Come certamente sapete, la casa di Saud ha virtualmente annesso il Bahrain – ovvero le sue principali isole. Lo ha fatto su espressa richiesta del monarca sunnita, Hamad bin Isa al Khalifa, che governa su un popolo sciita. Popolo in rivolta, come in molti altri Paesi arabi, ma guidato dagli Hezbollah libanesi emigrati. Ovvero, da Ahmadinejad. A Teheran, che nei mesi scorsi aveva – attraverso la nota di un portavoce di Ali Khamenei – affermato come l’arcipelago fosse storicamente appartenuto all’Iran, la mossa non è piaciuta.
È piaciuto, però, ancor meno ai sauditi che l’amministrazione statunitense, nel corso di una audizione al Congresso su questioni geopolitiche e dell’intelligence, abbia de facto accettato la possibilità – forse in nome del peak oil, forse a causa dell’incapacità americana ad uscire dagli scenari iracheno e afghano – che la teocrazia millenarista persiana diventi una potenza nucleare.
Mentre a Teheran si accusano le agenzie saudite e degli Emirati arabi uniti di fomentare rivolte in alcuni centri petroliferi della costa del Baluchistan iraniano, come del resto fanno i siriani, il re Saud si è rivolto pubblicamente a Barack Obama – e indirettamente ad Israele, altrettanto immobile sulla questione – attraverso una dichiarazione congiunta del Consiglio per la cooperazione nel Golfo Persico. In essa si legge a chiare lettere che «il Ccg non esiterà ad adottare le misure necessarie a fronteggiare le interferenze straniere negli affari interni» dei Paesi del Golfo. Come, ad esempio, arruolare millecinquecento ‘volontari’ pakistani che andranno ad aggiungersi ai primi mille dispiegati a Manama.
Si moltiplicano quindi le voci di una escalation fra l’Arabia Saudita e l’Iran, che coinvolgerebbe anche un Iraq a maggioranza sciita sceso al fianco dei correligionari iraniani. A sostenere la Casa di Saud i piccoli emirati del Golfo: Kuwait, Oman e – come detto – Bahrain. Potete preparare i popcorn.
Archivio di aprile 2011
Golfo, se Barack abbandona i sauditi
mercoledì, 20 aprile 2011Uè, pistola
venerdì, 15 aprile 2011Ascoltando la radio, ieri, m’era venuta in mente la Roma da romanzetto criminale. Voi sapete com’è: quelli stanno a Casa Pound ma, anche se io sto a Casa Baggins – preferendo le virtù e i vizi rurali e piccoloborghesi degli hobbit al grande poeta americano –, mi si drizza l’orecchio quando sento parlare di altri «inquilini, coinquilini, casigliani e affini». C’era traffico – quando mai – e il secondo servizio parlava di arma di piccolo calibro, per cui sono finito a pensare che in assenza di movimento reale, le avanguardie si dan sempre al gesto esemplare. Almeno, storicamente parlando. Poi si è arrivati a una sparachiodi.
Posto che la violenza è sempre sbagliata e tutti quei bei discorsi dello stesso tenore, e il clima degli anni 70 e quell’altra pappardella lì, non ho capito di che stanno parlando. Non si è trovato sangue lungo il tragitto dal presunto luogo dell’attentato all’ospedale. Si legge come l’Antonini fosse arrivato quella mattina in Municipio XX già con un occhio pesto. A nessuno, facendo un po’ di fai-da-te, è capitato di ferirsi con una sparachiodi? Fa male, eh, cazzo se fa male. Malerrimo. Ma tanto vale commentare le risse fra ultras del pallone. L’ambiente è quello. Metteteci in mezzo gli interessi di costruttori e proprietari di immobili – i tradizionali king maker romani – e avrete un bel quadretto. Antifascismo militante? Una risata mi soffocherà.
Meglio l’empereur
giovedì, 14 aprile 2011Mi pare che sia improbabile, ormai, convincere Gheddafi a scegliere per sé e il clan ristretto la via dell’esilio. L’intervento di no-fly zone è giunto in ritardo di oltre un mese, nel quale il Colonnello ha avuto la capacità di riequilibrare a suo favore i piatti della bilancia interna libica.
Si è quindi a una situazione di stallo, e a poco possono servire le distruzioni di carri armati che – insieme a qualche vittima fra i ribelli al regime – sono ormai l’unica notizia di ritorno dalla sponda meridionale. Si andrà – andremo, chissà – verso un intervento di terra. Nessuno, né gli Usa né la Francia, può permettersi di mantenere costantemente in volo i caccia. Costa tanto e non serve a nulla.
Fa ribrezzo, almeno a un europeista – un cittadino, un federalista, un imperialista europeo, fate voi – come il sottoscritto, dover notare come Bruxelles e le capitali europee diano sponda alla propaganda leghista. È tragico dover constatare non già questa o quella interpretazione di Schengen. I trattati, come ogni legge, in politica valgono poco. Regole e norme si accomodano dopo ogni tipo di accordo. È tragico, dicevo, dover constatare che l’Europa non esista proprio più. E non per colpa dei soliti furbastri italiani – quali poi, quando mai? – che, da una parte, si ingraziano la Chiesa con i permessi temporanei di soggiorno e, dall’altra, vorrebbero sbolognare ai partner il peso della residenzialità di quella immigrazione. L’Europa non è esistita in questa crisi che la coinvolgeva direttamente, se non altro per prossimità, e ha scelto di non esistere. Di non costruire un piano collettivo per i suoi Paesi membri in modo che intervenissero collegialmente, almeno sul piano umanitario, come un corpo solo. Cazzi degli italiani, se mi permettete l’espressione.
Peccato. Peccato, e lo dico da europeo. Non sento il peso di venti o cinquantamila stranieri in più dove risiedo, in quella penisola dell’Europa occidentale chiamata Italia. Peccato perché andiamo verso la disgregazione. Verso i microscopici e immediati interessi particolari, nazionali, contro quelli generali e a lungo respiro. Perché assomiglieremo sempre più all’Europa dei primi decenni dell’Ottocento.
Con la sostanziale e sostanziosa differenza che di fronte c’è un altro mondo, un’altra Cina, un altro Brasile, un’altra India, un altro arcipelago musulmano e la solita Russia. C’è il declino degli Usa e del mondo occidentale. Del prodotto dell’emigrazione – del colonialismo, dell’imperialismo, fate sempre voi – europea. E dietro l’angolo le svalutazioni della liretta, l’Italia e gli italiani a buon mercato, l’acutizzazione della piramide dei redditi. Fanculo. Che rabbia. Sarebbe stato meglio finire sotto Napoleone.
Non so voi
mercoledì, 6 aprile 2011Io, Scilipoti non l’ho votato. Io non darei mai e poi mai il voto a quel bandwagon di arrivisti e traffichini. Allora, meglio il Presdelcons. Almeno è un professionista.
Anzi, visto che sembra proprio l’ora giusta non già per un tè ma per far di tutta l’erba un fascio, perché voialtri pazzi e incoscienti non chiedete spiegazioni a Di Pietro, a Santoro, a Veltrusconi?