Caro onorevole Gianfranco F**i,
mi permetto di disturbarla per sottoporle un problema che sta agitando alcuni cittadini del Suo collegio. Come sa, in ogni città c'è una discreta popolazione di ratti (rattus norvegicus, da non confondere col simpatico topolino di campagna) e che questi sono assai molesti. Sono certo che, com'è mio diritto quale cittadino del Suo collegio, la legge mi permetterebbe di uccidere qualunque ratto incrociasse la mia strada la sera, quando rientro a casa dopo aver sostenuto col mio reddito le imprese private del settore della ristorazione nel Suo collegio.
Il mio amico Adriano, però, che è un uomo con un forte senso pratico, mi ha sottoposto un dubbio che si fa via via più consistente: vivendo vicino al fiume, non possiamo esser certi che i ratti abitino nel Suo collegio. Potrebbero nuotare o persino passeggiare sui ponti che ci collegano al Municipio I e quindi ad un collegio il cui rappresentante è di sinistra. In questo caso, forse, la legge non ci permetterebbe di liberarci del ratto in questione, per quanto molesto e portatore di malattie esso possa comunque essere, in quanto potrebbe essere straniero rispetto al Suo collegio. Lei ha certamente, data la sua biografia politica, molta esperienza in queste problematiche: quando presumibilmente un ratto si può dire che risieda in una data zona? Se lo incontro sul territorio del Suo collegio è considerabile come ratto residente? È da considerarsi straniero solo nel caso in cui passi i confini del Suo collegio?
La mia amica Francesca, che è un avvocato assai valente, sostiene che non si possa attribuire residenza ai ratti, giacché nomadi per natura, e quindi dovrebbero essere considerati come demanio dello Stato. Non sono convinto da questa teoria, affatto, ferma restando la mia totale stima nei confronti di Francesca e della sua professionalità.
Gradirei, qualora potesse trovare del tempo nei Suoi gravosi impegni, discutere con lei le possibili soluzioni teoriche e pratiche a questo inconveniente. Potrei raggiungerla a Montecitorio, se la cosa potesse esserle d'aiuto, anche nella prossima settimana.
Cordiali saluti,
Sergio Carravetta
Ridatemi il collegio.

Ancora Dostojevskij.
Davvero si ritiene che sarà possibile un appeasement con gli autocrati russi ora che i loro ex satelliti – in larga parte membri dell'Unione europea – si sentono maggiormente minacciati dal nuovo espansionismo moscovita? E che impressione quell'esponente della Lega – non mi si chieda il nome, era poco più d'un ragazzotto – che indica in Santa Madre Russia il baluardo, addirittura il «cuscinetto contro l'espansione islamica».
La geopolitica, gioco che s'era erroneamente pensato di poter dimenticare, non è una partita di Risiko. Si gioca sì sulla superiorità tecnologica in campo militare e sulle risorse economiche ma non è e non potrebbe essere slegata dal fattore demografico. La Russia si sta svuotando e l'altra grande autocrazia – la Cina – pur piena di risorse umane sta scoprendo le bellezze del mercato, inviluppata nella crisi di cui è in parte causa e in parte vittima, grazie alla scarsa domanda occidentale.
Pochi gli scenari possibili per l'Ue: continuare senza una politica estera comune e senza un ruolo manifesto negli equilibri globali oppure allinearsi agli Stati Uniti nella nuova sfida che, come negli anni Settanta con Nixon, deve tenere separate Cina e Russia, consentendo magari a quest'ultima di estendere il proprio controllo in Asia centrale. Ammesso e non concesso che gli Usa riescano a sfilarsi con grazia dagli scenari iracheni ed afgani. Oppure, ma non è credibile anche in virtù della politica Usa, dotarsi di un solo governo a Bruxelles, allargandosi nei Balcani ed arrestando gli investimenti iraniani e sauditi in Bosnia, Albania e Kosovo, prendendo il controllo del suo proprio territorio.
Più seriamente, meno fantapoliticamente, all'Unione europea non sembra rimanere che il ruolo della stanca spettatrice, preda di potenze economiche e della sua recente indisponibilità – lo chiamano soft power – a essere protagonista della storia mondiale, proprio ora che è chiaro a chiunque che la «fine della storia» è una chimera irraggiungibile.

