Perduti col vento d'estate.

Quando si dice «campo aperto».
E il Marco che fa? Si fa dir di no, come ovvio, alla candidatura. Gioca a fare l'americano, lui, chiedendo primarie vere ed aperte. Non che abbia del tutto torto: sono trent'anni che vagheggia il bipartitismo e, più recentemente, gli Stati Uniti d'America ed Europa. Solo che, Dio santo, c'è un tentativo di costruire una sinistra nuova, che sappia coniugare solidarietà a opportunità, meritocrazia a giustizia. I socialisti son lì che dicono che questo tentativo non s'esaurisce con la rinascita del Psi, che liberali, repubblicani, laici e radicali e democratici vari non sarebbero ospiti o mere componenti ma compagni di viaggio ed elaborazione e lui – lui, Giacinto Pannella detto Marco – si mette a giocare con questi quarantacinque burocrati a chi è più democratico. Così da poter fare, magari, un'altra sfuriata contro la partitocrazia e gli altri blablabla.
Passi il non aver nipotini da accudire, ché siamo libertari e giammai vorremmo obbligare qualcuno a procreare e far procreare, ma gli altri radicali non han nulla da dire?

Caro Adriano.
mi decido a scriverle dopo aver riletto la sua «lettera ad un giovane apprendista assassino» pubblicata da Il Foglio il ventisei maggio scorso. Avevo intenzione di rispondere subito, ma suppongo di aver avuto bisogno di masticarla, digerirla, metabolizzarla. Che cosa strana, mi han detto alcuni amici, questa lettera di Sofri. Che senso ha, ora, in un momento storico nel quale la lotta armata organizzata non esiste più, se non nella testa di qualche reduce dell'ultim'ora? È un gesto paterno, gratuito, proveniente da un uomo che sta invecchiando e lascia il testimone di ciò che disse trenta anni fa, quando la lotta armata era una possibilità, una scelta possibile ed impossibile allo stesso tempo - ho provato a rispondere. Sa qual è la verità? Ignoro perché l'abbia scritta, se per un giovane o per un suo corrispondente, generalizzandola. Non m'interessa. M'importa davvero poco il motivo: ciò che conta è che l'abbia scritta, e di questo vengo a ringraziarla.
Mi permetta, dunque, di rubarle del tempo e raccontarle una storia. Non che io abbia mai saputo, o voluto, scrivere; perdoni quindi la costruzione un po' da sceneggiatura - non romanzata.
(more)
Giorni indaffarati.

Nuovo mistero della Fede.

Monsieur Veltroni.
Ho aspettato un pezzo, dopo il discorso di Torino, ad esprimere un'opinione. Ho evitato di commentare anche sui blog degli amici. Non che non ci fosse nulla da dire: er granne sindaco ha detto molte cose, lanciato qualche idea interessante, aperto un dibattito in un'area, quella del Pd, che sembrava già morta. Ora, almeno, saranno costretti a dividersi sulle primarie interne. È già qualcosa, no? Una prova di esistenza in vita. Ohilà, candido un uomo che ha già vinto e gli metto al fianco due concorrenti che han già perso: visto che democrazia, eh? Siamo vivi. Siamo il partito della ggente, d'ii cittadini. Civis romanus sum, ognuno di noi, del resto. No, commentatori politici di chiara fama ed intelligenza acclarata hanno fatto ogni possibile commento; blogger assai più sagaci di me hanno declinato e sviscerato i passaggi del manifesto veltroniano. Ogni mia parola sarebbe stata superflua.
Ho atteso che Walter, cui voglio bene e che è un piacere poter salutare – ciao, sindaco! – per strada, e per il quale a differenza dei due turni di Rutelli ho votato con convinzione, dicesse qualcosa di corposo. Perché a Torino ha detto tutto ed il contrario di tutto. È stato veltroniano sino in fondo: di sinistra su questo, moderato su quest'altro, cattolico su quell'altro e conservatore su quell'altro ancora – come gli hanno insegnato a Frattocchie, vedere D'Alema. I ragazzi della Fgci hanno imparato a governare dal centro, come hanno insegnato Togliatti ed i fratelli Marx.
Ho atteso che Walter parlasse di qualcosa di vero, di politico, e non di idee e proclami e balle varie che si dicono in qualsiasi campagna elettorale. E Walter non mi ha deluso: ha riaffermato, ed era ora!, il valore decisionale della politica. Perché è questo che si chiede al ceto politico, a qualsiasi esecutivo: di scegliere. E lui ha scelto il tema delle pensioni, affermando che se si vive di più si lavora più a lungo, punto. Bravo, Veltroni. Si fottano Bertinotti ed i sindacati, qui ci sono i giovani ad osservare baby pensionati che lavorano in nero e gli sottraggono il futuro e tutta la solita manfrina di cui avremmo fatto a meno giacché trita e ritrita. Perché il punto in questo secolo è l'autonomia della politica anche rispetto alle parti sociali: sindacati come Confindustria. Bravo, Veltroni.
Come e perché si dovrebbe votare chi, alla prima uscita, promette di farci lavorare quarant'anni per una pensione da fame – però – non mi è chiaro.

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