Cabaret.

La cordata c'è, la sua proposta industriale e d'acquisto della compagnia aerea italiana è al vaglio del governo, ed è composta da Aponte, Benetton e l'immancabile Ligresti. Non ricordo quale fosse il piano d'esuberi previsto nell'offerta di Air France, ricordo invece le manifestazioni sindacali di protesta, ma ora si parla di quattro o cinquemila dipendenti da tagliare. Supponiamo a stipendio pieno per sette anni a spese dello Stato, come era previsto nell'accordo fra Prodi ed i francesi, ma non è ancora dato sapere.
Lui, l'Amor Nostro, il premier più estivo del pianeta, lui che mano nella mano con Veronica, lui che lascia le chiavi della villa a Mubarak, dichiara: «Così si scongiurano i ventimila licenziamenti della società fallita». Scommettiamo che, come per l'immondizia, riuscirà a rivendere anche questa verità?

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C, ti tocchi.

Lungi da me il voler difendere Radovan Karadzic, lo psichiatra noto al mondo per aver coordinato con un paio di compari diversi massacri di civili inermi. Certo è che se ti metti a far di conto e scopri che degli ex jugoslavi – cattolici, ortodossi, musulmani – catturati e processati dal Tribunale internazionale a L'Aia ben sette sono morti prima del giudizio, e quei sette eran tutti serbi ortodossi, diciamo che un pensierino ce lo fai.

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Basta più. La Gauche, moi non plus.

Sento un dolore sordo. È dentro, da qualche parte nel mio corpicione. È proprio finita. Ci ho passato tutta l'età della ragione, a sinistra, e oggi tutto quello che conoscevo – bello o brutto, bello e brutto – non c'è più. La stagione dei congressi è andata come mi aspettavo, come dicevo agli amici e ai compagni che si aspettavano una scossa dopo il disastro elettorale. Non è così.
I gruppi dirigenti vittoriosi dei Verdi, del Pdci, del Prc sono i figli della sconfitta. Figlia della sconfitta sarà la sinistra prossima ventura. Nell'astigiano, dov'ero in visita ad amici, un uomo che ha passato sessant'anni nel Pci e nel movimento cooperativo mi guardava sconsolato mentre gli raccontavo delle cose personali di tanti di quei dirigenti, dicendo a me e a sé: «Deve passare una generazione intera per avere qualcosa di migliore». Spero ci voglia meno, credo serva più tempo ancora.
Taccio sui Verdi ed il Pdci. Sono marginali, per scelta e per storia politica; sono esistiti come partiti quali nicchie elettorali per garantire ad alcuni – gli stessi negli anni – le poltrone ben retribuite di chi non lavora. Il congresso di Rifondazione, però, è stato esemplare: da una parte l'accozzaglia di opposizioni interne legate a Ferrero – fra reduci di Democrazia proletaria, stalinisti vecchio stampo, nostalgici del Pci degli anni Quaranta del secolo scorso, trotskisti e tifosi del nazionalsocialismo panarabo – e dall'altra la vecchia maggioranza bertinottiana, a sua volta formata in maniera assai eterodossa, dalla école barisienne dell'ultima Fgci a quel che rimaneva dell'«Autonomia» romana dei primi anni Novanta.
Ho sentito parole sensate nel mare di volgarità e violenza verbale che han composto quel congresso. Franco Giordano ha voluto tenere ferma una delle bandiere storiche della sinistra: la garanzia di trattamento uguale per tutti e giusto di fronte la Legge, avvisando della pericolosa deriva forcaiola che parte della sinistra sta subendo. Rina Gagliardi – tu guarda di chi vado a parlar bene... – si è interrogata dinanzi la platea e l'ha interrogata a sua volta sul senso della rifondazione della sinistra tutta. Fausto Bertinotti, maestro di sconfitte e architetto di fuffa, ammutolito dal muro di applausi che l'ha accolto e poi salutato, ha citato le contraddizioni dell'oggi contro quelle di ieri, ipotizzando le sfide di domani ma anche immaginando che le ragioni del socialismo prossimo venturo siano da cercare nelle “sinistre” di Chavez e Morales. Su quella china, la china dell'incapacità di ridiscutersi è intervenuto Massimiliano Smeriglio – leaderino studentesco della mia generazione – che ha rivendicato il patrimonio di sconfitte, dall'antagonismo alla disobbedienza, della stagione dei movimenti. Incapace anche lui, anche a distanza di anni, di riconoscere che prima di Genova sapevamo bene che quello era il canto del cigno di un movimento senza capo né coda né ragioni.

