Ho scritto più volte che non sarà un voto a cambiare il corso del mondo, e mantengo quella come opinione ufficiale. I governi nazionali, tanto più quelli democratici, stanno perdendo via via potere nei confronti di una economia globalizzata. Ne sono buoni testimoni, in casa nostra, gli affari Alitalia e Parmalat. Nel primo caso, un gruppo di pazzi regalò la fallita compagnia di bandiera ad alcuni imprenditori nostrani, finanziando la cessione a titolo gratuito con il denaro dei contribuenti, pur di non venderla a un prezzo accettabile ai cugini d’Oltralpe. Nel secondo, lo stesso gruppo di pazzi ha dovuto chinare il capo – e fermare la mano colbertista che li dirige – davanti alla limpida quanto legittima compravendita delle azioni del gruppo da parte di, ops, sempre i cugini d’Oltralpe.
Le elezioni, tuttavia, sono un gran bella cosa. Una pratica piacevole e divertente quanto un gioco di strategia o un manageriale calcistico. Mentre, quindi, il Canada è chiamato ad un voto il cui risultato – stando a sentire i sondaggi – sarebbe senza precedenti, siamo qui a commentare l’esito elettorale in una nostra sorella europea, l’Estonia.
Fra le ex repubbliche sovietiche, anche grazie alla vicinanza geografica e l’affinità con la stabile e ricca Finlandia, il piccolo Paese baltico è stato quello che più ha compiuto passi in avanti nel migliorare le condizioni di vita dei propri abitanti. Abitanti che, nonostante un sistema elettorale proporzionale, con sbarramento al cinque percento, un paio di mesi fa hanno confermato ulteriormente i due partiti maggiori, entrambi liberali e aderenti all’Eldr: il Partito riformista – o Reformierakond – più tradizionalmente liberal-liberista, e il Partito di centro – o Keskerakond – simile ai nostri radicali o, meglio, ai repubblicani di provenienza azionista. Nel complesso, i due partiti perdono un seggio al Riigikogu, il parlamento di centouno membri. Buoni i risultati per la destra unita di Pro Patria e Res Publica, che recupera un po’ di seggi dopo il tracollo del 2007. Successo per i third way del Partito socialdemocratico, che passano da dieci a diciannove seggi. Crollano gli ambientalisti, che escono dal parlamento grazie al dimezzamento del consenso, così come gli agrari del Rahvaliit, che pure erano stati partner governativi in passato.
Solo da noi, evidentemente, servono leggi truffa per spingere gli elettori a scegliere partiti altrimenti manifestamente incapaci a raccogliere consenso maggioritario in elezioni libere. Perché, già, quelle italiane proprio non so considerarle tali. Chi sa governare, i voti li raccoglie grazie al lavoro svolto.