Archivio di novembre 2011

Concita, ma non mi dire

martedì, 29 novembre 2011

C’è voluto il licenziamento e il ritorno a Repubblica di Concita De Gregorio perché ciò che chiunque nel Lazio sapeva divenisse di dominio pubblico: il piddì tifava per la candidata presidente, allora finiana, Renata Polverini. La candidata di Ballarò, per intenderci. La Ignazio La Russa in gonnella. Anfatti, cioè, ahò.

Spiace ma non stupisce ci sia voluto così tanto tempo per la ‘confessione’: la politica e il giornalismo politico sono più centri d’addestramento per servitori che altro. Spiace anche per gli elettori e i volenterosi militanti piddini che credettero nella possibilità di riformare di una regione che, ora come allora, è impantanata nello strapotere delle gerarchie locali e nella crisi economica – soprattutto pubblica – che affossa le energie di un territorio vocato allo sviluppo.

Spiace anche per Fini, che doveva essere rafforzato – ahem! – prima della scissione-espulsione dal Pdl, e per i finissimi strateghi del Partito democratico che, dalla Bolognina ad oggi, non ne hanno azzeccata una. Cialtroni cui auguriamo, nel solco magno del pensiero chiunquista, un altro cinquantennio di opposizione.

Ballerina mia

giovedì, 24 novembre 2011

Ne scrivo qui, perché parlarne – magari telefonicamente – è troppo faticoso. Perdonate poi la brutalità dell’espressione ma davvero non trovo parole buone per dire a voi, nostri amici di sempre, questa cosa.

Toga Party, nota come Toga e basta, ma anche come Mamma Toga, è morta martedì 22 novembre.

Non credo abbiano senso le domande di rito: stava male, com’è successo e come no. Nella fattispecie stava malissimo, povera piccola vecchietta, e negli ultimi tre o quattro giorni di vita aveva smesso di mangiare, attività che – come per ogni peloso quadrupede – era fra le sue innumerevoli passioni.
Cervello e vera e propria «mente criminale» delle attività animali nei luoghi in cui ha vissuto per quasi tre lustri, mal si adattava a educazione e comportamenti urbani. Era rimasta in cuor suo un animale selvatico, più simile a un gatto che a un cane. Gran guardiana, ogni rumore o traccia la poneva in allarme, dando il via alla nostra piccola ronda composta da dieci zampe.
Zampette lunghe e sottili le sue, come quelle di ogni buon pit bull ADBA, montate su un corpo a prima vista esile ma invero velocissimo e funzionale alla caccia; dei piccioni, sul terrazzo della casa romana, come delle farfalle che si affollavano a baciarla, attorno Casa Baggins, sua ultima residenza.
Agli occhi degli umani, ha sempre sofferto il confronto col suo compagno, animale poderoso, più pesante di dieci, dodici chili e protagonista flamboyant. Ma lei era così: silenziosa, persino schiva, minuta, madre solamente essenziale dei suoi otto cuccioli, imprevedibile. Una gran stronzetta. Il sole attorno il quale si è svolta la vita di Bluto. E la mia, ricambiatissimo. Come quando si esibiva per me, ballando con quel movimento tipico dei felini che saltano da una zampa all’altra, come le massaie quando impastano il pane. O quando si univa alle mie canzoni, nelle rare esibizioni della sua voce, ululando o tubando come una colomba.

Faremo una gran fatica nel non trovare il suo naso all’insù puntato verso di noi, curioso dei movimenti del suo branco e testimone dell’istinto protettivo verso i maschi, i fessi della casa.

Bon, ho già scritto più di quanto avrei voluto e di quanto sia capace di sopportare. Era la mia cagna e dunque la più bella fra le belle. Sapeva di buono anche quando non era buona, spesso, e quando puzzava di cane. È stato un privilegio averla avuta al fianco potendo godere del suo amore incondizionato.

Che Dio abbia pietà di lei e, se non chiedo troppo, di noi che rimaniamo senza. Un po’ sbalorditi, un po’ confusi, eternamente grati.

Fateci pace, come D’Alemullah

sabato, 19 novembre 2011

Le medaglie hanno due facce, si dice. Anche l’Italia. A capirlo ed accettarlo per primo, in maniera definitiva e relativamente a personaggi conosciuti, è stato il baffetto di Botteghe Oscure. Di questo gli rendo onore.
Il nostro Paese può scegliere fra il suo lato pecorone, sempre tendente al compromesso, ipocritamente baciapile e creativamente poliarchico, democristiano fino al midollo; oppure quello anarcoide, che dalla liberazione sessuale è arrivato alle olgettine in un crescendo da Salò o le 120 giornate di Sodoma.

Abbiamo impiegato diciassette anni per tornare al modello storico. Non saprei scommettere, però, sulla longevità di questa fase.

