, quindi, contro i tunnel? Li si manda in pensione: riaprendo immediatamente i valichi con l'Egitto e restituendo profondità alle acque territoriali di Gaza. Passeranno armi dai valichi? No, se ci pensa Tsahal. E se passano lo stesso? Si fa come con lo sceicco in carrozzella: operazioni chirurgiche, dirette ai principali responsabili. Ci sono il know-how e le risorse umane necessarie per continuare con quella tattica, che era mille volte più efficace contro il terrorismo nazislamista.
Continuare ad affamare Gaza non potrà che far sviluppare, grazie al denaro pronto all'acquisto di beni di consumo, le vie sotterranee di Hamas e costringere a nuovi interventi come quello che sta finendo ed indebolendo la classe che più di altre ha interesse ad un pacifico benessere: la borghesia mercantile. Non ha alcun senso.

Se potete, gente, meditate.
Un motivo ci sarà.

Va bene, intervistami.
Allora, come vedi il conflitto in Israele?
Pessimo. Non so se e come se ne potrà uscire. Sono molto preoccupato dalla comunità internazionale la quale, oltre a non avere la benché minima intenzione – e da sempre – di occuparsi del Vicino Oriente, ha anche il coraggio di criticare Israele, che è lasciata sola a gestire la situazione.
Israele non si può criticare?
Cazzo, sì. Ci mancherebbe altro. Israele va criticata e lo faccio io per primo: in questo caso sta conducendo un intervento militare folle. Folle perché il nemico, che non è un esercito e non è fatto di persone, è invincibile. Una ideologia, neanche la più abietta, non si cancella con una serie di bombardamenti.
Se l'intervento è sbagliato, che avrebbe dovuto fare Israele?
L'intervento è 'sbagliato' da un punto di vista morale. Dal mio punto di vista, che vuole essere un punto di vista realista, ovvero focalizzato sull'obiettivo, è un intervento 'folle' perché non si può vincere. Cosa avrebbe dovuto fare Israele, non lo so. Non faccio né vorrei mai fare il rappresentante di altri esseri umani e trovar per loro soluzioni ai problemi dell'oggi.
Quindi secondo te avrebbero dovuto sopportare i razzi sulla testa.
Ma no, non mettermi queste idiozie in bocca. La verità è che non c'era altra soluzione che questa, che è una non-soluzione. Siamo chiari: Hamas non vuole la pace. Se ci fosse pace, Hamas non avrebbe più senso. Campa sul sangue, le vittime, l'orrore. Ma Hamas si fortifica con questo intervento. L'Egitto non vuole riprendersi Gaza, e la soluzione numero uno salta. La soluzione numero due, proposta dagli egiziani, è che Hamas condivida a Gaza il potere con Fatah, ma gli islamisti non vogliono. La soluzione numero tre, che è la più ipocrita se si va a vedere il Libano e il Congo, come il Kosovo e la Bosnia, è che se ne occupi la comunità internazionale. Ma non lo farà.
Mi sembra contraddittorio: l'intervento è folle ma è l'unica soluzione?
Ehi, non l'ho deciso io di fare così il mondo e i miei simili. Israele non può, come non può nessun Paese, tollerare che parte della sua popolazione viva sotto i lanci di razzi, costretta nei rifugi e con l'ansia quotidiana di non sopravvivere. Nessun governo può permettere questo. Quindi, essendo impossibile per incompatibilità fra le parti un qualsiasi accordo politico, si va alle armi.
Cinico.
Eh. Io dico realista. Il campo della morale lo lascio ai professionisti del settore. Mi limito ad osservare l'esistente: Hamas non vuole siglare alcun accordo con quella che definisce «entità sionista». È votato alla sua distruzione. Testualmente: si parla di altri cinque o sei milioni di ebrei pronti per esser trucidati, dal loro nazistoide punto di vista. Fatah ha una dirigenza corrotta, che ha creato in Arafat uno degli uomini più ricchi del mondo e che invece di sfamare la propria popolazione ha concesso una 'liquidazione' miliardaria alla vedova. Fatah e l'Anp in questo momento sono un partner debolissimo, che la comunità internazionale non sta aiutando come dovrebbe: liberando Abu Mazen e i palestinesi da Hamas.
Quindi?
Quindi, immagino che si andrà avanti così. Con periodi più o meno lunghi di relativa quiete e isolati conflitti, più o meno sanguinosi.
Non basterebbe ritirarsi sui confini del '67?
No: quella era la proposta di Barack ad Arafat, che Arafat accettò per poi rimangiarsi nel giro di una settimana la parola. Nessuno da quelle parti vuole la pace: le elite vivono sulla miseria che costruiscono. Di fronte ad una proposta del genere, potrebbero dire di tornare a quelli del '48, perché no?, come se non avessero scatenato i Paesi arabi quelle guerre e come se quelle guerre non fossero state combattute per rigettare gli ebrei a mare. Non è l'attuale dirigenza palestinese quella in grado di assicurare alla propria popolazione e a Israele un cambiamento significativo.
