Tolgano il gioco a Walter.

Elezioni per il parlamento di Bruxelles-Strasbourg prossime venture: maggioranza e opposizione si accordano per creare una soglia di sbarramento. Veltroni crede così di poter incassare il «voto utile» di chi avrebbe votato alla sua sinistra e fermare contemporaneamente quella che si annuncia come una emorragia fatale per i democrat nostrani.

Dubbio numero uno: Walter è così convinto che esista ancora un bacino di voti d'opinione a sinistra o quello del tre e spicci percento è uno zoccolo duro irremovibile?
Dubbio numero due: qualora i voti d'opinione scomparsi alle passate legislative fossero stati nuovamente diretti a sinistra, Walter è convinto che si riverseranno nel suo bugliolo o più probabilmente finiranno nelle tasche di Antonio Di Pietro?
Dubbio numero tre: come gestiranno dal loft un avversario-alleato fortissimo, che elegge un ex democristiano dietro l'altro e che gestisce un partito clone del partito-azienda?
Dubbio numero quattro: qualcuno presenterà una lista qualsiasi che non sia né tifosa di nazislamisti né preda di un Pannella o un Nencini, cosicché io possa votarla ben sapendo che non eleggerà nessun deputato?
Dubbio numero cinque: nel medio periodo, diciamo in dieci anni, sarà possibile votare un partito che sia espressione di un'area che proprio sta stretta fra i campioni della conservazione, da Ferrero a Berlusconi? Che sappia coniugare almeno teoricamente Cesare Beccaria e legalità, progresso e ambiente, Mediterraneo e occidente, giustizia e libertà?

Così, eh. Perché a furia d'annullare le schede si rischia di perdere il vizio di partecipare.

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Rinnovo dei contratti.

Certamente avrete letto qualcosa sul recente accordo quadro fra Confindustria e parti sociali, esclusa ovviamente la Cgil, relativo all'aggiornamento di salari e stipendi. A me, che sono un profano, sfugge qualcosa. Non sarebbe preferibile, ad esempio, superare la contrattazione per categorie ed avere una paga oraria minima stabilita per legge e valida per tutte e tutti, indipendentemente dal settore nel quale si presta lavoro, indipendentemente dal tipo di contratto? Non contribuirebbe, ad esempio, a spoliticizzare l'opera dei sindacati e a riportarli dove realmente c'è bisogno di loro: ovvero sul terreno salariale? E non unirebbe invece che contribuire a dividere una società già mosaico fino alla nausea?
Qui, poi, un bell'articolo fra Napoli e la Gran Bretagna.

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Se l'ayatollah non va alla montagna.

Si narra che i barbudos persiani abbiano qualche problema a costruire ordigni atomici: avrebbero finito la materia prima. Pare, infatti, che Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Germania abbiano dato il via a colloqui diplomatici di una certa rilevanza con i produttori mondiali di uranio. Supportati dal calo del prezzo del petrolio, i fantastici quattro stanno cercando di ammansire Teheran e allo stesso tempo di negoziare principalmente con Kazakhstan, Uzbekistan e Corea del Nord affinché la domanda di materiale radioattivo degli iraniani vada inevasa.
No, l'Italia no. Eh, perché. Avete voluto un governo antimondialista, a favore del blocco eurasiatico, amico di Putin e dei suoi satelliti? Mo' ve lo tenete.

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Il terrorismo non si ferma con la nonviolenza.

Il Dalai Lama ha affermato che la ahimsa non può essere applicata ai terroristi giacché hanno una mente chiusa. Il resto sul Times of India.

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Termodinamica, tipo.

Per ogni sindacatino che incita i khomeinisti a boicottare i «negozzi ebbrei» c'è sempre un uguale e contrario manipolo di arditi nazistelli pronti ad agire.
Qualcuno s'è dimenticato la lezione di via Domodossola.

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The Obamas. Episode 2: The prayer.

Com'è costume da quelle parti, una gran preghiera ha inaugurato la presidenza di Barack Obama. Sui media e in Rete è un gran parlare della partecipazione – per conto dei musulmani – di Ingrid Mattson, cattolica canadese convertita all'Islam e presidente della Islamic Society of North America. La signora Mattson e la Insa sono state più volte accusate di legami con la egiziana Fratellanza musulmana e la sua succursale Hamas: accuse mai provate in tribunale e tantomeno mai smentite dalle interessate. Furiose le polemiche delle confessioni escluse e dei non credenti, così come quelle dei musulmani statunitensi.
Qualcuno può raccontarmi la profezia del Papa Nero? Ammetto la mia ignoranza, anche in tal senso.

