Ognuno ha i clienti che merita. Quello per il quale lavoro in questi giorni, mi ha dato settantadue ore per fargli una rivista di qualche abbondante dozzina di pagine. Più verso le cento che verso il numero di uova che comprate solitamente. Bon, ora sono fermo perché il cliente – che ha sempre ragione – ha cambiato o sta definendo una opinione sul contenuto di questa edizione. Ergo, dovrò smontare la rivista, impaginarne diversamente i testi e Dio sa che altro. Oh, il buon Dio dei linotipisti, dei typesetter, dell’editoria. Che ci assista.
Fatto sta che, avendo dormito forse dodici ore in tre giorni, ho tentato di schiacciare un pisolino. Niente. Io mi sveglio all’alba e crollo al tramonto. In mezzo non so dormire. Roba da civiltà contadina, me ne rendo conto. È anche per questo che Darwin mi convince fino ad un certo punto.
Comunque, considerato che non riesco a dormire, mi sono detto che mettersi a pensare sarebbe stata l’attività migliore – oltre a preparare la vasca. E di che vogliamo parlare? Del Vicino oriente. Eh. Se vi annoia potete leggere un altro blog. Oppure sfogliare i post sottostanti. Quel che vi pare. Vi vorrò bene lo stesso, io.
Fatto sta che in Siria sta succedendo l’incredibile. Il giovane Assad sta facendo massacrare il proprio popolo e, fedele alla teoria della comunicazione che fu nazista prima e sovietica poi, non tenta neanche di nasconderlo. Anzi. Fa propaganda di immagini e dati terrificanti. Lo scopo, ovvio, è terrorizzare la popolazione in maggioranza araba sunnita e far sì che la sua leadership continui ad essere sostenuta dal nutrito gruppo di minoranze che tutto desiderano tranne che ritrovarsi minoranza.
Dubito che il regime nazionalsocialista siriano cadrà. Non senza, quantomeno, un intervento esterno. Più probabile che l’intera Siria cada vittima di una guerra civile barbara come solo tagliatori di teste e sgozzatori professionisti sanno essere. Una guerra civile passionale, se mi spiego.
Sarebbe dunque inevitabile, anzi tutt’uno, che questa intensa guerra fra etnie e confessioni religiose finisse per investire anche il Libano. Effettivamente, il maggior segmento del Pil libanese è l’odio settario. Possiamo dare per scontato che gli amici degli iraniani in Hezbollah interverrebbero in maniera determinante a favore del gran capo siriano. La parte sunnita e forse i drusi sarebbero gli avversari mentre i cristiani – come sempre – si dividerebbero in due fazioni, scambiandosi alleato a seconda della convenienza del giorno. Una carneficina senza capo né coda, senza obiettivi, senza possibilità di vittoria alcuna per qualunque fazione. Solo morti e dolore. Altre morti e altro dolore.
Sì, vabbè, direte, ma che te frega? Di che ti preoccupi? Per chi ti preoccupi? Per gli arabi? Effettivamente, poco. Non mi farà onore, ma la palma della mia preoccupazione non è per loro. Per Israele? Beh, un po’ di più, va da sé ma, se Israele volesse, raderebbe al suolo l’intera Siria nel tempo che impiegate facendo cose fra la prima colazione e il pasto di mezzodì. E senza usare un solo fante. Artiglieria e aviazione. Un deserto piatto, molto piatto. Un tavolo da biliardo.
No, no, io mi sto preoccupando per i soldati dell’Unifil. Non ci sono contingenti, italiani o altro, pronti a combattere per difendersi. Non hanno i mezzi, poveretti, per poterlo fare. Concordandone tempi e modi con quel che rimane dei buoni a Beirut e con Gerusalemme, mi chiedo se non sarebbe meglio preparare non già una exit strategy ma un piano di evacuazione rapida.