Avanti il prossimo. O la prossima.
Ora si cambia pagina. Gli accordi con la presidenza dell'Anp sono chiari: per ogni acro di terra sottratto alla Cisgiordania, l'Anp sarà risarcita con altrettanta terra israeliana. Ogni israeliano che non si trasferirà volontariamente dietro il confine, rimarrà nel nuovo Stato arabo. Questa è la scommessa che si troverà dinanzi il leader di Kadima, chiunque esso sia. Procedere nella costruzione di due Stati in collaborazione con l'Anp e Fatah, come testimoniano non solo la liberazione di duecento militanti arabi ma anche e sopratutto l'assistenza logistica ai militanti di Fatah e le loro famiglie che fuggono attraverso il territorio ebraico dal carcere messo su da Hamas in Gaza, e provvedere senza la coercizione militare allo sgombero progressivo degli insediamenti agricoli e residenziali.
Non sarà una partita facile, anche grazie alla divisione dell'opinione pubblica israeliana e al crescente consenso di conservatori e laburisti. I due partiti popolari, infatti, hanno de facto tutto l'interesse a rallentare questo processo in virtù del consenso che gli strati più poveri della popolazione danno ai loro partiti. E sebbene questi non siano tradizionalmente la scelta preferita da chi vive in Cisgiordania, potrebbero risentire nel consenso, per un malinteso senso di «solidarietà di classe», una eventuale rapidità nell'accordo con la controparte.
Ai militanti di Kadima la scelta e poi l'oneroso compito di rifarsi interpreti dei desideri del ceto medio: sicurezza, sviluppo, benessere. Buona fortuna.
Post scriptum - Un uccellino mi dice di ricordare ai lettori che i candidati alla leadership sono: Tzipi Livni, ministra degli Esteri; il ministro degli Interni Meir Sheetrit; Avi Dichter, ministro della Sicurezza nazionale; Shaul Mofaz, ministro dei Trasporti. Qui, tanto per dire, si tifa per la Livni – anche se dicono sia vegetariana. Non verseremmo lacrime, e confideremmo in un buon risultato per Kadima, anche se vincesse Dichter. Si vota il diciassette settembre mentre un eventuale ballottaggio si terrebbe dopo una settimana.

Un altro colpo dell'Orso.
Non tornerò agli affari nel campo energetico né cercherò di far rivalutare l'operato di Yukos dopo la mia liberazione. Mi prenderò cura di progetti umanitari e, ciò che è più importante, della mia famiglia.Così Mikhail Khodorkowski al giudice che doveva decidere della sua libertà vigilata. Sul Moscow Times.