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Cheney, che fine umorista.

Dal Weekly Standard: «E penso che nella sinistra del Partito democratico ci sia davvero qualcuno che pensa che abbiamo commesso torture». Se la sinistra dei democrats si chiama John McCain o Susan J. Crawford – ispettore generale al Pentagono quando Cheney era segretario della Difesa – effettivamente è una possibilità.

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Tunnel, perché attendere domani.

C'era una volta il progetto israelo-egiziano di inserire nel terreno pareti metalliche alte tre metri. Ma i tunnel scavati da Gaza in genere si trovano a sei metri di profondità. Allora s'è pensato di imporre un ancor più stretto embargo sulle merci, sottoponendo Gaza ed i suoi abitanti al trattamento minimo di sussistenza pro capite stabilito dalle organizzazioni internazionali. A prescindere da ogni valutazione morale ed etica, questo non ha funzionato.
Possiamo aprire un dibattito sul contrabbando e su come le merci, se il valore percepito è più alto del costo reale per quanto alto possa essere, continuano a fluire anche sotto l'embargo più stretto. E su come stringendo ancora le maglie, uomini e merci troveranno sempre un modo nuovo di filtrare. Il trionfo del liberalismo, se ci si pensa.
Che si fa, quindi, contro i tunnel? Li si manda in pensione: riaprendo immediatamente i valichi con l'Egitto e restituendo profondità alle acque territoriali di Gaza. Passeranno armi dai valichi? No, se ci pensa Tsahal. E se passano lo stesso? Si fa come con lo sceicco in carrozzella: operazioni chirurgiche, dirette ai principali responsabili. Ci sono il know-how e le risorse umane necessarie per continuare con quella tattica, che era mille volte più efficace contro il terrorismo nazislamista.
Continuare ad affamare Gaza non potrà che far sviluppare, grazie al denaro pronto all'acquisto di beni di consumo, le vie sotterranee di Hamas e costringere a nuovi interventi come quello che sta finendo ed indebolendo la classe che più di altre ha interesse ad un pacifico benessere: la borghesia mercantile. Non ha alcun senso.

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Se potete, gente, meditate.

E così inizia il ritiro di Tsahal dalla Striscia di Gaza. Hamas è ancora lì, imbattuta, e lì è ancora Israele. Una scaramuccia da un migliaio di morti, tanto per riassestare un po' gli equilibri e dare un messaggio a Teheran. Mentre in Europa le sinistre sfilavano brandendo bandiere con la svastica, come sabato a Roma, in Cisgiordania non è scoppiata nessuna nuova intifada.
Un motivo ci sarà.

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Va bene, intervistami.

Considerato che vuoi proprio chiacchierare con me, fammi domande e io rispondo. O cerco di farlo, per quanto mi è possibile. Se l'idea ti diverte, perché negarti il piacere.

Allora, come vedi il conflitto in Israele?
Pessimo. Non so se e come se ne potrà uscire. Sono molto preoccupato dalla comunità internazionale la quale, oltre a non avere la benché minima intenzione – e da sempre – di occuparsi del Vicino Oriente, ha anche il coraggio di criticare Israele, che è lasciata sola a gestire la situazione.

Israele non si può criticare?
Cazzo, sì. Ci mancherebbe altro. Israele va criticata e lo faccio io per primo: in questo caso sta conducendo un intervento militare folle. Folle perché il nemico, che non è un esercito e non è fatto di persone, è invincibile. Una ideologia, neanche la più abietta, non si cancella con una serie di bombardamenti.

Se l'intervento è sbagliato, che avrebbe dovuto fare Israele?
L'intervento è 'sbagliato' da un punto di vista morale. Dal mio punto di vista, che vuole essere un punto di vista realista, ovvero focalizzato sull'obiettivo, è un intervento 'folle' perché non si può vincere. Cosa avrebbe dovuto fare Israele, non lo so. Non faccio né vorrei mai fare il rappresentante di altri esseri umani e trovar per loro soluzioni ai problemi dell'oggi.

