Honduras.
Quindi, ci aspetteremmo un generale con mostrine e medaglie lucide al suo posto. Giusto? No. L'esercito non muove più un dito. Ha fermato chi voleva cambiare le regole del gioco e torna dove gli compete. Quindi, che succede? Il parlamento nomina un nuovo presidente, dello stesso partito del precedente.
L'Organizzazione degli Stati Americani, Uribe e Chavez compresi, cane e gatto, lamenta il golpe; lo stesso fa l'amministrazione Usa – con il presidente e la segretaria di Stato – e identico comunicato rilascia l'Unione europea. Tutti – confesso: non pervenuti a questi occhi i possibili comunicati di Pyongyang e Teheran – riconoscono il presidente deposto come il legittimo presidente. Poi dici «la crisi dello Stato».
La nota curiosa è che un deputato Usa, democratico, ha presentato una proposta di legge per abolire il vincolo di due mandati presidenziali.

Ohibò, poi viene da chiedersi.

Quando si gioca a Risiko.
Occhio ai Balcani, per quanto la stampa italiana non ne parli più se non per le schermaglie italo-croate. In Bosnia, ad esempio, in quel Paese che è l'esempio più lampante della follia degli europei occidentali, parrebbe che si sia al definitivo collasso. BalkanInsight riporta la notizia di uno sciopero generale nei territori amministrati dai musulmani e dai croati al quale, per la prima volta nella storia della giovane repubblica, parteciperà ogni singola organizzazione sindacale di ogni settore produttivo.
L'oggetto della riprovazione è un taglio al bilancio statale – che i serbi della Republika Srpska avrebbero già operato sul loro territorio – che fa parte di un vasto accordo col Fondo Monetario. In sostanza, o si tagliano le spese pubbliche o non arriva il prestito da un miliardo e rotti in Euro. Secondo alcuni analisti economici, se saltasse l'accordo, la Federazione bosniaca avrebbe cassa per soli altri sei mesi.

Su Iran, Israele e Paesi sunniti.

Viva la pigrizia, ma.
Non sottovaluto la portata di quel disinteresse, che è stato il carburante di strette illiberali negli ultimi due decenni: per ultima, la buonanima della preferenza e il caro estinto collegio uninominale. Nulla di buono può accadere alle democrazie quando i cittadini non si occupano della vita pubblica, quando il senso civico – già scarso negli italiani – scompare. Eppure, credo si siano sottovalutati in questi anni, se non si è stati addirittura complici, il degrado sempre più completo e l'ingordigia di una classe dirigente, meglio, di un ceto politico autoreferenziale al punto da rendersi autonominato. Oggi, in qualche misura, quel tentativo portato all'estremo col bipartitismo coatto, col veltrusconismo, perde.
Sarà necessario fare attenzione alle reazioni dei politici: la Bestia non è morta né moribonda. Ha solo trovato un ostacolo. Difatti, già si fan forti le voci che vogliono modificare l'istituto referendario. Attenzione, attenzione. I costituenti ci diedero tre schede, l'una per bilanciare l'altra, a far sì che vi fosse equilibrio fra i poteri centrale e locali, fra la delega e la democrazia diretta. Le tre schede sono quella del Parlamento, dei consigli regionali e quella referendaria. Senza l'una, le altre sono monche e si rischia il crollo dell'equilibrio fra istituzioni.
Certamente, l'istituto referendario è stato abusato. Quesiti sempre più parziali, vero, ma anche scelte degli italiani sempre più disattese. Rendere più difficile la proposizione di referendum abrogativi fa il paio col rendere l'elezione nelle assemblee una questione di segreteria di partito. Ora, non si vuol fare l'elogio dell'antipolitica: si vuole mantenere il potere nelle mani dei cittadini che eventualmente possono organizzarsi in partiti, come recita la Costituzione. Guai a lasciare quel potere in mano di associazioni sempre più private, sempre più autoreferenziali, sempre più organizzate – penso principalmente ai due partiti maggiori, ma anche i medi non scherzano – come consigli di amministrazione, attraverso le fondazioni, dei ricchissimi bilanci dovuti al finanziamento pubblico, ovvero al ricavo delle tasse imposte ai cittadini.
Oggi, gli amministratori di quelle fondazioni, delle casse dei partiti, dei loro fondi neri, ricevono un altolà. Dovranno seguirne altri, perché da oggi faranno ripartire la battaglia per assicurarsi l'eternità – a prescindere dalla «volontà popolare».
Non avendo mai creduto nell'ingenuità delle scelte, nel disinteresse personale, nel mito del Buon Selvaggio, sono disposto ad ammettere correttivi al principio de “una testa, un voto” e della pari dignità nella rappresentanza delle opinioni. Che sia uno sbarramento a livello nazionale o regionale; che sia il collegio uninominale; che sia un premio di maggioranza a una coalizione o a una sola lista; ma non tutto, non più di uno di questi. E, immediatamente, la restituzione del voto di preferenza quando ci sono liste di partito o l'istituzione di elezioni primarie pubbliche e riconosciute dallo Stato – quindi non truccate come quelle dell'Ulivo e del Pd – in caso di collegi uninominali. Il potere di scegliere deve tornare agli azionisti della società, non ai manager scelti per dirigerla e che – come nella vita economica – sono più interessati ai premi di produzione autostabiliti che ai dividendi per tutti e ognuno.

