Copincollo la chiosa dell’articolo di Enrico Cisnetto, pubblicato su TerzaRepubblica.it col medesimo titolo:
Ora, però, va girata pagina. Sapendo che la “fase due” deve avere come priorità lo sviluppo ma anche un intervento radicale sul debito e un taglio “non lineare” della spesa pubblica improduttiva. Dunque, quel che non è stato fatto prima va fatto dopo. Come? Partendo dal presupposto che la tanto evocata crescita non si fa (solo) con scelte normative, ma con investimenti in conto capitale. Tanto più ora che siamo entrati in recessione e la Confindustria prevede per il 2012 un arretramento del pil di 1,6 punti percentuali. Abbiamo cioè bisogno prima di tutto di politica industriale. E questa si realizza sia facendo scelte con le imprese esistenti – spingendole a fondersi, valorizzando i distretti, aiutandole ad esportare, creando campioni nazionali – sia scegliendo tra settori maturi da abbandonare e settori innovativi da incentivare, sia con investimenti diretti. Poi serve anche abbassare le tasse sulle imprese e sul lavoro e liberalizzare i mercati. How much? Decine e decine di miliardi. Che, come ben sappiamo, non ci sono. Ma che ci potrebbero essere se ci si decidesse a mettere mano al debito.
Rilancio la mia idea a costo di essere noioso: creiamo una società veicolo da quotare in Borsa in cui mettere quei 700 miliardi di asset che il Tesoro asserisce essere la parte più facilmente valorizzabile dei 1800 miliardi totali di patrimonio pubblico; ad essa si leghi una patrimoniale light, sotto forma di acquisto forzoso di titoli (azioni e/o obbligazioni convertibili) della medesima società; con il ricavato complessivo si riduca il debito (e quindi anche il deficit per via di minori oneri passivi) e si finanzi la ripresa, nella misura rispettivamente di due terzi e un terzo. Così si potrà coniugare virtuosamente rigore e sviluppo, facendoli diventare una cosa sola.
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