Quindi secondo te avrebbero dovuto sopportare i razzi sulla testa.
Ma no, non mettermi queste idiozie in bocca. La verità è che non c'era altra soluzione che questa, che è una non-soluzione. Siamo chiari: Hamas non vuole la pace. Se ci fosse pace, Hamas non avrebbe più senso. Campa sul sangue, le vittime, l'orrore. Ma Hamas si fortifica con questo intervento. L'Egitto non vuole riprendersi Gaza, e la soluzione numero uno salta. La soluzione numero due, proposta dagli egiziani, è che Hamas condivida a Gaza il potere con Fatah, ma gli islamisti non vogliono. La soluzione numero tre, che è la più ipocrita se si va a vedere il Libano e il Congo, come il Kosovo e la Bosnia, è che se ne occupi la comunità internazionale. Ma non lo farà.

Mi sembra contraddittorio: l'intervento è folle ma è l'unica soluzione?
Ehi, non l'ho deciso io di fare così il mondo e i miei simili. Israele non può, come non può nessun Paese, tollerare che parte della sua popolazione viva sotto i lanci di razzi, costretta nei rifugi e con l'ansia quotidiana di non sopravvivere. Nessun governo può permettere questo. Quindi, essendo impossibile per incompatibilità fra le parti un qualsiasi accordo politico, si va alle armi.

Cinico.
Eh. Io dico realista. Il campo della morale lo lascio ai professionisti del settore. Mi limito ad osservare l'esistente: Hamas non vuole siglare alcun accordo con quella che definisce «entità sionista». È votato alla sua distruzione. Testualmente: si parla di altri cinque o sei milioni di ebrei pronti per esser trucidati, dal loro nazistoide punto di vista. Fatah ha una dirigenza corrotta, che ha creato in Arafat uno degli uomini più ricchi del mondo e che invece di sfamare la propria popolazione ha concesso una 'liquidazione' miliardaria alla vedova. Fatah e l'Anp in questo momento sono un partner debolissimo, che la comunità internazionale non sta aiutando come dovrebbe: liberando Abu Mazen e i palestinesi da Hamas.

Quindi?
Quindi, immagino che si andrà avanti così. Con periodi più o meno lunghi di relativa quiete e isolati conflitti, più o meno sanguinosi.

Non basterebbe ritirarsi sui confini del '67?
No: quella era la proposta di Barack ad Arafat, che Arafat accettò per poi rimangiarsi nel giro di una settimana la parola. Nessuno da quelle parti vuole la pace: le elite vivono sulla miseria che costruiscono. Di fronte ad una proposta del genere, potrebbero dire di tornare a quelli del '48, perché no?, come se non avessero scatenato i Paesi arabi quelle guerre e come se quelle guerre non fossero state combattute per rigettare gli ebrei a mare. Non è l'attuale dirigenza palestinese quella in grado di assicurare alla propria popolazione e a Israele un cambiamento significativo.

Gli israeliani sì?
Io credo che parte di Israele sia disposta, sì. Certo, questa parte realista è più debole da quando Sharon non è più fra i coscienti. Lui era in grado, da uomo di destra, di garantire quell'altra parte. Quella refrattaria a qualsiasi accordo.

E come si fa a costruire una leadership palestinese che sia in grado di unificare l'Anp?
E che ne so: io mica costruisco Stati. Ci vuole un leader riconosciuto e forte. Che abbia l'autorità, come la aveva Sharon nell'altro campo, per trattare al di sopra di ogni sospetto. In grado di fare rinunzie, perché nessuna delle due parti potrà essere completamente soddisfatta. C'è quel Barghouti, ad esempio, che sembra avere il carisma e il riconoscimento sociale necessari.

Israele dovrebbe liberarlo?
È un assassino, un terrorista sanguinario. Mai e poi mai. Ma Barghouti potrebbe essere in grado di assolvere il compito. Del resto, la pace si fa solo col nemico. Con gli amici è troppo facile.

Sei ancora contraddittorio.
Dal punto di vista di chi non riconosce che un solo lato della medaglia, sì. Se vuoi la pace, rinunci a qualcosa. Chi vi guadagna? Sotto un certo punto di vista, l'avversario. Qui i 'falchi' si fermano perché non vogliono concedere nulla. Ma anche l'avversario rinuncia a qualcosa e i suoi falchi scatenano, come avvenne ad esempio, la seconda intifada. Come diceva un fumettista italiano: se c'è volontà politica si può tutto. Ma bisogna avere spalle grandi per sostenere quella volontà, e la merda che comincia a piovere addosso da quel giorno in avanti. Hai idea di che inferno sarebbe lo Stato palestinese?

