Sull'Europa, da Il Foglio odierno.
Curiosiamo nel web e troviamo un giornalista della Bbc (della Bbc!) da mesi in ostaggio degli islamisti, imprigionato da una cintura esplosiva. Clicchiamo e c'è la voce del caporale Shalit, umiliato e offeso da un anno di prigionia in nome di chi bestemmia il proprio dio clemente e misericordioso. Il fragile e un po' fatuo Salman Rushdie è ancora sotto fatwa, e ce lo hanno ricordato quando è diventato baronetto della regina. Robert Redeker vive ancora semiclandestino. Gaza è nelle mani di un branco di assassini che si chiama Hamas, appoggiati fattivamente dai qaidisti di al Zawahiri. Di Hamas ci era stato detto dai realisti dei nostri stivali che bisognava coccolarli, specie dopo la loro vittoria elettorale, perché sarebbero diventati buoni, dovevamo pensare la complessità del problema, del reale, del welfare, e della disperazione di un popolo, dovevamo finanziarli, trattare, e nel frattempo centinaia di morti ammazzati con metodi tribali inauditi, con ferocia religiosa, come è stato per Fatah al Islam in Libano, un bell'eccidio tra musulmani fino allo squartamento di sei soldati spagnoli.
Ma noi ci preoccupiamo della nostra buona coscienza, non riconosciamo lo stato di guerra internazionale, siamo ridicolmente divisi, in Afghanistan si sente solo la lagna dell'occidente che non combatte (Italia in prima linea: nella lagna), fino a coprire il rumore della battaglia contro i talebani, che adesso riavranno i loro ospedali di Gino Strada.
L'occidente euro-umanitario che si fa rapire, decollare, ricattare, che filosofeggia sulle colpe di Israele nel ritiro unilaterale, che non si accorge delle sinagoghe che bruciano, dei cristiani cacciati e martirizzati, che si volta dall'altra parte ogni volta che c'è da guardare la realtà in faccia, e che tollera l'infamia della guerra islamista dispiegata, non merita solo la critica o un'amorevole compassione per il destino che si sceglie: merita il disprezzo.

Maschile plurale.
DIFFERENTI VOCI MASCHILI PER COSTRUIRE RELAZIONI DI LIBERTÀ
Resoconto dell’incontro nazionale uomini del 9 giugno a Bologna
In un giorno di cortei nazionali, di convegni importanti, di treni bloccati, la stazione di Bologna in tilt per ore, una rete di persone provenienti da varie parti d’Italia si sono riunite nel capoluogo emiliano sotto il titolo «Differenti voci maschili per costruire relazioni di libertà». L’incontro si rivolge ai firmatari (un migliaio) dell’appello (del settembre 2006) «La violenza contro le donne ci riguarda: prendiamo la parola come uomini». Alla fine della mattina si contano una sessantina di persone, molte delle quali in rappresentanza di gruppi o micro-gruppi. Se in questo incontro politico le donne sono le dita di una mano – ma ovviamente graditissime - stavolta non è per antiche discriminazioni ma perché questo appunto è un “incontro uomini”. Come emergerà dal dibattito una delle idee portanti è che i maschi debbano parlare fra loro di sessualità e amore, di genere ed erotismo, di patriarcato e «pensiero della differenza», di poteri e di saperi che al dominio maschile sono collegati o contrapposti: senza rimozioni ma anche senza il paravento del femminismo o quello, che tanto eccita i massmedia, del maschio in crisi depressiva. Insomma qualche forma di “auto-coscienza” è comunque necessaria, per pensare un nuovo “modello maschile” occorre rompere anche quel modo di comunicare fra uomini che è fatto di clamorose omissioni e/o bugie sul personale.
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Il primo della classe.
C'è sempre un maschio in cima al mucchio, al gruppo, alla comunità. Il maschio alfa. Il maschio dominante. C'è sempre anche il più zelante idiota del villaggio – il responsabile esteri del Pdci – il quale dichiara: «(...) l'Italia deve impegnarsi in tutte le sedi appropriate affinche' Israele non intervenga contro una popolazione stremata». Classico caso di disinformazione, degna di chi si bea d'essere il referente in Italia del Baath, ovvero il partito nazionalsocialista panarabo. In realtà, le Forze di difesa israeliane sono penetrate per un chilometro all'interno della Striscia di Gaza, allo scopo di soccorrere quanti palestinesi stavano premendo sui valichi chiusi dai miliziani di Hamas – i quali provvedono anche a sequestrare passaporti e carte d'identità ai loro connazionali – portando loro acqua, viveri e medicinali. L'Idf ha anche autorizzato – dopo un primo divieto occorso mentre le operazioni di salvataggio eran partite – il Magen David Adom e le sue ambulanze di trasportare feriti e gestanti palestinesi negli ospedali israeliani. Il tutto mentre gli Stati Uniti ed il governo di Gerusalemme non solo riconoscevano il nuovo governo di Fayadd promosso da Abu Mazen ma si operavano per sbloccare i fondi destinati dalla comunità internazionale all'Autorità nazionale palestinese. Ma dichiara ancora, auspicando come noi un intervento militare internazionale, il khomeinista italiano Venier: «L'Europa ha gia' tardato molto nella decisione di rimuovere l'embargo, un misura che avrebbe potuto evitare il logoramento della leadership palestinese». Ora, di quale leadership parla il triestino recentemente approdato alla Camera dei deputati? Degli amici di Hamas coi quali puntualmente si sono incontrati negli anni passati?

Due popoli, tre stati.
Resisto alla tentazione di parlare della sinistra muta sulla guerra civile a Gaza. È fin troppo soddisfacente il suono provocato dal velo antisemita che cade.