Solly Tyibilika, 1979-2011

lunedì, 14 novembre 2011

Apprendo ora dell’omicidio di Solly Tyibilika, flanker degli Springboks, la nazionale di rugby sudafricana. Fra i primi giocatori di colore a vestire la maglia di quel Paese – il mio preferito nel Tri Nations – ha totalizzato in carriera otto caps e quindici punti.
È stato ucciso in un bar di Gugulethu, vicino Città del Capo.

Abbracciare la realtà

lunedì, 14 novembre 2011

Non ha tutti i torti chi ritiene che il Parlamento sia di fatto esautorato con l’incarico di Monti a presidente incaricato. Lo è nella misura in cui salta il sistema veltrusconiano che ha diviso in due, ora tre, grandi tronconi l’opinione pubblica, l’elettorato. Un sistema artificiale, il tentativo tutto italico di trovare una scorciatoia perché si realizzasse l’«alternanza». Peccato che con la scorciatoia siano saltati anche Vicolo della rappresentanza e – soprattutto – Via dell’alternativa. Ma si sa, il Monopoli cui lorsignori hanno ridotto il potere pubblico è così: prendere o lasciare.

Leggendo i titoli dei quotidiani ho visto le foto di una manifestazione a Roma in cui, fra onnipresenti bandiere tricolori, una cinquantina di persone raccolte dietro uno striscione firmato Giovane Italia – Mazzini mio, dolente – lamentavano l’occupazione da parte di «banche e baroni» della stanza dei bottoni romana.

Ne ho già scritto in passato e non ho voglia ora di andare a cercare in archivio. Trovo sempre stupefacente il sentimento di rivalsa di chi sta a destra: quel senso di occupazione, liberazione, conquista di posti. Come se negli ultimi vent’anni non avessero fatto il bello e cattivo tempo dove conta; come se la società non li avesse sostenuti, e non li sostenesse ancora, in larga maggioranza. Si percepiscono come outsider, forse vittime della cattiva «retorica dei perdenti» di scuola missina.

Sarebbe dunque il caso di guardare in faccia la realtà. O quell’insieme di fatti che possiamo comporre come quadro condiviso, unica realtà possibile. Anche solo per piccoli passi, per scampoli di tempo.

Prendiamo gli ultimi tre anni e mezzo? Una legge elettorale truffaldina aveva regalato alla maggioranza di governo sessanta parlamentari in più dell’opposizione. Una montagna invalicabile. L’alleanza Pdl-Lega poteva votare qualsiasi cosa senza far caso ai colleghi dell’opposizione. Nonostante questo, si è andati avanti a colpi di decreto: sei al mese, in media. Quel Parlamento di nominati era chiaramente incapace di stilare un solo progetto di legge.
I conti pubblici? A ramengo. E la crisi finanziaria non c’entra con la spesa corrente. C’entra la volontà politica. Se uno Stato spende di più, è perché ha stabilito di spendere di più. I governi Berlusconi in genere – cito Oscar Giannino, mica Bertinotti – e quest’ultimo in particolare hanno innalzato il debito pubblico come nessuno mai prima. Come Craxi, Andreotti e Forlani avrebbero pagato di persona per poter fare, e non fecero.
Le riforme? Neanche una maggioranza bulgara ha permesso all’ormai ex presdelcons di farne una. Tutto ciò che è stato tentato è stato pro domo sua. Il che è anche comprensibile, visti i magistrati ospiti di congressi di partito. Ma non è sufficiente a spiegare come – in diciassette anni passati in maggioranza al governo del Paese – la classe dirigente berlusconiana abbia eluso se non tradito il messaggio di «rivoluzione liberale» che vinse, insieme al terrore dei cosacchi in piazza San Pietro, le coscienze degli italiani, regalandogli la prima clamorosa vittoria elettorale.

Quel che mi permetto di osservare è che, nell’ultima tornata di legislatura, un centrodestra estremamente diviso al suo interno – e fin dall’inizio – fra ex democristiani e socialisti, leghisti e protezionisti, paleo- e neo-liberali, populisti e ignoranti belli e buoni, ha promosso una squadra dirigente ampiamente deludente. Non so cosa sarà dei singoli futuri di La Russa, Gasparri e Gelmini. Non so cosa sarà di Prestigiacomo, Carfagna, Frattini. E mi fermo qui, perché mi scappa da ridere se penso ad altri ancora.

A Berlusconi toccò in dono – sua immensa fortuna – una buona dose di gente capace per irrobustire la squadra di dipendenti con cui aveva costruito Forza Italia. Li ha fatti fuori tutti. Il centrodestra poteva vantare fra le sue fila persone come Urbani e Martino, e ha nominato ministri e sottosegretari Brunetta e Santanchè.