Si va quindi disegnando una sinistra dal grande estremismo verbale, il cui vocabolario sarà colto a man bassa in quello tragico dei gruppi extraparlamentari più fallimentari degli anni Settanta. Eppure non è, non lo è per me, questione di programmi. Sono anzi grato che questa stagione di congressi si sia svolta senza citare il solito «Che fare». È opera ipocrita quella di stendere programmi che saranno per forza di cose disattesi, disattesi per via della quotidianità. E non è questione, non lo è per me, di quali contenitori, di quali organizzazioni: i partiti sono strumenti e uno strumento buono per un'epoca può non esserlo per un'altra. Né di voti, ché si può prendere anche il dieci percento e non cambiare nulla: l'esperienza governativa passata insegna.
Ciò che mi sconforta è il pensiero che una generazione – o più d'una – verrà allevata all'insegna dell'inesistenza politica. Perché la politica è l'affare di oggi, la gestione dell'esistente, la costruzione del domani. La sinistra italiana ha scelto una via plebea, vandeana, leghista alle contraddizioni di questa fase e crescerà i propri giovani nell'isolamento dalla realtà. Pensarlo mi fa persino paura.

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A margine. Uso privato del mezzo pubblico.

Lo vedo, mi vede e si avvicina. Che due palle. La mia nemesi. C'è anche la moglie. Signoremiosàlvami: oggi non ho fatto nulla di male.
«Ancora in giacca e cravatta, Se'?». Che colpa ho se si è sposato in t-shirt e non concepisce altre scarpe dagli infradito?
«Ci sto spesso, caro. Molto spesso».
«Se', togliti almeno la cravatta». Sì, e perché non le mutande? Cazzo ci fa un uomo in una camicia col colletto francese senza cravatta?
«Vedi, caro, il comunismo è fallito proprio per questo: c'era un uomo che non sapeva annodarsi la cravatta ed era costretto a chiederlo alla moglie. Quindi pensò di vietare l'uso delle cravatte. Per un po' andò così. Poi tutti si resero conto che sapevano annodarsela tranne il tale in questione e lo mandarono riccamente a fare in culo».
Hanno sbuffato entrambi e se ne sono andati. Grazie, onnipotente fuoco divoratore.
Il Signore si vendica degli avversari e serba rancore verso i nemici.
Nahum 1,2

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Bizzarrìe dell'èra contemporanea.

Non vi pare straordinariamente buffo e assai significativo che mentre i «grandi della Terra» discutono di effetto serra e surriscaldamento globale, migrazioni suicide di pinguini e innalzamento delle acque marine, in Italia la tradizionale rappresentanza politica delle istanze ecologiste scompaia dal Parlamento e scelga di continuare con lo stesso gruppo dirigente?
Non è meraviglioso come un'alba dal cielo terso che, mentre non solo i ceti popolari faticano a vivere ma anche gran parte del ceto medio – piccola borghesia, sarebbe stata definita – si va impoverendo, a tal punto che neppure per i saldi si vedon file davanti ai negozi, la usuale e vetusta rappresentanza politica degli interessi dei ceti deboli scelga il suicidio collettivo fra congressi farsa e incapacità di ridiscutersi?
E i socialisti, dico, i socialisti, avete saputo qualcosa del loro congresso? Segretario eletto quasi all'unanimità e grandi progetti per l'immediato futuro: quattro campagne distintive, su temi forti, aggressive e onnipresenti. Futuro che è passato da un paio di settimane in assoluto silenzio.
C'è in tutto questo la desolante grandezza del crepuscolo degli dèi – o le ombre dei nani al tramonto: lunghe come quelle di titani.

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Dispettoso.

Che parlo a fare, io? Anche Ivan se ne è andato. Persona meravigliosissimissima. Un mito. Enorme. Uno di quelli che non ti verrebbe mai d'attaccarci briga. Amante dello sport e gran conoscitore dei sacri misteri della palla ovale.
Era poco più d'un ragazzo. In Austria, al matrimonio di un amico, ha avuto un malore.

Cerchiamo, per cortesia, d'essere un po' più disciplinati. Non chiedo una falange macedone, solo un po' più di ordine. Per cortesia.

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Darfur. Se persino chi legge Harry Potter.

Ricevo ed inoltro. Non assumo responsabilità per i refusi, la sintassi ed i problemi di logica (es. armi belliche).
The Harry Potter Alliance compie una petizione per il Darfur.

Ancora una volta, The Harry Potter Alliance convoca il suo Esercito di Silente della vita reale per prendere posizione contro i genocidi che si compiono in Darfur, questa volta con una tattica diversa: cambiare canale durante gli spot pubblicitari dei giochi olimpici di Pechino 2008. Lo slogan che li accompagna è "Un mondo. Un sogno."