Georgia on my mind.
Un Paese piccolo, montagnoso, pieno di minoranze etniche, governato da chi – dicunt – sta portando avanti una politica di pulizia etnica più o meno silenziosa, in cui ogni valle e collina potrebbe rivendicare l'indipendenza da uno Stato che ha un qualche potere entro il limitare dei sobborghi di Tbilisi, infognato dalla nascita in una contesa con Mosca. Non il miglior membro possibile per un'alleanza di mutua difesa.
La Russia ha visto il bluff e ha vinto, affermando su ogni teleschermo la sua capacità d'intervento militare nell'area della Confederazione degli stati indipendenti, l'ex Urss. E probabilmente ha spedito via etere un messaggio a chiunque vincerà le presidenziali americane – i calcoli di Karl Rove, genius delle due scorse elezioni, danno Obama in testa ma a rischio in diversi Stati – di non immischiarsi troppo nel Caucaso e al territorio circostante: l'Iran.
La brillante strategia di Bush, effettivamente, ha disperso la intera forza operativa dell'esercito statunitense in Iraq e Afghanistan, con risultati alterni e mai definitivi. Certo, rimangono la Marina più potente al mondo e l'Aviazione, ma se a Raul Castro s'ostruisse una vena in testa e decidesse di riprendersi Guantanamo ed attaccare la Florida, gli Usa potrebbero rispondere in un paio di giorni con il solo corpo dei Marine: addestratissimi, armati fino ai denti ma di numero assai inferiore agli effettivi dell'US Army.
Non è credibile un peggioramento delle relazioni russo-americane, giacché uno scenario del genere non sarebbe gradito ai partner europei di Washington né direttamente a Mosca. Se per l'Europa il gas russo copre il sei percento del fabbisogno, quel gas è ciò che consente alla fragile economia post-sovietica di funzionare. L'Europa avrebbe qualche difficoltà a farne senza ma potrebbe sopravvivere, difatti i nuovi zar non hanno mai minacciato tagli alle forniture, mentre la Russia ha già visto precipitare nei giorni scorsi l'ammontare degli investimenti stranieri – tornati ai livelli di due o tre anni fa – ed il susseguente crollo della borsa moscovita. Se è pur vero che in questa fase l'economia è tirata dal mercato delle materie prime è da notare come nuovi Paesi stanno emergendo come soluzioni alternative ai tradizionali fornitori: l'Angola, ad esempio, sta raggiungendo i due milioni di barili di petrolio al giorno ed ha già superato la Nigeria come prima produttrice africana.
Nondimeno, le implicazioni centrasiatiche – e l'assordante silenzio dei khanati sorti dalle ceneri dell'Unione sovietica – dell'avventura caucasica di Medvedev e Putin si configurano come l'evento geopolitico più interessante per il prossimo decennio. The Great Game goes on.

Oh my gosh. For those in UK.
Extras Urgently Needed for 'Souled Out'- new film about Northern Soul
Hi to you all,
I just had a message from one of the people in charge of Souled Out, the forthcoming feature film based in Stoke about Northern Soul. She wanted me to post this info regarding extras for this weekend. This is a fantastic opportunity! Sadly I can't make it but if any of you go down, be sure to message the group to tell us all about it :D
KTF,
Lara
Shooting on Stoke-on-Trent-based Northern Soul feature film 'Souled Out' starts this week and we are looking for volunteer extras to take part this SATURDAY (23rd - all day) when we will shoot a large dance scene which will recreate the vibe of the 70s at Wigan Casino (see http://www.youtube.com/watch?v=mu4yPi_UPSA). If you are interested, available, and can get to the centre of Stoke (we are shooting in the Kings Hall) on Sat and want the experience of being on an exciting film set, then input your details on this page: http://www.ipsofactofilms.com/souledout and we'll call you back ASAP.

Pastone domenicale.
Nondimeno, se contemporaneamente s'entrasse in una spirale di riduzione dell'Irpef, sarebbe una buona notizia ed un passo avanti verso un fisco più vicino al cittadino e che fa a meno dei mille passaggi redistributivi dello Stato centrale. Non solo, sarebbe una misura che mette in competizione fra loro gli Enti locali in quanto ad imposizione fiscale e fornitura di servizi. Un giorno o l'altro, ci si deciderà a lasciare al governo centrale i soli grandi temi della difesa e della sicurezza, delle infrastrutture e della scuola di base. Attendiamo per salutare con gioia e festeggiando; per il momento, potete leggere di Bossi su qualsiasi giornale.
L'inserto Life and Arts del Financial Times ci ricorda che durante quest'estate si è avuto il cinquantesimo compleanno di Vertigo, capolavoro del thriller romantico, di Hitchcock. Fa impressione pensare che mezzo secolo sia passato da quando è uscito un film che sembra sempre girato ieri, grazie all'incredibile talento di Kim Novak e James Stewart. Ineguagliato nel suo genere, Vertigo fu un evento anche nella grafica: la sua locandina segnò i canoni estetici degli anni Cinquanta e dei primi Sessanta. Ad esso è dedicato l'omonimo carattere di stampa creato dal genio di Raymond Brekelmans, neerlandese non per caso, ovvero mister Fontoville.
Il domenicale del Sole 24 Ore ci regala, invece, una riflessione olimpica di Riccardo Chiaberge che, ahimè, non si può leggere sul suo blog che è chiuso fino al ventiquattro agosto. Trascrivo qualche riga: «(...) Tutto era più chiaro, nel mondo diviso in blocchi. Nessuno poteva nutrire dubbi su chi fosse l'aggressore e chi l'aggredito. La ragione stava dalla parte degli insorti praghesi, come da quella dei giovani americani che bruciavano le cartoline precetto, o degli studenti messicani massacrati dai granaderos alla vigilia delle Olimpiadi. Quarant'anni dopo l'orso russo torna a ruggire nel Caucaso, e noi non sappiamo con chi schierarci. (...) Del resto, in Georgia non c'è nessun Dubcek, e Putin è un partner commerciale irrinunciabile».