Beh, ma sei d'accordo con l'idea “Due popoli, due Stati”, no?
Io sono dell'idea: sei miliardi di persone, nessuno Stato. Figurati. Ma, di nuovo, so scendere a patti con la realtà. È l'unica strada percorribile, ma la controparte non è ancora attrezzata per un evento di questo tipo. Israele dovrebbe continuare a fornire gratuitamente elettricità, acqua, assistenza sanitaria. Perché su qualsiasi giornale si dimentica chi è che cura i feriti palestinesi: gli ospedali specializzati israeliani. Gli stessi che fanno partorire le loro donne con gravidanze a rischio. Finanziando quello Stato, forse, Israele riuscirebbe a farlo rimanere in piedi. Ma i giordani lo vogliono? E come reagirebbe la maggioranza della loro popolazione, priva di qualsiasi diritto, che per un caso del destino è palestinese? E i palestinesi che i libanesi han rinchiuso nei campi profughi, privi anche del diritto di uscirne e di risiedere altrove, che caos solleverebbero? E quanti notabili della Cisgiordania farebbero saltare la testa ad un Barghouti che riceve in dono tanti regali dalla odiata Israele? È più complicato di così. Ancora più complicato. Non bisogna mai dimenticare che chi non accettò la divisione della terra decisa dall'Onu furono l'Egitto, la Siria, la Giordania, il Libano, l'Iraq. Scatenarono nel '48 la prima guerra, persa, e nel '67 ci riprovarono, perdendo ancora. Chi lo vuole, fra i loro 'amici', uno Stato palestinese?

Come andrà a finire, allora?
In nessun modo. Non finirà. Magari, come in un bel libro, gli ebrei si stancheranno di vivere in quel modo e si chiameranno fuori. Alcuni rimarranno a custodire i luoghi sacri con lo status di dhimmi: soggetti agli sputi dei musulmani, alla loro carità, alle loro scimitarre. Finché esisterà lo Stato di Israele, ci sarà guerra. Non è una questione territoriale, economica e politica. Lo è anche, insieme ad una dimensione etnica e religiosa vecchia di millecinquecento anni. Sottovalutare le ragioni culturali di un conflitto è da imbecilli.

Quindi guerra e solo guerra.
E manifestazioni pacifiste in cui sventolano svastiche, in cui i bambini incitano i loro coetanei vestiti da bravi suicidi, in cui le bandiere delle anime belle si piegano al momento della preghiera collettiva. Finché c'è rito c'è speranza, secondo alcuni: gli stessi che criticano Ratzinger perché retrivo invece di criticarlo perché tace dello sterminio degli arabi cristiani a Gaza e a Betlemme. Preferisco, personalmente, rimanere a guardare la realtà facendo peso e contrappeso delle forze che vi si muovono. E allo stesso tempo, di rimanere dalla parte di mio nonno e mio padre: quella opposta a chi uccide per religione ed etnia, a chi schiavizza le donne, a chi impicca gli omosessuali, a chi fucila compatrioti di ideologia avversa, a chi si inginocchia solo davanti al Signore non avendo pietà per chi non prega a modo suo.

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Compagno sì, compagno no.

I compagni della "Federazione lavoratori agro-industria e commercio uniti" aderente alla Cub, la Confederazione unitaria di base, invitano prima al boicottaggio delle merci israeliane e dei negozi gestiti da ebrei e poi, dietro una querela per istigazione all'odio razziale, al solo boicottaggio delle merci. Qualcuno ricorda, sì, a che partito era iscritto, di che partito era dirigente, che giornali diresse Lui? E quell'altro, altrettanto basso e meno massiccio, a chi si rivolgeva?
Occhio al popolino: s'infiamma con poco.

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Circolare, gente.

Perché nessuno si faccia male, qualcuno sposti i vigili urbani dell'Unifil. E metta un po' di sale in zucca allo Stato maggiore israeliano.

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Quel che non ti aspetti.