Mi fermo qui, perché il messaggio mi pare chiaro: cari amici della Giovane Italia – Mazzini mio… – e non solo, sono spiacente ma non sapete governare. A destra, ammesso e non concesso che il quadro politico italiano rimanga lo stesso dopo Monti, serve un’altra classe dirigente. Il centrodestra al governo non ha combinato un’acca. Indifendibile, imperdonabile. E basta coi lamenti sui giudici rossi, sui Casini e Fini. Il tram si prende quando passa. Punto. Ed è passato più volte, in diciassette anni e anche negli ultimi tre e mezzo. Abolizione del valore legale del titolo di studio; liberalizzazione del mercato fra lavoro e impresa, ovvero meno sussidi alle imprese, più sussidi a chi perde il lavoro; meno tasse e più oculatezza nella spesa pubblica; meno fondi regalati a Gheddafi e più messa in sicurezza del Paese dal dissesto idrogeologico; abolizione degli ordini professionali, e via dicendo. Non avete fatto nulla. Anzi, in alcuni casi, avete fatto il contrario.
Servono meno tricolori e più persone capaci. Che vuol dire, meno parole e più numeri. Meno propaganda e più competenza. Meno canti e più calcolatrici. So di tagliare le ali ai romantici ma, per amministrare la cosa pubblica, non basta la visione. Non basta lo slancio volontaristico. Non basta l’ideale.

Lezione del giorno

venerdì, 11 novembre 2011

Se l’undici di novembre puoi stare con le finestre spalancate senza morir di freddo, godendo anzi di un pallido quanto tiepido sole, e un fringuello entra svolazzando – per la seconda volta – in casa, non ti puoi incazzare. Godi della perfezione delle sue forme, della geniale funzionalità della sua struttura ossea, e non spaventarlo. Esce da solo.

Lo volesse il Cielo

giovedì, 10 novembre 2011

Bel divertissement a firma di Michele Fusco per Linkiesta.

Nostalgia, nostalgia canaglia

giovedì, 10 novembre 2011

Non so se il sempre più opaco Robespierre molisano abbia detto espressamente che «se non ci sta la Lega, pure lui si tira indietro», come scrive Bertini su La Stampa.

Ritorna in mente un’epoca magari non felice, ma più felice, quando i partiti avevano come linea invalicabile l’«arco costituzionale». L’esclusione del Movimento sociale, quale partito non repubblicano, dalla vita parlamentare. Con buona pace dell’arte oratoria e l’intelligenza politica di Almirante e di altri grandi interpreti di quel partito.

Alzo dunque l’asticella, formalizzando il mio comportamento negli ultimi anni. Io non voterò coalizioni in cui siano presenti Idv o padanisti. I partiti agrari sono una vergogna in un Paese che è e rimane una potenza industriale.

Cattiverie colorate

giovedì, 10 novembre 2011

Fermo restando che, se accertato in ogni grado di giudizio in aule di tribunale, sarei felice di vedere qualunque Herman Cain marcire in galera, leggere la stampa e blogosfera americana – diciamo così, liberal – mi mette a disagio. Passi che Darwin sia démodé. È un dato di fatto e, non avendo cultura scientifica sufficiente, non mi metto a difendere a spada tratta l’intera teoria del gran viaggiatore britannico che pure è parte indiscussa della mia Weltanschauung. Pare però d’essere tornati ai tempi del positivismo e a quell’accezione tutta razzista per la quale i popoli non bianchi erano dipinti come più animaleschi, più istintivi e quindi – nei maschi della specie – più attivi sessualmente. Una donna accusa un uomo, conservatore e afroamericano, e il mondo della comunicazione politically correct emette una sentenza definitiva. Curioso poi che non accada ai suoi compagni di partito wasp.

Per fortuna, il presidente degli Usa è un uomo di colore e il razzismo è una issue superata – o così dissero all’indomani della sua elezione. Viene tuttavia il sospetto che, se un’accusa del genere fosse stata rivolta a Barack Hussein Obama durante la vittoriosa campagna delle primarie democratiche, i mass media sarebbero insorti. Ovvero che, se una donna avesse detto che tredici o quattordici anni prima sarebbe stata accarezzata su una gamba e mentre la testa veniva spinta verso l’inguine avrebbe chiesto di piantarla e l’uomo l’avesse fatta finita, la donna sarebbe stata linciata dalla stampa. Linciata o accusata di essere un’agente dell’allora governatore Sarah Palin. Ma è solo un sospetto e io sono una persona assai sospettosa.

Come poi un uomo dal grande successo personale e professionale quale Cain, nato senza camicia e senza scarpe per divenire colto e ricco, abbia pensato che una storiella del genere non avrebbe distrutto la sua scalata alla candidatura del grand old party va al di là delle mie capacità intellettive. La sua linea difensiva è negare totalmente le accuse. Una mossa clintonesca, se vogliamo. Chissà se avrà fortuna con la bacchettona opinione pubblica. Fatto sta che, dovesse andare come più probabile, i repubblicani si dovranno accontentare di Mitt Romney – Dio del cielo… – e di un ticket assai più debole. Se viceversa sopravvivesse, beh, bella gara nel 2012.

Vangelo dell’alternativa, detto della Balena Bianca

mercoledì, 9 novembre 2011

«Alla destra di Cesa siede Gabriella Carlucci (…)». E ci sono anche persone che trovano motivo di festeggiare. Beate le anime semplici e i fessi di sempre.