Quant'è bella l'uva fogarina.
Mi sembra evidente che di fronte alla richiesta georgiana di entrare nella Nato ci sia tutta l'incapacità dell'Ue di proporsi come nuovo soggetto politico – quindi anche militare – in un mondo che va sempre più ridefinendosi come multipolare, libero dalle ingessature dei blocchi occidentale e sovietico. La Cina ha una sua politica imperialista in Africa, la Russia sta cercando di riconquistare gli spazi che erano prerogativa degli zar prima e dei contadini che li han sostituiti al Cremlino poi. Gli Usa sono lì, in mezzo agli oceani, forti di una superiorità tecnologica che non eguagliamo.
Solo l'Europa sta a guardare, tappando falle quando invitata, cianciando della sua storia millenaria, vantandosi del suo Secolo dei Lumi, senza proporre ai suoi fratelli minori – anche i georgiani, ma tutti gli altri Paesi europei e mediterranei – un altro polo d'attrazione.
L'anno prossimo ci saranno nuove elezioni per il parlamento di Bruxelles-Strasburgo. Inutili. O l'Europa si dà istituzioni esecutive elette dal popolo, i popoli, o non sarà che un continente in declino, trofeo di chi metterà in campo più potere economico: i mandarini, gli sceicchi, i cowboy. Guai ai vinti.

Queen Elizabeth abducted in Tibet.

Like, totally ready to lead.
Puro genio. Ed anche attenzione alle problematiche ambientali: «We can do limited offshore drilling with strict environmental oversight while creating tax incentives to get Detroit making hybrid and electric cars. ...Energy crisis solved, I'll see you at the debates, bitches!». Adorabile.
Chiusura dedicata alla ricerca del candidato vicepresidente, la popstar Rihanna: «I'll see you at the White House», dice l'ereditiera, «Oh, and I might paint it pink. Bye». La Casa Bianca, rosa. Grazie.
Il video qui.

Sconti di civiltà.
Una ventiduenne in carriera di San Pietroburgo che sperava di divenire la terza donna nella storia russa post-sovietica a vincere una causa per molestie sessuali – la terza... – si è vista chiudere il caso dalla magistratura. Nella sentenza del giudice c'è scritto che «se non ci fossero molestie sessuali non avremmo più bambini».
Per chi lo ignorasse, la Russia ha il tasso di declino della popolazione più alto in Europa: non fanno figli e muoion presto. La sentenza del giudice appare immediatamente nella sua giusta luce: pur di non estinguersi e lasciare Santa Madre Russia vuota, pronta ad essere occupata da Han e centroasiatici, si ricorre a qualsiasi mezzo. Del resto, à la guerre comme à la guerre, un recente sondaggio afferma che la totalità delle lavoratrici russe intervistate ha subìto molestie, il trentadue percento ha fatto sesso con un superiore e il sette percento è stata violentata.
La storia ce la racconta per esteso Adrian Blomfield dalle colonne del Telegraph.

L'acqua fa male. Salata, poi.
Magari non cambia una sega, ma conosco un paio d'olandesi che pagherebbero in erba e funghi per ogni grammo di quella terra sedimentata.

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