Il primo a sinistra

Così diceva il Pci ai tempi della gran macchina di partito. Nella scheda elettorale, in un’Italia ancora parzialmente analfabeta, i cittadini avrebbero trovato il simbolo di Guttuso per primo, in alto a sinistra. L’ordine sulla scheda era dato first come first serve, e i militanti comunisti facevano nottate davanti al ministero per assicurarsi quel posto.

E così anche Genova, dopo Rieti, ha scelto come candidato del centrosinistra la persona sostenuta da – o espressione di – Sinistra Ecologia e Libertà.

È un po’ surreale che questi candidati di sinistra, come fecero Pisapia e Zedda – De Magistris è un caso a parte – nella scorsa tornata amministrativa, debbano poi farcire i loro discorsi di moderazione e sobrietà, edulcorando poi l’azione amministrativa fino a far sbiadire la loro inclinazione nel tabaccismo. Forse è nel dna degli italiani quel cattocomunismo, quel pauperismo un po’ fine a se stesso e intransigentemente immobilista. Non so. Lungi da me fare il sociologo.
Succede però lo stesso ovunque ci siano primarie. Tolto il candidato forte – Prodi, Veltroni – che si presenta senza avversari degni di nota, vincono le estreme.

È lo stesso negli Stati Uniti, dove Romney – che era stato il candidato conservatore contro un McCain centrista – oggi fatica contro personalità dalle posizioni più estreme della propria.

Forse è banalmente questione di organizzazione: rimasugli di partito novecentesco e blablabla. Forse, hanno ragione – i congressi del Pdl stanno dicendo questo – La Russa e Alemanno che il radicamento nel sogiale e blablabla. Forse – secondo me più probabilmente – il cittadino comune, che non ha interesse a partecipare a questioni di partito, alle primarie non si reca. Perché farsi schedare, dopotutto, come supporter di un partito o di una coalizione?

Io non sono tifoso di un modello elettorale su un altro. Apprezzo il first past the post per certi versi, come per altri il proporzionale puro corretto à la Jefferson o D’Hondt per la distribuzione dei resti. Sono altresì persuaso che il sistema più avanzato sia quello del single transferable vote, dove al cittadino è lasciata anche una seconda scelta. Come votare una volta e mezza, diciamo; se il mio candidato preferito non passa, faccio in modo passi la mia seconda scelta.
Non ne faccio questione di principio, in ogni modo. Non è solo da una legge elettorale che dipende la rappresentanza democratica, tanto più il rispetto dello stato di diritto.

Mi chiedo però che senso abbiano queste primarie. In termini generali, eh. Vero che di fronte a un candidato sindaco che non mi piace, potrei votar l’altro candidato. Ma, chissà, magari mi riconosco nella coalizione che esprime il candidato che non mi piace. Già, potrei far voto disgiunto: voto il partito che mi piace e l’altro candidato sindaco. Oppure un candidato minore, lasciando eventualmente la scelta vera e propria per il turno di ballottaggio.
A me pare già una follia. So mica perché mai una persona che lavora, tiene famiglia, mutuo, cazzi suoi all’infinito, debba occuparsi di queste cose.

Sarà anche una conquista quella del cittadino che sceglie il proprio amministratore ma – alla fin fine – io mi sentirei più rappresentato se potessi votare un partito, indicando la preferenza per un consigliere. E se poi il consiglio comunale, in base alla ripartizione dei seggi, pensasse ad eleggere un sindaco di compromesso. Sempre meno ridicolo di votare un sindaco ex/post/neo/fanta-comunista o mai pentito missino affinché faccia scelte democristiane.

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