Gli israeliani sì?
Io credo che parte di Israele sia disposta, sì. Certo, questa parte realista è più debole da quando Sharon non è più fra i coscienti. Lui era in grado, da uomo di destra, di garantire quell'altra parte. Quella refrattaria a qualsiasi accordo.
E come si fa a costruire una leadership palestinese che sia in grado di unificare l'Anp?
E che ne so: io mica costruisco Stati. Ci vuole un leader riconosciuto e forte. Che abbia l'autorità, come la aveva Sharon nell'altro campo, per trattare al di sopra di ogni sospetto. In grado di fare rinunzie, perché nessuna delle due parti potrà essere completamente soddisfatta. C'è quel Barghouti, ad esempio, che sembra avere il carisma e il riconoscimento sociale necessari.
Israele dovrebbe liberarlo?
È un assassino, un terrorista sanguinario. Mai e poi mai. Ma Barghouti potrebbe essere in grado di assolvere il compito. Del resto, la pace si fa solo col nemico. Con gli amici è troppo facile.
Sei ancora contraddittorio.
Dal punto di vista di chi non riconosce che un solo lato della medaglia, sì. Se vuoi la pace, rinunci a qualcosa. Chi vi guadagna? Sotto un certo punto di vista, l'avversario. Qui i 'falchi' si fermano perché non vogliono concedere nulla. Ma anche l'avversario rinuncia a qualcosa e i suoi falchi scatenano, come avvenne ad esempio, la seconda intifada. Come diceva un fumettista italiano: se c'è volontà politica si può tutto. Ma bisogna avere spalle grandi per sostenere quella volontà, e la merda che comincia a piovere addosso da quel giorno in avanti. Hai idea di che inferno sarebbe lo Stato palestinese?
Beh, ma sei d'accordo con l'idea “Due popoli, due Stati”, no?
Io sono dell'idea: sei miliardi di persone, nessuno Stato. Figurati. Ma, di nuovo, so scendere a patti con la realtà. È l'unica strada percorribile, ma la controparte non è ancora attrezzata per un evento di questo tipo. Israele dovrebbe continuare a fornire gratuitamente elettricità, acqua, assistenza sanitaria. Perché su qualsiasi giornale si dimentica chi è che cura i feriti palestinesi: gli ospedali specializzati israeliani. Gli stessi che fanno partorire le loro donne con gravidanze a rischio. Finanziando quello Stato, forse, Israele riuscirebbe a farlo rimanere in piedi. Ma i giordani lo vogliono? E come reagirebbe la maggioranza della loro popolazione, priva di qualsiasi diritto, che per un caso del destino è palestinese? E i palestinesi che i libanesi han rinchiuso nei campi profughi, privi anche del diritto di uscirne e di risiedere altrove, che caos solleverebbero? E quanti notabili della Cisgiordania farebbero saltare la testa ad un Barghouti che riceve in dono tanti regali dalla odiata Israele? È più complicato di così. Ancora più complicato. Non bisogna mai dimenticare che chi non accettò la divisione della terra decisa dall'Onu furono l'Egitto, la Siria, la Giordania, il Libano, l'Iraq. Scatenarono nel '48 la prima guerra, persa, e nel '67 ci riprovarono, perdendo ancora. Chi lo vuole, fra i loro 'amici', uno Stato palestinese?
Come andrà a finire, allora?
In nessun modo. Non finirà. Magari, come in un bel libro, gli ebrei si stancheranno di vivere in quel modo e si chiameranno fuori. Alcuni rimarranno a custodire i luoghi sacri con lo status di dhimmi: soggetti agli sputi dei musulmani, alla loro carità, alle loro scimitarre. Finché esisterà lo Stato di Israele, ci sarà guerra. Non è una questione territoriale, economica e politica. Lo è anche, insieme ad una dimensione etnica e religiosa vecchia di millecinquecento anni. Sottovalutare le ragioni culturali di un conflitto è da imbecilli.
Quindi guerra e solo guerra.
E manifestazioni pacifiste in cui sventolano svastiche, in cui i bambini incitano i loro coetanei vestiti da bravi suicidi, in cui le bandiere delle anime belle si piegano al momento della preghiera collettiva. Finché c'è rito c'è speranza, secondo alcuni: gli stessi che criticano Ratzinger perché retrivo invece di criticarlo perché tace dello sterminio degli arabi cristiani a Gaza e a Betlemme. Preferisco, personalmente, rimanere a guardare la realtà facendo peso e contrappeso delle forze che vi si muovono. E allo stesso tempo, di rimanere dalla parte di mio nonno e mio padre: quella opposta a chi uccide per religione ed etnia, a chi schiavizza le donne, a chi impicca gli omosessuali, a chi fucila compatrioti di ideologia avversa, a chi si inginocchia solo davanti al Signore non avendo pietà per chi non prega a modo suo.

