Perduti col vento d'estate.

Se ne sono andati Michelangelo Antonioni, Ingmar Bergman, Emilia Mancuso, Michel Serrault e Giovanni Pesce. Grazie per esserci stati.

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Quando si dice «campo aperto».

Un sondaggio Ekma dà Pannella buon secondo – con l'undici percento delle intenzioni di voto, alle spalle d'un plebiscitato Veltroni – alle primarie del Piddì. Il buon Valdo Spini di una non meglio definita «Sinistra democratica per il socialismo europeo», invece, afferma che le differenze programmatiche fra il suo gruppo e lo Sdi sono profonde. Mezza battuta d'arresto per Boselli, che comunque si coccola Angius e Grillini, ed ennesima dimostrazione d'imbecillità politica degli ex diessini i quali, pur richiamandosi Dio sa perché all'Internazionale socialista in cui entrarono ospiti di Craxi, continuano a preferire un accordo con una sinistra che più allo sbando è difficile immaginare.
E il Marco che fa? Si fa dir di no, come ovvio, alla candidatura. Gioca a fare l'americano, lui, chiedendo primarie vere ed aperte. Non che abbia del tutto torto: sono trent'anni che vagheggia il bipartitismo e, più recentemente, gli Stati Uniti d'America ed Europa. Solo che, Dio santo, c'è un tentativo di costruire una sinistra nuova, che sappia coniugare solidarietà a opportunità, meritocrazia a giustizia. I socialisti son lì che dicono che questo tentativo non s'esaurisce con la rinascita del Psi, che liberali, repubblicani, laici e radicali e democratici vari non sarebbero ospiti o mere componenti ma compagni di viaggio ed elaborazione e lui – lui, Giacinto Pannella detto Marco – si mette a giocare con questi quarantacinque burocrati a chi è più democratico. Così da poter fare, magari, un'altra sfuriata contro la partitocrazia e gli altri blablabla.

Passi il non aver nipotini da accudire, ché siamo libertari e giammai vorremmo obbligare qualcuno a procreare e far procreare, ma gli altri radicali non han nulla da dire?

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Caro Adriano.

Gentile signor Sofri,

mi decido a scriverle dopo aver riletto la sua «lettera ad un giovane apprendista assassino» pubblicata da Il Foglio il ventisei maggio scorso. Avevo intenzione di rispondere subito, ma suppongo di aver avuto bisogno di masticarla, digerirla, metabolizzarla. Che cosa strana, mi han detto alcuni amici, questa lettera di Sofri. Che senso ha, ora, in un momento storico nel quale la lotta armata organizzata non esiste più, se non nella testa di qualche reduce dell'ultim'ora? È un gesto paterno, gratuito, proveniente da un uomo che sta invecchiando e lascia il testimone di ciò che disse trenta anni fa, quando la lotta armata era una possibilità, una scelta possibile ed impossibile allo stesso tempo - ho provato a rispondere. Sa qual è la verità? Ignoro perché l'abbia scritta, se per un giovane o per un suo corrispondente, generalizzandola. Non m'interessa. M'importa davvero poco il motivo: ciò che conta è che l'abbia scritta, e di questo vengo a ringraziarla.

Mi permetta, dunque, di rubarle del tempo e raccontarle una storia. Non che io abbia mai saputo, o voluto, scrivere; perdoni quindi la costruzione un po' da sceneggiatura - non romanzata.

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Giorni indaffarati.

Si fattura e si va a vedere la nuova 500, la quale è carina da guardare ma impossibile come ogni city car. Magari una versione veramente Abarth potrebbe essere divertente da guidare, ma l'impressione generale è che non solo non sia spaziosa come una Yaris tre porte, ma anche meno abitabile di una Citroën C1. Chissà l'effetto nostalgia. Si segue il lancio di Dec!dere – il network del Capezz – e ci si rimugina su. Sgombriamo il campo: tanto quanto non vogliamo bene alla Fiat e alle auto italiane in genere, ne vogliamo a Daniele. Ci sta simpatico, è un bravo ragazzo, forse un pelo troppo ambizioso, ma gli vogliamo un gran bene. Dei tredici punti di Dec!dere, però, non possiamo dire tutto il bene che vorremmo. Apprezziamo lo sforzo iniziale: costruire un agglomerato che vada oltre gli steccati del bipolarismo e riunisca i liberali di entrambi gli schieramenti, e quanti son rimasti fuori in questa oscena e marcescente Seconda repubblica. Intuiamo il desiderio libertario del Capezz e lo sosteniamo, anche contro le forzature ed i veri e propri insulti che gli vengono da Largo Argentina ed in diretta da Radio Radicale. Non che lui non ne abbia fatti a sua volta, persino ingrati, come è pur vero che da presidente di commissione della Camera non sta combinando moltissimo se non facendo convegni - ovvero non dedicandosi all'attività parlamentare per la quale viene retribuito dai contribuenti. Tuttavia gli si vuol bene e quindi si tifa per lui. Dicevamo però dei punti, dei tredici punti di Dec!dere, e vorremmo dire una battuta su ognuno di essi. (more)

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Nuovo mistero della Fede.

