«I nostri aerei non hanno sparato e non spareranno». Essì – con la benzina avio libica nei serbatoi – si limiteranno a fare caroselli fra i traccianti, moderni cavalli berberi, sui cieli di Tripoli.
Archivio di marzo 2011
Il colonnello Silvio
martedì, 22 marzo 2011The Obamas, mi hanno craccato l’account
lunedì, 21 marzo 2011Non sono io a scrivere. Non mi assumo quindi paternità e responsabilità morale o politica di quanto segue, ol-ràit?
Mi sta piacendo l’Obama overstretched, quello che non ha truppe da spendere per la Libia e presta solo la spina dorsale – US Navy e USMC stazionanti in prossimità delle coste africane – alla coalizione internazionale, a partecipazione araba, che sta intervenendo sui cieli di Cirenaica e Tripolitania. Un modo indiretto di costringere gli europei, per mancanza di Europa tout court, a fare da sé. Magari, un giorno, ci daremo organismi politici e militari unitari. Le dimensioni contano, altroché. Prima o poi ci arrenderemo all’idea.
Riprendo quindi il controllo del blog. Che si può dire dell’intervento in corso? Che si tratta di una guerra. Che, come è noto, la guerra si sa come inizia – in ritardo, questa – ma non si sa mai come finisce. Che potrebbe trattarsi di un pantano, con tutto il rispetto per la finissima e asciutta sabbia del Sahara.
Non è chiaro, ma è tipico delle guerre di questo millennio, quale sia l’obiettivo. Pare il minimo, e praticamente già raggiunto, quello di impedire interventi delle forze aeree del Colonnello. Ad occhio, quello massimo – nelle migliori speranze, o sogni, di chi è intervenuto – è annichilire le forze armate libiche, in modo che siano più libere le tribù che ancora sostengono il regime di sganciarsi e unirsi senza troppe perdite ai ribelli. Senza interventi di terra. Primo, perché non ci sono truppe a disposizione. Secondo, perché la risoluzione Onu non le ha autorizzate esplicitamente, senza comunque proibirle. Terzo, perché se persino le SAS britanniche riescono a farsi denunciare da pastori di capre locali, è meglio stare al riparo delle caserme finché non costretti dagli eventi. Che poi ci siano da settimane consiglieri statunitensi e britannici nel campo dei ribelli, pare assodato. Ma non credo siano da considerarsi teste di ponte.
Secondo fonti tradizionalmente ben informate, Gheddafi avrebbe spostato da almeno due settimane il grosso delle sue armi migliori – i razzi russi Sa-5, che possono abbattere veivoli anche ad alta quota, e gli Sa-18 che vengono sparati da, ahem, camion Iveco – nel sud del Paese, nel deserto, lontani dal raggio d’azione massimo degli aerei nemici. Quanto questo abbia senso, se non in fase puramente conservativa, non mi è chiaro.
Sul campo, pare che la guerra sia diventata oramai guerriglia, combattuta casa per casa e strada per strada. Un potenziale massacro di vite civili che va ben oltre la vendetta che, già perpetrata dai macellai del Colonnello, vedrebbe le truppe scelte libiche tagliare le gole agli abitanti dei quartieri conquistati.
No-fly zone e cessate-il-fuoco
venerdì, 18 marzo 2011Nel caso non fosse noto, il reporter del Sole 24 Ore Roberto Bongiorni racconta – sulla carta colorata del suo quotidiano e sull’etere dalle frequenze di Radio 24 – che a Bengasi la gente è scesa in strada piangendo, a festeggiare, baciando in terra e benedicendo Francia e Gran Bretagna. Ora, finalmente, quella povera gente sarà protetta dall’artiglieria di terra e d’aria dei fedeli di Gheddafi.
Peccato solamente che l’Occidente e il mondo intero abbiano atteso un mese prima di prendere una posizione, consentendo al macellaio di Tripoli di massacrare donne e bambini con bombardamenti aerei sulle principali città del proprio Paese. Peccato che abbiano speso tempo sulla pelle e il sangue di chi si è ribellato a un regime che sembrava incrollabile, tanto era il terrore col quale governava. Peccato l’abbiano fatto nonostante la Lega araba avesse dato più d’un segnale di disponibilità prima all’esilio per il colonnello libico e poi per eventuali missioni militari a protezione degli insorti.
Ma è meglio questo di niente, specie a Bengasi. E se le aziende italiane e i loro governucchi perderanno il primato sugli idrocarburi libici a favore di Total e BP, bene. Se la sono voluta.
Siccome domani si festeggia: auguri, Italia
mercoledì, 16 marzo 2011È carino vedere tanti tricolori in giro. Gli uffici pubblici ma anche le case private, nonostante non ci siano campionati mondiali di calcio in programma. Sembra di essere in Francia. Una Francia che stia per festeggiare il suo essere nazione, o Stato, senza Parigi. Una Gran Bretagna senza Londra.