Compagno sì, compagno no.
Occhio al popolino: s'infiamma con poco.

Circolare, gente.

Quel che non ti aspetti.
Dopo D'Alema e Hizbullah, voglio Veltroni con uno sceicco di Hamas. Say cheese.

Ora che è morto.
E magari, da sinistra, fare e farsi un po' di autocritica per come l'Internazionale socialista e l'amministrazione Clinton collaborarono al gioco del divide et impera nei Balcani, indebolendo l'Unione europea e dando spazio alle società finanziarie saudite e iraniane che tanto han fatto per costruire le moderne Albania, Bosnia, Kosovo con le loro madrase, i campi di addestramento paramilitari, le centrali del contrabbando di armi e stupefacenti.
Il gioco di Washington? Salvarci quando ve ne è una stretta necessità, indebolire il quadro europeo affinché quella necessità esista sempre. Qualsiasi amministrazione sia in carica.

Sms fino alla vittoria.
D'altro canto, continuare questa battaglia con i mezzi sinora adottati non infligge nessun danno agli islamisti: come una dose di insetticida o di antibiotico non letali, Hamas potrebbe rafforzarsi e rafforzare la sua presa su Gaza, indebolendo Fatah e la presidenza a scadenza ravvicinata di Abu Mazen. Poi che si fa, si libera Barghouti per dare un leader forte ai palestinesi?
Non che sia più chiara la strategia di Hamas: a breve termine, è chiaro, si tratta di sopravvivere con i minori danni umani e strutturali possibili. A medio e lungo termine, invece, fa sorridere pensare al proclama di distruzione dell'«entità sionista». Anche lanciando cinquecento razzi al giorno sulle città del Negev, non si potrebbe raggiungere l'obiettivo.
Insomma, per quanto cinico possa sembrare, per capir qualcosa sarà necessario rimanere a guardare. Semmai, da notare è l'uso della tecnologia da parte di Hamas: come Hizbullah utilizzò un sito internet per informare gli israeliani delle vittime e dei prigionieri fra i loro soldati, scavalcando il riserbo e i segreti del ministero della Difesa, oggi si fa un grande uso del telefono cellulare. Oltre ai razzi, infatti, i cittadini dello Stato ebraico sono bombardati da sms che minacciano la totale distruzione qualora l'intervento non cessi. Se ci dovesse essere una invasione, Hamas potrebbe utilizzare questo canale per seminare terrore fra chi è genitore di un soldato al fronte. Come il volo su Vienna di D'Annunzio ma postmoderno.

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