Mentre il mondo attende la nuova Fiat 500 ed il lancio del network di Daniele Capezzone, all'Istituto ci si domanda quale ragione vi sia dietro la scomparsa delle immagini dai post e il contemporaneo blocco delle difese antispam.

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Monsieur Veltroni.

Qualche amico ha chiesto un'impressione sull'investitura di Walter Veltroni a segretario del Pd. Innanzitutto, le mie congratulazioni al sindaco di Roma. Dopo tanti anni defilato, impegnato a non insozzarsi della e nella squallida battaglia di opposizione al governo Berlusconi, è il minimo riconoscimento che si doveva tributargli. In secondo luogo, vorrei esprimere la mia gioia personale poiché è un romano: da che mondo è mondo, da che Unità è Unità, la capitale d'ogni Stato ha rappresentato il momento unificante, la sintesi definitiva del compromesso nazionale – ed anche per questo prendo la «via del bosco». È comunque troppo esser governati da personaggi proveniente da Bologna e da Cologno Monzese o Cinisello Balsamo, da Ceppaloni e luoghi della fantasia noti al pubblico come Padania. Abbiamo già dato: l'Italia nasce sul e con il mito di Roma; che gli italiani se la prendano, questa benedetta città, e ne osservino le leggi ivi promulgate.

Er granne sindaco. Ho aspettato un pezzo, dopo il discorso di Torino, ad esprimere un'opinione. Ho evitato di commentare anche sui blog degli amici. Non che non ci fosse nulla da dire: er granne sindaco ha detto molte cose, lanciato qualche idea interessante, aperto un dibattito in un'area, quella del Pd, che sembrava già morta. Ora, almeno, saranno costretti a dividersi sulle primarie interne. È già qualcosa, no? Una prova di esistenza in vita. Ohilà, candido un uomo che ha già vinto e gli metto al fianco due concorrenti che han già perso: visto che democrazia, eh? Siamo vivi. Siamo il partito della ggente, d'ii cittadini. Civis romanus sum, ognuno di noi, del resto. No, commentatori politici di chiara fama ed intelligenza acclarata hanno fatto ogni possibile commento; blogger assai più sagaci di me hanno declinato e sviscerato i passaggi del manifesto veltroniano. Ogni mia parola sarebbe stata superflua.

Ho atteso che Walter, cui voglio bene e che è un piacere poter salutare – ciao, sindaco! – per strada, e per il quale a differenza dei due turni di Rutelli ho votato con convinzione, dicesse qualcosa di corposo. Perché a Torino ha detto tutto ed il contrario di tutto. È stato veltroniano sino in fondo: di sinistra su questo, moderato su quest'altro, cattolico su quell'altro e conservatore su quell'altro ancora – come gli hanno insegnato a Frattocchie, vedere D'Alema. I ragazzi della Fgci hanno imparato a governare dal centro, come hanno insegnato Togliatti ed i fratelli Marx.
Ho atteso che Walter parlasse di qualcosa di vero, di politico, e non di idee e proclami e balle varie che si dicono in qualsiasi campagna elettorale. E Walter non mi ha deluso: ha riaffermato, ed era ora!, il valore decisionale della politica. Perché è questo che si chiede al ceto politico, a qualsiasi esecutivo: di scegliere. E lui ha scelto il tema delle pensioni, affermando che se si vive di più si lavora più a lungo, punto. Bravo, Veltroni. Si fottano Bertinotti ed i sindacati, qui ci sono i giovani ad osservare baby pensionati che lavorano in nero e gli sottraggono il futuro e tutta la solita manfrina di cui avremmo fatto a meno giacché trita e ritrita. Perché il punto in questo secolo è l'autonomia della politica anche rispetto alle parti sociali: sindacati come Confindustria. Bravo, Veltroni.

Come e perché si dovrebbe votare chi, alla prima uscita, promette di farci lavorare quarant'anni per una pensione da fame – però – non mi è chiaro.

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