La Cina, anfiteatro dei giochi olimpici di questo anno, è anche il paese che finanza il Sudan per l'acquisto di armi belliche, che finiranno con l'assasinio di migliaia di cittadini innocenti in Darfur. Nonostante le innumerevoli proteste amplificate in tutto il mondo, il governo cinese continua a mostrarsi indifferente a riguardo, mantenendo viva la contraddizione con lo spirito dei giochi olimpici, che sempre hanno unito il mondo. L'Alleanza Harry Potter si chiede se il governo cinese possa mai rendersi conto della situazione e prendere dei provvedimenti, dei compromessi, e incominciare a parlare seriamente a riguardo. O rimarrà sempre in silenzio?

GiratempoWeb, già membro dell'iniziativa Italian Blogs for Darfur, appoggia anche l'iniziativa dell'associazione The Harry Potter Alliance. Aiutaci anche tu, firmando la petizione avviata da The Harry Potter Alliance e Italian Blogs for Darfur.

La situazione è seria. Non rimanere indifferente.

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Ancora su Del Turco.

Pare che le case acquistate dall'ex presidente dell'Abruzzo siano gravate da mutui, ovvero non siano state acquistate cash con il denaro delle presunte mazzette. Pare che la prima gola profonda, il “re” della sanità di quella regione, fosse comunque in bancarotta. Pare che la seconda gola profonda fosse il rivale nel Pd dell'accusato. Poi dicono, i procuratori capi, «prove schiaccianti».
A me basterebbe questo per non aprire il fascicolo. Se non ci fosse quell'idiozia dell'obbligatorietà dell'azione penale.

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Emergenza giustizia.

Come forse saprete, Il Riformista ospita la versione cartacea di Radio Carcere, insostituibile trasmissione di Radio radicale dedicata al mondo della giustizia visto da dietro le sbarre. Oggi, fra le lettere indirizzate al “colpevole” Riccardo Arena, c'è quella che vi allego. Non la correggo. I grassetti, invece, sono opera mia.
Io nella cella di Del Turco
Caro Arena, le scrivo perché io da poco sono uscito dalla cella di isolamento del carcere di Sulmona, dove ora è detenuto il presidente Del Turco. E le racconto quale è la realtà di questa cella perché credo sia un posto poco adatto a una persona che non ha abitudini col carcere. Deve sapere che sono tre le celle di isolamento a Sulmona. Tre celle messe al primo piano del reparto dei detenuti comuni. Tre celle una uguale all'altra. Celle che spesso vengono usate come magazzini e che all'occorrenza ci mettono un detenuto. La cella dove sta ora Del Turco, non è più grande di 3 metri quadri.
Una specie di sgabuzzino. Non ci sono finestre in quella cella. O meglio la finestra c'è, ma è stata murata. Entrando sulla destra c'è una branda di ferro. Branda fissata a terra con dei bulloni. Una branda che non ha il materasso, ma al suo posto una semplice coperta. Sulla sinistra di questa celletta, c'è il bagno, vecchio e rovinato. Un bagno senza porta, fatto di un lavandino e di un water. Il bidè ovviamente non c'è. Se la cella è così piccola si immagini il bagno!
Nella cella di isolamento del carcere di Sulmona non hai nulla. Non solo non hai la luce del sole, ma non hai né Tv, né giornali. Il nulla del nulla. Si sta sempre chiusi lì dentro, tranne che per l'ora d'aria che si fa sempre da soli. Le assicuro che vivere lì dentro è veramente dura. È dura per chi è già stato in carcere e deve essere terribile per chi in carcere non c'è mai stato, come il presidente Del Turco.
Franco
Pare di chiedere l'impossibile, affermando che, prima di giudicare un cittadino che delinque, lo Stato dovrebbe osservare le sue proprie stesse leggi. L'unica emergenza della giustizia è questa.

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Siamo tutti criminali.