Hamas invia dei rappresentanti all'incontro a Sharm el-Sheik e viene criticata dagli europei, gli stessi che hanno finanziato per anni i suoi libri scolastici in cui gli ebrei sono definiti maiali. Non è bastato. Ci si è messo anche il governo egiziano, loro ex padrone di casa, affermando che Hamas deve cessare da subito il bombardamento delle città del mezzogiorno israeliano. Ed i turchi, che si offrono come truppe d'interposizione, i quali hanno affermato che è dell'organizzazione islamista la responsabilità della ulteriore sofferenza per i cittadini di Gaza.
Dopo D'Alema e Hizbullah, voglio Veltroni con uno sceicco di Hamas. Say cheese.

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Ora che è morto.

Alla luce dei reciproci attentati di Mitrovica, dove neanche l'apartheid funziona fra serbi ortodossi e albanofoni musulmani, forse bisognerà rileggere la controversa ma seminale opera di Samuel Huntington. Lontani dalle posizioni precostituite, dai punti di vista immutabili, dalla ricerca di verità totali.
E magari, da sinistra, fare e farsi un po' di autocritica per come l'Internazionale socialista e l'amministrazione Clinton collaborarono al gioco del divide et impera nei Balcani, indebolendo l'Unione europea e dando spazio alle società finanziarie saudite e iraniane che tanto han fatto per costruire le moderne Albania, Bosnia, Kosovo con le loro madrase, i campi di addestramento paramilitari, le centrali del contrabbando di armi e stupefacenti.
Il gioco di Washington? Salvarci quando ve ne è una stretta necessità, indebolire il quadro europeo affinché quella necessità esista sempre. Qualsiasi amministrazione sia in carica.

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Sms fino alla vittoria.

Non è ancora chiara la strategia di Israele riguardo Gaza. Se si stia trattando di un messaggio ad Hamas, ebbene, questo ha avuto un potere deterrente minimo. Allo stesso tempo, è impossibile che senza un intervento di terra – traduco: una invasione – Gerusalemme riesca a liberarsi da quei pazzi. Una operazione di questo tipo porterebbe i soldati di Tsahal in un caotico intreccio di strade densamente popolate, dove le difese all'invasore sono state costruite da forze non militari. Insomma, in una situazione scarsamente gestibile dove al tiro al piccione di Hamas – e degli altri gruppi – si potrebbe opporre solamente l'artiglieria contro gli edifici. Causando una serie inaudita di vittime civili e il risentimento del mondo intero. Non è ciò di cui, dal mio punto di vista, ha bisogno ora Israele: ora che la partita con l'Iran, senza la copertura statunitense, come da Bush in poi è diventato abituale, si fa più vicina. E soprattutto dopo il fallimentare intervento contro Hizbullah in Libano, quando l'opinione pubblica interna si è rivoltata contro lo Stato Maggiore.
D'altro canto, continuare questa battaglia con i mezzi sinora adottati non infligge nessun danno agli islamisti: come una dose di insetticida o di antibiotico non letali, Hamas potrebbe rafforzarsi e rafforzare la sua presa su Gaza, indebolendo Fatah e la presidenza a scadenza ravvicinata di Abu Mazen. Poi che si fa, si libera Barghouti per dare un leader forte ai palestinesi?
Non che sia più chiara la strategia di Hamas: a breve termine, è chiaro, si tratta di sopravvivere con i minori danni umani e strutturali possibili. A medio e lungo termine, invece, fa sorridere pensare al proclama di distruzione dell'«entità sionista». Anche lanciando cinquecento razzi al giorno sulle città del Negev, non si potrebbe raggiungere l'obiettivo.
Insomma, per quanto cinico possa sembrare, per capir qualcosa sarà necessario rimanere a guardare. Semmai, da notare è l'uso della tecnologia da parte di Hamas: come Hizbullah utilizzò un sito internet per informare gli israeliani delle vittime e dei prigionieri fra i loro soldati, scavalcando il riserbo e i segreti del ministero della Difesa, oggi si fa un grande uso del telefono cellulare. Oltre ai razzi, infatti, i cittadini dello Stato ebraico sono bombardati da sms che minacciano la totale distruzione qualora l'intervento non cessi. Se ci dovesse essere una invasione, Hamas potrebbe utilizzare questo canale per seminare terrore fra chi è genitore di un soldato al fronte. Come il volo su Vienna di D'Annunzio ma postmoderno.

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