Mi sono sempre sentito un cittadino europeo. Sono nato quando esistevano confini stabiliti e controlli alle dogane, con passaporti di diverso colore, con cartine appese ai muri di scuola – ma anche nelle case degli zii giramondo – di un mondo diviso in sfere d’influenza. La geografia politica è stata una delle mie passioni più precoci e fin da piccolo era per me punto d’onore conoscere capitale e Paesi confinanti di ogni nazione sulla faccia della Terra. Anni più tardi, al liceo, potevo tranquillamente non aprire il libro di geografia: conoscevo già le principali industrie di questa o quella nazione.
Purtuttavìa, era lo spazio comune europeo a farmi sentire a casa. Complici i viaggi all’estero – la mia amata Heidelberg! – ancora bambino, complice un nonno trasferitosi in Catalogna ma che aveva casa in Ticino o una madre trilingue, o le canzoni che mi constrinsero presto a imparare l’inglese, io ero innamorato della Repubblica francese come della monarchia britannica, mi incuriosivano lo Stato federale tedesco e le autonomie iberiche, discettavo di storia e unioni personali scandinave. Per tacere della Ddr, amore inconfessabile della mia famiglia, e del blocco orientale in genere. E poi la Grecia, l’Ellade, chiamatela come volete. Quella era davvero casa mia: a Patrasso, vicino la chiesa di Sant’Andrea, e su e giù per i Balcani meridionali.
Rivendico ancora oggi la mia contrarietà al trattato di Maastricht. È stata quella la tomba dell’unione politica del mio dolce continente, la fine dei sogni e delle necessità federaliste di Spinelli, Rossi e quella magnifica generazione. L’unione monetaria, delle banche e degli affari, che saltava – è proprio il caso di dirlo, vero signor Delors? – d’emblée la costruzione politica di istituzioni comuni, era la scorciatoia dei tecnocrati e dei boiardi di Stato – vero signori Ciampi e Prodi? – verso non già gli Stati Uniti d’Europa ma per il baratro germanocentrico.
L’attuale crisi interna all’Unione europea ne è definitiva, nel caso servisse, testimonianza. È stato commesso un errore al quale, in questi anni di Nuova Depressione, non si è voluto metter mano.
Di Europa – con diversi accenti – scrivono il Primo ministro e il ministro delle Finanze olandesi, Mark Rutte e Jan Kees de Jager, in Expulsion from the eurozone has to be the final penalty pubblicato dal Financial Times così come Nouriel Roubini e Nicolas Berggruen in Stop dithering. Only full integration can save Europe sul Guardian. Enjoy.
Aggiornamento: ben scritto ed interessante The Crisis of Europe and European Nationalism di George Friedman per Stratfor.