Mentre maggioranza ed opposizione si ritrovano unite nella nuova trovata autoritaria che sta costruendo un Paese a forma di penitenziario, nel quale tutte e tutti saremo schedati alla faccia della presunzione d'innocenza, mi ritrovo a sospirare sull'ennesima coltellata che Adriano Sofri ritiene di dovermi tirare. Grazie, Adriano.
Nel carcere livornese delle Sughere, informano trafiletti di giornale, una boxer undicenne di nome Lola è stata autorizzata a un colloquio di un'ora senza vetri divisori col detenuto accanto al quale aveva sempre vissuto, e senza il quale non vuole vivere più. Non si sa cosa si siano detti, ma non è difficile immaginarlo. Non a me comunque. La questione ora è: Lola morirà di crepacuore, dopo che il miracolo della resurrezione dell'amico perduto si è di nuovo rovesciato nella sua scomparsa, o saprà vivere del pensiero di un'altra autorizzazione a un'ora d'aria comune? E lui?
E lui, boh. Lui è un carcerato. Può dividere una cella di due metri per tre con altre cinque persone, cagare nello stesso angoletto puzzolente, mangiare immondizia, pregare di non ammalarsi, lavarsi nelle docce comuni senza far cadere il sapone e mettersi l'anima in pace. Non è come noi: ha smesso, per la legge reale, quotidiana, di essere una persona, un essere umano. Come Ottaviano Del Turco, del resto, al quale – accusato di strage, associazione a fini terroristici e banda armata – è stato comminato lo stato d'isolamento dopo esser stato tradotto in manette nel penitenziario, nonostante il paparazzatissimo accusatore sostenga che le prove contro l'ex esponente socialista siano schiaccianti.
Qui non sappiamo delle prove e non c'interessa la colpevolezza o meno di Del Turco, cui auguriamo di essere trattato civilmente nel corso degli accertamenti. Ci si ritrova solamente a pensare come quel carcere sia lo stesso che vide un giovane Raffaele prigioniero di uno Stato canaglia, le stesse sbarre dietro le quali mio nonno visse ignaro l'Otto settembre che gli permise – di lì a qualche giorno – di sfuggire alla sentenza di quattordici anni e mezzo che gli era stata comminata dal Tribunale speciale.

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Nuova lezione keynesiana.

La città di Musiri nello stato indiano del Tamil Nadu, allo scopo di migliorare l'igiene dei propri cittadini, li pagherà perché utilizzino le latrine. Gli utenti potranno incassare l'equivalente di quattordici centesimi di dollaro ogni mese che, seppure sembri una cifra ridicola, rappresenta un'ulteriore fonte di reddito in un luogo nel quale questo è particolarmente basso. E solo per usare un bagno, in effetti.
Il programma governativo ha lo scopo di ridurre le malattie trasmesse dall'uso di defecare in luoghi pubblici e per testare il possibile utilizzo delle feci nella produzione di compost fertilizzante.

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Piazza mia bella piazza.

I nuovi girotondi sono tendenzialmente di destra perché aspirano ad una repubblica giustizialista, perché tendono all'abolizione dei partiti, tranne quello giustizialista, perché indifferenti alla questione sociale, perché sovversivi rispetto a ogni istituzione dello stato che non sia soggetta al predominio della magistratura. Il nodo è tutto qui.
(...) I nuovi girotondi aspirano a una repubblica governata da una Autorità non eletta dal popolo, la Magistratura, che delega ad alcuni politici “embedded” il disbrigo delle faccende statali. Se sorgesse un movimento simile a sostegno delle Forze Armate o dei Carabinieri non avremmo dubbi.
(...) Chiunque in nome della legalità auspichi uno Stato che abbia come Corte Suprema la Magistratura lavora per un paese di destra. È inutile rincorrersi, noi avversari dei nuovi girotondi o i seguaci di Di Pietro, attorno a questioni collaterali. L'obiettivo del movimento giustizialista è una democrazia diretta che ha al suo vertice la parte più aggressiva della magistratura, cioè i pubblici ministeri. In qualunque parte del mondo la sinistra si ribellerebbe a questa prepotenza. In Italia no. Il caso italiano è tutto qui.
Peppino Caldarola, Gente di sinistra, obiettivi di destra. Questo per me è il nuovo girotondo, “Il Riformista”, martedì 8 luglio 2008

Post scriptum. Non sarò ovviamente in piazza. Su un treno, semmai, diretto – come i cavalieri erranti di Pietro Gori – a nord. Asti, Torino, Milano, la Svizzera. Avrò il Mac con me ma non ho certezza di connessione. Take care.

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Voce grossa. E cacciabombardieri in volo.

Non credo cambierà nulla ma sono interessanti i segnali che giungono dall'Iran: ieri il ministro degli Esteri persiano, Manouchehr Mottaki, ha dimenticato di riaffermare il diritto del suo Paese ad arricchire l'uranio mentre uno dei consiglieri di Ali Khamenei – il leader supremo – ha rilasciato una intervista al Johmouri Eslami dichiarando sbagliate «le dichiarazioni e gli slogan illogici e provocatori». Sembrerebbe l'ennesimo passo dei conservatori per allontanarsi dal populista Ahmadinejad, passo ben più lungo del solito.
Viene spontaneo pensare che forse, indipendentemente dalle furiose smentite, gli iraniani stiano reagendo diplomaticamente alle esercitazioni militari e alle voci che Israele sarebbe pronta a lanciare un attacco alle centrali e alle basi nucleari.

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