Già, perché domani si festeggia non già l’unità d’Italia quanto la proclamazione del Regno d’Italia. Una Italia cui mancavano ancora tante terre abitate da italiani e, prima di ogni altra cosa, la città senza la quale non esisterebbero neanche il concetto di Italia, d’Europa, di area euromediterranea. Questo non poteva interessare i Savoia di allora, preoccupati dal loro debito pubblico e che avrebbero dovuto attendere la caduta di Napoleone III per entrare nell’Urbe, ma suona francamente bizzarro che uno Stato, i suoi politici di carriera – destra o sinistra, o centro o altra destra che siano – e i suoi cialtroneschi cittadini se ne dimentichino.
Intendiamoci: nesuna polemica antitaliana. Gli italiani non hanno bisogno di farne, usi come sono a dare il peggio di sé in qualunque attività pubblica o sociale, riservando il meglio alla loro vita privata e all’imperitura famiglia. Ed io stesso sono profondamente italiano, nei pregi e nei difetti, sperando di avere comunque più i primi che i secondi. Voglio bene al mio Paese, ai suoi millenni – appunto – di storia civile e incivile. Sono grato all’Italia e agli italiani per avermi permesso di vivere in un angolo di mondo così ricco economicamente e culturalmente.
Grato ai popoli italici che seppero fondersi con i loro conquistatori, ai conquistatori etrusco-sabino-latini che seppero offrire dignità di pari cittadinanza a tutti i popoli soggiogati all’aquila di Roma, a chi nei secoli ha coltivato la terra lasciando di sé gli impagabili paesaggi e a chi ha costruito fortificazioni e cattedrali, a chi ha scritto trattati di giurisprudenza e a chi non ha saputo leggere fino all’ultimo giorno di vita. A chi visse nel proprio Comune e a chi oggi confonde il territorio comunale di residenza col proprio destino, a chi irredento sparava per la giustizia sociale e l’autonomia nazionale e a chi resistette all’occupazione francopiemontese che tassava sale e grano. A quell’umanità disgraziata e serialmente vinta da chiunque valicasse le Alpi o solcasse il Mediterraneo dopo la caduta dell’Impero e a chi ha conservato lungo i secoli nella sua pratica religiosa, certamente cambiandolo e arricchendolo col monoteismo di marca giudaica, il ricordo dell’universalità del messaggio di fratellanza che era proprio di queste sponde.
Ai miei concittadini, e agli ospiti i cui figli diverranno nuovi italiani, vanno le mie felicitazioni: un giorno di festa è sempre un bel giorno. Ma, davvero senza alcun accenno polemico, io continuo a preferire e festeggiare il Venti Settembre. Quel giorno fu il trionfo dell’idea nazionale e il capolavoro – come ebbe a dire don Benedetto – dello spirito liberale nel dare un volto moderno a ogni scampolo d’Europa per entrare in una nuova era di progresso e sviluppo.
Perciò – col tono affettuoso e informale con cui ci si rivolge a una vecchia amica, a una madre o una sorella – mi limito a dire: auguri, cara Italia.
Giustizia, il Vincino odierno
giovedì, 10 marzo 2011«Quando sento un magistrato navigato come Caselli che dice: “Di sicuro il processo andrà perso perché tra tre anni sarà proscritto”… Tre anni? Nell’epoca della banda larga, tre anni? Ma di cosa parlate? Date la giustizia a una decina di bravi bloghisti e in due mesi trovano il modo per risolvere tutto con giustizia».
Io, per quel che mi riguarda, m’accontento dello storico duo formato da Tex Willer e Kit Carson. I Cow&Pet Shop Boys, tipo.
8/3: né Minetti né Binetti
mercoledì, 2 marzo 2011Martedì otto marzo prossimo, alle diciassette, presso il palazzo della Cooperazione in via Torino 146 a Roma, sarà presentato il primo numero dei Quaderni di Icsa dal titolo “Intelligence economica” a cura di Paolo Savona e di Carlo Jean, edito da Rubbettino.
Parteciperanno: Gianni De Gennaro, direttore generale del Dis; Giuseppe Orsi, ceo di AgustaWestland; Antonio Patuelli, vicepresidente Abi; chiudono la lista il padrone di casa Marco Minniti e quell’altro gioiellino di Franco Frattini che, dicono, sarebbe il ministro degli Esteri in carica.
Magari qualcuno ha voglia di chiedere ai partecipanti come mai l’Italia continui a sostenere Gheddafi. O come mai i nostri servizi non si siano accorti che a cose fatte dell’insurrezione in un paese, la Libia, dove i nostri 007 sono di casa. O come mai, ancora, nessuno abbia pensato che la propria performance, per così dire, sia da dimissioni irrevocabili. Vale la pena partecipare, comunque, anche per il solo generale Jean: uno dei pochi nel nostro Stivale che sappia quel che dice.