Non ha tutti i torti chi ritiene che il Parlamento sia di fatto esautorato con l’incarico di Monti a presidente incaricato. Lo è nella misura in cui salta il sistema veltrusconiano che ha diviso in due, ora tre, grandi tronconi l’opinione pubblica, l’elettorato. Un sistema artificiale, il tentativo tutto italico di trovare una scorciatoia perché si realizzasse l’«alternanza». Peccato che con la scorciatoia siano saltati anche Vicolo della rappresentanza e – soprattutto – Via dell’alternativa. Ma si sa, il Monopoli cui lorsignori hanno ridotto il potere pubblico è così: prendere o lasciare.
Leggendo i titoli dei quotidiani ho visto le foto di una manifestazione a Roma in cui, fra onnipresenti bandiere tricolori, una cinquantina di persone raccolte dietro uno striscione firmato Giovane Italia – Mazzini mio, dolente – lamentavano l’occupazione da parte di «banche e baroni» della stanza dei bottoni romana.
Ne ho già scritto in passato e non ho voglia ora di andare a cercare in archivio. Trovo sempre stupefacente il sentimento di rivalsa di chi sta a destra: quel senso di occupazione, liberazione, conquista di posti. Come se negli ultimi vent’anni non avessero fatto il bello e cattivo tempo dove conta; come se la società non li avesse sostenuti, e non li sostenesse ancora, in larga maggioranza. Si percepiscono come outsider, forse vittime della cattiva «retorica dei perdenti» di scuola missina.
Sarebbe dunque il caso di guardare in faccia la realtà. O quell’insieme di fatti che possiamo comporre come quadro condiviso, unica realtà possibile. Anche solo per piccoli passi, per scampoli di tempo.
Prendiamo gli ultimi tre anni e mezzo? Una legge elettorale truffaldina aveva regalato alla maggioranza di governo sessanta parlamentari in più dell’opposizione. Una montagna invalicabile. L’alleanza Pdl-Lega poteva votare qualsiasi cosa senza far caso ai colleghi dell’opposizione. Nonostante questo, si è andati avanti a colpi di decreto: sei al mese, in media. Quel Parlamento di nominati era chiaramente incapace di stilare un solo progetto di legge.
I conti pubblici? A ramengo. E la crisi finanziaria non c’entra con la spesa corrente. C’entra la volontà politica. Se uno Stato spende di più, è perché ha stabilito di spendere di più. I governi Berlusconi in genere – cito Oscar Giannino, mica Bertinotti – e quest’ultimo in particolare hanno innalzato il debito pubblico come nessuno mai prima. Come Craxi, Andreotti e Forlani avrebbero pagato di persona per poter fare, e non fecero.
Le riforme? Neanche una maggioranza bulgara ha permesso all’ormai ex presdelcons di farne una. Tutto ciò che è stato tentato è stato pro domo sua. Il che è anche comprensibile, visti i magistrati ospiti di congressi di partito. Ma non è sufficiente a spiegare come – in diciassette anni passati in maggioranza al governo del Paese – la classe dirigente berlusconiana abbia eluso se non tradito il messaggio di «rivoluzione liberale» che vinse, insieme al terrore dei cosacchi in piazza San Pietro, le coscienze degli italiani, regalandogli la prima clamorosa vittoria elettorale.
Quel che mi permetto di osservare è che, nell’ultima tornata di legislatura, un centrodestra estremamente diviso al suo interno – e fin dall’inizio – fra ex democristiani e socialisti, leghisti e protezionisti, paleo- e neo-liberali, populisti e ignoranti belli e buoni, ha promosso una squadra dirigente ampiamente deludente. Non so cosa sarà dei singoli futuri di La Russa, Gasparri e Gelmini. Non so cosa sarà di Prestigiacomo, Carfagna, Frattini. E mi fermo qui, perché mi scappa da ridere se penso ad altri ancora.
A Berlusconi toccò in dono – sua immensa fortuna – una buona dose di gente capace per irrobustire la squadra di dipendenti con cui aveva costruito Forza Italia. Li ha fatti fuori tutti. Il centrodestra poteva vantare fra le sue fila persone come Urbani e Martino, e ha nominato ministri e sottosegretari Brunetta e Santanchè.
Mi fermo qui, perché il messaggio mi pare chiaro: cari amici della Giovane Italia – Mazzini mio… – e non solo, sono spiacente ma non sapete governare. A destra, ammesso e non concesso che il quadro politico italiano rimanga lo stesso dopo Monti, serve un’altra classe dirigente. Il centrodestra al governo non ha combinato un’acca. Indifendibile, imperdonabile. E basta coi lamenti sui giudici rossi, sui Casini e Fini. Il tram si prende quando passa. Punto. Ed è passato più volte, in diciassette anni e anche negli ultimi tre e mezzo. Abolizione del valore legale del titolo di studio; liberalizzazione del mercato fra lavoro e impresa, ovvero meno sussidi alle imprese, più sussidi a chi perde il lavoro; meno tasse e più oculatezza nella spesa pubblica; meno fondi regalati a Gheddafi e più messa in sicurezza del Paese dal dissesto idrogeologico; abolizione degli ordini professionali, e via dicendo. Non avete fatto nulla. Anzi, in alcuni casi, avete fatto il contrario.
Servono meno tricolori e più persone capaci. Che vuol dire, meno parole e più numeri. Meno propaganda e più competenza. Meno canti e più calcolatrici. So di tagliare le ali ai romantici ma, per amministrare la cosa pubblica, non basta la visione. Non basta lo slancio volontaristico. Non basta l’ideale.