I talebani cristiani.
Assai cortesemente, il professor Predrag Matvejevic – di cui abbiamo regalato alcune copie di «Il Mediterraneo e l'Europa», caldamente consigliato a chiunque – ha acconsentito affinché pubblicassimo su queste pagine un estratto dal suo volume «Mondo ex e tempo del dopo» edito per i tipi di Garzanti.
Matvejevic, nato a Mostar (Bosnia-Erzegovina) da madre croata e padre russo, è stato docente di Letteratura Francese all'Università di Zagabria e di Letterature comparate alla Sorbona di Parigi (Nouvelle Sorbonne-Paris III). È emigrato all'inizio della guerra nella ex-Jugoslavia scegliendo una posizione "tra asilo ed esilio": ha vissuto dal 1991 al 1994 in Francia, dal 1994 lavora in Italia. Attualmente è professore ordinario di Slavistica all'Università la Sapienza di Roma, nominato "per chiara fama". Tra i vari altri riconoscimenti internazionali (come il “Prix du meilleur livre étranger”, 1993 a Parigi e “Premio Europeo” a Ginevra, 1992), il governo francese gli ha consegnato la Légion d’honneur. Il Presidente della Repubblica italiana gli ha concesso la cittadinanza per «la sua opera, accolta con grande favore nei più diversi paesi, che rappresenta il tramite fondamentale tra le tradizioni culturali dell’area balcanica con la civiltà europea». Ha ricevuto in Italia (dal Presidente della Repubblica) la decorazione “Stella di solidarietà della Repubblica italiana” (e il titolo di Commendatore, 2007). Le Università di Trieste e di Genova gli hanno conferito le lauree honoris causa. Predrag Matvejevic è presidente del Comitato Internazionale della Fondazione Laboratorio Mediterraneo di Napoli, vice presidente dell’Associazione mondiale degli scrittori P.E.N. Club e membro fondatore dell’Associazione Sarajevo a Parigi e a Roma. È stato consulente per il Mediterraneo nel Gruppo dei Saggi della Commissione europea e membro del World Political Forum di Michail Gorbaciov.
Di seguito potete leggere il suo scritto.
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Liberare Parigi.
Non è l'anniversario della liberazione della capitale francese dalle truppe naziste: i nostri cugini han festeggiato il mese scorso la lieta ricorrenza. Né è l'ennesimo pezzo di apprezzamento per la presidenza Sarkozy; non vogliamo incorrere nell'ira dell'amico Sciltian, per quanto la ministra Rachida Dati ci lasci buone speranze per una
rupture della tradizione gollista. No, questo è un appello. Un grido di dolore. Uno slancio d'amore.
Ponete il caso che qualcuno viaggi in automobile, guidandola, in stato di ubriachezza. Rischia di far male a se stesso e ad altri. A qualche persona che ci è cara, persino. Vorremmo che questo incosciente venisse fermato dalla polizia stradale, no? Mettiamo che, una volta tanto, una pattuglia abbia fatto il proprio dovere invece che concorrere a rallentare il traffico. Mettiamo anche che l'individuo alla guida sia privo di documenti d'identità, della patente di guida. «In galera!», state gridando, sollevati dallo scampato pericolo. Dalla gioia che deriva dall'arresto di un malfattore, di una persona così irresponsabile da rischiare la vita propria e di altri.
Però, se quella persona ci avesse insegnato cosa significa essere smodatamente ricchi. Se ci avesse illuminati con la propria straordinariamente vuota esistenza. Se avesse donato col suo ebete sorriso o coll'ancheggiare di quel piccolo sederino un briciolo di gioia. Se avesse mostrato che per vivere non è necessario saper fare qualcosa. Se fosse la dimostrazione empirica dello Zen senza maestri Zen. Se fosse Paris Hilton, un essere al di là del bene e del male, vorreste che fosse fuori dal carcere. Noi lo vogliamo.

Billionaire.
Si comincia ad invecchiare quando non si capiscono più i giovani, dice qualcuno.

La nostra civiltà invecchia quando è un miliardario statunitense, sindaco della città per eccellenza, democratico passato ai repubblicani, ad affermare: «Si corrono tanti rischi al mondo. Il rischio di un attacco cardiaco per ragioni genetiche. Ci si può adagiare e preoccuparsi per qualsiasi cosa.
Get a life». Questa sembra essere la summa del Bloomberg-pensiero riguardo ai rischi del terrorismo. Ci sono professionisti che se ne occupano tutti i giorni, quindi i newyorkesi possono dedicarsi ad altro. «È molto più probabile essere colpiti da un fulmine che da un terrorista».
Già McCain insidiava la poltrona di Nostro Repubblicano Preferito – di stretta proprietà di Rudolph Giuliani – ed ora Michael Bloomberg interviene così, a gamba tesa, spiazzando l'Istituto.

Millenovecentosettantuno.
Trentasei anni fa scompariva György Lukács, fra i massimi pensatori marxisti e – prima della reprimenda sovietica che lo bollò di idealismo – magnifico autore di «Storia e coscienza di classe»: saggio che contribuì a smontare, dalle teste di alcuni, l'impianto hegeliano e positivista del marxismo in favore di un approccio modernista e prometeico. Come ministro della Cultura nell'ultimo gabinetto Nagy si schierò dal lato degli insorti ungheresi cosicché, a restaurazione autoritaria completata, fu inviato in esilio per esserne richiamato solo in via formale.
Fu amico e compagno di ricerche e studi di Max Weber e Thomas Mann, per nominarne due soli.
Consiglio per gli amici anglofoni: seguite le dinamiche correnti nella Corea della Salsa.
