Archivio di settembre 2011

Rientro solo ora

mercoledì, 21 settembre 2011

Ho le occhiaie fino alle ginocchia ma che goduria le celebrazioni per l’Unità d’Italia. Una intera giornata di festa, corteo marziale quanto carnascialesco guidato dalle massime autorità dello Stato alla testa di un popolo gioioso e sguaiato, in costume storico, fuochi artificiali contro un cielo nuvoloso a celebrare – come ogni anno, come ogni anno – la presa di Roma. O il suo ritorno nell’alveo della Nazione che ella stessa ha ispirato quale simbolo millenario e senza la quale sarebbe stata orba e monca.

Fanfara dei bersaglieri, omaggi a Cavour, Mazzini e tutti i padri della Patria, corone d’alloro a rinnovare l’imperitura memoria dei caduti italiani e dei condannati a morte da Pio IX.

Felice 141esimo compleanno, Italia!

Famo a capisse, ovvero Due conti facili facili

venerdì, 16 settembre 2011

Ieri mi ha scritto, due volte in verità, il mio commercialista. Email collettive, inviate ad ogni suo cliente con l’avviso di aggiornare la fatturazione alla nuova aliquota Iva. Giusto, bravo e tempisticamente ineccepibile il mio consulente, che altrimenti come gli altri assistiti avrei sommerso di domande.

Ho vociato e seguito a farlo su quanto trovo assurdo il sistema fiscale italiano. Complesso per il gran numero dei tributi e oneroso per chiunque lavori. Bon, andando al sodo: fra le due manovre finanziarie estive e i loro tagli alle detrazioni e deduzioni o quant’altro – e calcolando le addizionali locali con un aumento minimo, non portato ai massimali possibili grazie al federalismo gabellista – il sottoscritto, come ogni bravo lavoratore autonomo che fattura fino a 30mila euro l’anno, perderà il dieci percento del reddito a favore dello Stato.

Non so se è chiaro: il dieci percento del reddito. Ripeto: un euro in più ogni dieci.

Servizi in più? Nessuno, prevedibilmente. Sostegno per i periodi di magra? Non scherziamo. Welfare allargato anche ad autonomi e precari? C’è l’opposizione di ogni sindacato, nonostante l’impegno di Bonino, Ichino e altri.

Ovvio che peggio vada l’economia e peggio vadano i conti delle persone. C’è una bella fetta di gente che, però, non subirà il taglio dello stipendio. Il dieci percento. Poi dici l’ulcera. Vaccarana.

Casa mia/2

giovedì, 15 settembre 2011

Leggevo sul Los Angeles Times che, in un rapporto Ubs, è calcolato che l’uscita dall’eurozona di Portogallo o Grecia costerebbe a quei Paesi la metà del reddito nazionale. Che persino la Germania pagherebbe un conto salatissimo qualora scegliesse di tornare al marco, perdendo tra il venti e il venticinque percento, e confermando dunque che l’euro è stato un buon modo di pagare meno costi per l’unificazione tedesca: un costo che è stato socializzato con i partner europei. Ditemi voi se in terzo millennio inoltrato devo ritrovarmi ancora ad utilizzare l’espressione «unificazione tedesca». Porcamucca e dannato von Bismarck. Vabbè.

Eppure le voci di dissolvimento dell’unione monetaria si fanno più insistenti. C’è persino chi invoca il default italiano, portando ad esempio un’Argentina che si è saputa riprendere. Sì, no, vero, l’Argentina più o meno si è ripresa ma qualcuno si è dimenticato delle scene in cui folle affamate inseguivano mucche per strada per grigliarle lì per lì, senza neanche frollare la carne. Anche a me non onorare i debiti pare un’idea furba, se non fosse che sarebbero il mio potere di acquisto e la mia qualità della vita ad essere in gioco, e quella di praticamente ogni cittadino italiano.
Chiunque abbia un mutuo in essere o un prestito, un leasing in corso sarebbe macellato persino peggio della mucca argentina.
Oh, se solo si fossero lasciate le banche al loro destino di mercato, salvaguardando come da legge i risparmiatori. Oh, se il nostro Governo non avesse gettato denaro nel sostegno – ad esempio – all’industria degli yacht per poi andare a caccia di evasori fiscali con barche intestate a società di comodo.

Bon, comunque, le voci si rincorrono e l’atmosfera è agitata. Si vedano:

Vi siete mai ritrovati con un debito da pagare? Avete mai redatto un «piano di rientro»? Non vi suona particolarmente bizzarro pensare che si stiano cercando nuovi creditori senza che si attacchi direttamente la fonte del problema, ovvero la scarsa produzione di reddito e la spesa ipertrofica? Se – come sottintendeva il caro Tremonti quando fece infilare il risparmio degli italiani nei conti macroeconomici – siamo tutti una grande famiglia, perché è così difficile comportarsi saggiamente come una famiglia?
La risposta all’ultima domanda è banale e me ne scuso. Perché non lo siamo. È solo quando c’è in giro il «cetriolo globale» che diventiamo tutti ortolani.

