Se ne è andato all’improvviso, il mio direttore. Ogni tanto spariva, a volte per mesi, e lasciava la redazione senza un telefonata, senza un messaggio, un post-it. Una nuvola di fumo, anzi neanche quella, e scompariva. A volte, si aveva l’impressione che ancora giocasse al Great Game per conto dei suoi amici russi.
C’era una guerra, una guerra orrenda e infame, nelle terre degli zar e noi avevamo preso l’abitudine di chiamarlo – a sua insaputa, non sia mai – il Ceceno.
Ceceno lui, che figlio più limpido delle sue Marche non poteva essere. Quanto orgoglio gli lessi negli occhi quando, per caso, gli dissi di conoscere la sua Fermo e Capodarco, Porto San Giorgio e persino don Franco e don Vinicio. E i racconti di una giovinezza agiata e di altri tempi fra le dolci colline marchigiane e il mare lì di fronte, quella terra cui appartieni e dalla quale ti senti soffocare, la vita oltrecortina e il Kgb che metteva cimici persino nelle mutande. Discorsi lasciati a metà, sempre, con il gusto di affascinare col detto e non detto. Anche perché, appunto, spariva.
Poi faceva la grazia di telefonare in redazione e raccontava di trovarsi in un ospedale moscovita, tranquilli, sarebbe tornato di lì a poco. Un paio di settimane ancora, che volete che sia. Come ci fosse finito, in un tugurio d’ospedale di Mosca dieci o giù di lì anni fa, un mistero. Un mistero che rimarrà tale, ora che è morto a Roma.
Ciao, Carlo, the spy we loved and feared.