Archivio di giugno 2011

Pannella, carceri, giustizia

mercoledì, 29 giugno 2011

Oggi, Il Mattino di Napoli ospita una lettera al direttore, Virman Cusenza, relativa allo sciopero della fame di Marco Pannella – che dura da quasi cento giorni – e al sospeso sciopero della sete. Potete leggere l’intero scambio qui. Mi piace, però, pubblicare un estratto dalla risposta del direttore del principale quotidiano del Mezzogiorno:

Sono sempre stato dell’idea che, se uno Stato non può sostenere nemmeno i costi della detenzione in cella di coloro che ha ritenuto criminali, con sentenza o in attesa di giudizio, dovrebbe almeno provvedere a pene alternative che diano un senso a molte vite bruciate (quelle degli autori dei reati) e beneficio alla collettività svolgendo servizi sociali.
Altrimenti siamo nel campo della vendetta e in questo caso non è nemmeno giustizia retributiva, come nel diritto anglosassone viene interpretata anche la pena di morte.

Non credo rimanga altro da dire sull’argomento.

Scova le differenze

domenica, 19 giugno 2011

Un uomo di settantatrè anni si fa nuovamente fotografare in compagnia di giovani e giovanissime, impermeabile a scandali, critiche e rischi.
Un giornale di partito, che non leggo né conosco particolarmente, cambia il proprio direttore dopo che questa aveva risanato il bilancio e fatto crescere le vendite, dando una linea più contemporanea – condivisibile o meno – al quotidiano.

L’anziano signore è criticato in pubblico dai propri avversari e in privato – magistrati intercettatori permettendo – dagli amici.
Il sito del giornale è invaso dalle lamentele dei lettori, orfani della direzione, che lamentano il «clima da Kgb» creato dal partito-proprietario, auspicano la scomparsa del «baffetto maledetto», accusano il segretario di quel partito di aver ordinato lo «sfratto esecutivo» perché il direttore – «che non le mandava a dire nemmeno ai dirigenti del partito di riferimento del giornale» – non farebbe gioco alla nuova strategia delle alleanze. E – voce che non posso confermare, lo leggo fra i commenti dei lettori – di aver pronta la nuova nomina per un giornalista che proviene dal quotidiano di proprietà del suocero del leader che si vorrebbe alleato.

Ho scritto e scritto ancora che a me sta bene tutto. Che le elezioni mi interessano in sé, come processo di espressione del libero arbitrio, e che poco o nulla credo che esse possano significare epifanie sostanziose. Qui, con Hegel e qualsiasi altro fogliaccio da «uomo nuovo», da «altro mondo», da «nuovo modello di sviluppo», ci accendiamo il caminetto.
Davvero, a me sta bene tutto ma – per cortesia – non parlatemi di un vento nuovo, di cambiamento, di narrazioni differenti. Vi prego.

Dico solo una cosa

lunedì, 13 giugno 2011

Prescindendo dai risultati del referendum, dal conteggio dei Sì e dei No; prescindendo anche dalle analisi sul voto al quesito sul legittimo impedimento per i componenti del gabinetto, io sono felice che gli italiani siano andati a votare – nuovamente – per affermare la propria opinione.

Quando i padri costituenti scrissero la Costituzione, diedero ai cittadini tre modi di partecipazione e direzione della vita pubblica: il voto politico, nazionale, per eleggere il potere legislativo e concorrere a formare l’esecutivo; il voto regionale, simbolo primo delle autonomie locali nel Paese dei mille campanili e delle libertà comunali; il voto referendario, cartina di tornasole del volere popolare e vero strumento di check-and-balance del potere politico.
Che la grande saggezza dei costituenti possa trovare a sessant’anni dalla redazione della Carta un piccolo segno di conferma, credo sia un segnale bellissimo.

Turchia fra urne e plebiscito

sabato, 11 giugno 2011

Bell’articolo di Enzo Bettiza, per quanto la mia preoccupazione sia un tantino maggiore di quella espressa dall’autore, su La Stampa.
Ricorderemo a lungo l’anno Duemilaundici.