L’ambiguo trionfo dell’era delle città

mercoledì, 14 settembre 2011

Bello il breve saggio di Robert Bruegmann – professore emerito di Storia dell’arte, Architettura e Urbanistica alla UoI di Chicago – dal titolo The ambiguous triumph of the “Urban Age” pubblicato su New Geography. Enjoy.

Casa mia

venerdì, 9 settembre 2011

Mi sono sempre sentito un cittadino europeo. Sono nato quando esistevano confini stabiliti e controlli alle dogane, con passaporti di diverso colore, con cartine appese ai muri di scuola – ma anche nelle case degli zii giramondo – di un mondo diviso in sfere d’influenza. La geografia politica è stata una delle mie passioni più precoci e fin da piccolo era per me punto d’onore conoscere capitale e Paesi confinanti di ogni nazione sulla faccia della Terra. Anni più tardi, al liceo, potevo tranquillamente non aprire il libro di geografia: conoscevo già le principali industrie di questa o quella nazione.
Purtuttavìa, era lo spazio comune europeo a farmi sentire a casa. Complici i viaggi all’estero – la mia amata Heidelberg! – ancora bambino, complice un nonno trasferitosi in Catalogna ma che aveva casa in Ticino o una madre trilingue, o le canzoni che mi constrinsero presto a imparare l’inglese, io ero innamorato della Repubblica francese come della monarchia britannica, mi incuriosivano lo Stato federale tedesco e le autonomie iberiche, discettavo di storia e unioni personali scandinave. Per tacere della Ddr, amore inconfessabile della mia famiglia, e del blocco orientale in genere. E poi la Grecia, l’Ellade, chiamatela come volete. Quella era davvero casa mia: a Patrasso, vicino la chiesa di Sant’Andrea, e su e giù per i Balcani meridionali.

Rivendico ancora oggi la mia contrarietà al trattato di Maastricht. È stata quella la tomba dell’unione politica del mio dolce continente, la fine dei sogni e delle necessità federaliste di Spinelli, Rossi e quella magnifica generazione. L’unione monetaria, delle banche e degli affari, che saltava – è proprio il caso di dirlo, vero signor Delors? – d’emblée la costruzione politica di istituzioni comuni, era la scorciatoia dei tecnocrati e dei boiardi di Stato – vero signori Ciampi e Prodi? – verso non già gli Stati Uniti d’Europa ma per il baratro germanocentrico.
L’attuale crisi interna all’Unione europea ne è definitiva, nel caso servisse, testimonianza. È stato commesso un errore al quale, in questi anni di Nuova Depressione, non si è voluto metter mano.

Di Europa – con diversi accenti – scrivono il Primo ministro e il ministro delle Finanze olandesi, Mark Rutte e Jan Kees de Jager, in Expulsion from the eurozone has to be the final penalty pubblicato dal Financial Times così come Nouriel Roubini e Nicolas Berggruen in Stop dithering. Only full integration can save Europe sul Guardian. Enjoy.

Aggiornamento: ben scritto ed interessante The Crisis of Europe and European Nationalism di George Friedman per Stratfor.

Lontano da ogni nostalgia, lo sciopero Cgil

martedì, 6 settembre 2011

C’è stato un lungo periodo nella storia repubblicana in cui i corpi intermedi – sindacati, associazionismo e partiti politici – competevano a suon di competenze. Comunque la si pensi, la scuola degli amministratori locali del Pci, ad esempio, è universalmente riconosciuta come formatrice di un ceto dirigente capace. Basti pensare alla schiera di rossi amministratori emiliano-romagnoli, toscani, umbri ma anche ai sindaci socialisti che fecero crescere ed evolvere Milano. E l’associazionismo cattolico? Con la sua attenzione per i singoli e i loro bisogni, per il popolo minuto, ha tessuto una rete elastica con cui – ben oltre gli istituti della Cig e del welfare nostrano – i tempi di vacche magre erano meno faticosi da sopportare.
I sindacati, poi, proponevano studi e analisi dei modi di produzione, della socialità nei quartieri popolari, e spronavano – a volte fornendo contenuti tout court – i partiti di riferimento a riforme più o meno di sistema.

Di fronte alla arlecchinesca, raffazzonata manovra economica cui è costretto un governo che nel suo mandato ha sempre rassicurato gli italiani – e che solo per questo meriterebbe di cadere – sarebbe lecito attendersi che i sindacati presentino questo e quel documento, approfondite analisi e – se non risolutive – sonanti proposte.

Oggi si svolge lo sciopero generale della Cgil. I lavoratori che partecipano rinunceranno a un giorno di paga per protestare contro la manovra economica, il che è legittimo quanto generoso. Che oggi scioperino dunque per – cito dal volantino del maggiore sindacato italiano – «un piano strutturale di lotta all’evasione fiscale e contributiva, un’imposta straordinaria sui grandi immobili e una ordinaria sulle grandi ricchezze, la qualificazione dei servizi pubblici e la valorizzazione del patrimonio pubblico, il dimezzamento del numero dei Parlamentari», ovvero per uno stratosferico inno alla fuffa, cazzi loro.

Ne parla anche Shylock.