Andiamo, è tempo di migrare.
Il costo in termini di vite umane, civili e militari, e in termini meramente economici di fronte al ritorno in termini di sicurezza per l'Occidente e per gli abitanti di quelle zone è nettamente a sfavore. Non volendo in alcun modo ergerci a grandi esperti – ammesso esistano – di nation building, dopo la riflessione di cui sopra potremmo proporre la figura di Thomas Edward Lawrence quale primo organizzatore di forze tribali nel Vicino e Medio Oriente. Ovvero se non sarebbe più efficace per gli interessi degli Usa e dei loro alleati allearsi a loro volta con figure locali, invece di tentar di schiacciare piccole zanzare agguerrite con una clava.

Scusate, ero fuori di casa.

Dicevamo?
Giusto per dirlo, mi piacerebbe essere ancora capace di stupirmi quando, sulla stampa e nei talk show, i politici si dichiarano soddisfatti di qualsiasi risultato elettorale ottengano. Veltroni si dimise con un partito ufficialmente rappresentante di un terzo del consenso popolare: quel bravo ragazzo di Franceschini è capace persino di alzare il tono di una già indecente campagna elettorale.
Detto questo, pare evidente che i giochi del Paese si facciano e disfino a destra.

Elezioni 2009.
Visto che me le chiedereste, due righe sul voto italiano. Vado assai schematicamente.
Pdl: arretrano di un pelo, non so quanto a causa dell'astensione.
Pd: sconfitta annunciata di un partito senza programma o anche solo identità.
Nel complesso, è la sconfitta del tentativo veltrusconiano di imporre il bipartitismo coatto in Italia. Già si parla di modificare l'atteggiamento, in entrambe le formazioni, verso il referendum-truffa.
Lega: vittoria sensibile, specie in alcune regioni settentrionali.
Idv: vittoria notevole. Di Pietro ha già lanciato la sua sfida a leader dell'opposizione.
Nel complesso, Franceschini e Berlusconi han fatto di tutto per far guadagnar voti ai loro alleati. Ora, i due partiti maggiori sono ancora più prigionieri di prima.
Udc: guadagna un punto su cento, non so quanto in termini assoluti.
Lista khomeinista: andranno avanti, chissà se verso un partito unico. Testimonianza, anche in caso arrivasse – fra quattro anni? – di nuovo in Parlamento.
Sinistra e libertà: non si capisce perché i vecchi gruppi dirigenti di Rifondazione, Verdi, della sinistra Ds avrebbero dovuto riaccendere le speranze di un elettorato che ha voltato loro le spalle dodici mesi fa. I socialisti, poi, non potevano scegliere alleanza peggiore.
Nel complesso, due milioni di voti non sono pochi, affatto, ma i ceti politici che li guidano sono l'ostacolo maggiore alla loro partecipazione alla formazione delle scelte nazionali.
Radicali: son sempre lì. Voto di opinione o che altro, rappresentano comunque una nicchia dalla quale – nello schieramento progressista – non si può prescindere. E lanciano una costituente liberale, socialista, ambientalista, laica e democratica per fine giugno, nella solita Chianciano. Rinasce la Rosa nel pugno?

The Obamas. Episode 4: The great Muslim country of ours.
Poi arriva Sant'Obama, sale sul palchetto preparatogli al Cairo e afferma che gli Usa possono esser considerati come «uno dei più grandi Paesi musulmani del pianeta». Il prossimo che mi dice che si annoia.

About
Calendar
Recent Comments
Archives
Links


Stuff
Americana -