Libano e nuvole, considerato che non riesco a dormire

mercoledì, 1 giugno 2011

Ognuno ha i clienti che merita. Quello per il quale lavoro in questi giorni, mi ha dato settantadue ore per fargli una rivista di qualche abbondante dozzina di pagine. Più verso le cento che verso il numero di uova che comprate solitamente. Bon, ora sono fermo perché il cliente – che ha sempre ragione – ha cambiato o sta definendo una opinione sul contenuto di questa edizione. Ergo, dovrò smontare la rivista, impaginarne diversamente i testi e Dio sa che altro. Oh, il buon Dio dei linotipisti, dei typesetter, dell’editoria. Che ci assista.

Fatto sta che, avendo dormito forse dodici ore in tre giorni, ho tentato di schiacciare un pisolino. Niente. Io mi sveglio all’alba e crollo al tramonto. In mezzo non so dormire. Roba da civiltà contadina, me ne rendo conto. È anche per questo che Darwin mi convince fino ad un certo punto.

Comunque, considerato che non riesco a dormire, mi sono detto che mettersi a pensare sarebbe stata l’attività migliore – oltre a preparare la vasca. E di che vogliamo parlare? Del Vicino oriente. Eh. Se vi annoia potete leggere un altro blog. Oppure sfogliare i post sottostanti. Quel che vi pare. Vi vorrò bene lo stesso, io.

Fatto sta che in Siria sta succedendo l’incredibile. Il giovane Assad sta facendo massacrare il proprio popolo e, fedele alla teoria della comunicazione che fu nazista prima e sovietica poi, non tenta neanche di nasconderlo. Anzi. Fa propaganda di immagini e dati terrificanti. Lo scopo, ovvio, è terrorizzare la popolazione in maggioranza araba sunnita e far sì che la sua leadership continui ad essere sostenuta dal nutrito gruppo di minoranze che tutto desiderano tranne che ritrovarsi minoranza.
Dubito che il regime nazionalsocialista siriano cadrà. Non senza, quantomeno, un intervento esterno. Più probabile che l’intera Siria cada vittima di una guerra civile barbara come solo tagliatori di teste e sgozzatori professionisti sanno essere. Una guerra civile passionale, se mi spiego.

Sarebbe dunque inevitabile, anzi tutt’uno, che questa intensa guerra fra etnie e confessioni religiose finisse per investire anche il Libano. Effettivamente, il maggior segmento del Pil libanese è l’odio settario. Possiamo dare per scontato che gli amici degli iraniani in Hezbollah interverrebbero in maniera determinante a favore del gran capo siriano. La parte sunnita e forse i drusi sarebbero gli avversari mentre i cristiani – come sempre – si dividerebbero in due fazioni, scambiandosi alleato a seconda della convenienza del giorno. Una carneficina senza capo né coda, senza obiettivi, senza possibilità di vittoria alcuna per qualunque fazione. Solo morti e dolore. Altre morti e altro dolore.

Sì, vabbè, direte, ma che te frega? Di che ti preoccupi? Per chi ti preoccupi? Per gli arabi? Effettivamente, poco. Non mi farà onore, ma la palma della mia preoccupazione non è per loro. Per Israele? Beh, un po’ di più, va da sé ma, se Israele volesse, raderebbe al suolo l’intera Siria nel tempo che impiegate facendo cose fra la prima colazione e il pasto di mezzodì. E senza usare un solo fante. Artiglieria e aviazione. Un deserto piatto, molto piatto. Un tavolo da biliardo.
No, no, io mi sto preoccupando per i soldati dell’Unifil. Non ci sono contingenti, italiani o altro, pronti a combattere per difendersi. Non hanno i mezzi, poveretti, per poterlo fare. Concordandone tempi e modi con quel che rimane dei buoni a Beirut e con Gerusalemme, mi chiedo se non sarebbe meglio preparare non già una exit strategy ma un piano di evacuazione rapida.