Archivio di febbraio 2011

Wikisbadiglio (7)

venerdì, 25 febbraio 2011

Sarà, ma a me quell’Assange lì ricorda sempre più il Presdelcons.

Se cade anche la Grande giamairia araba di Libia popolare e socialista

mercoledì, 23 febbraio 2011

Intanto, festeggerei. A nome degli ebrei e degli italiani cacciati dopo secoli, della loro nostalgia per i luoghi, i suoni, i colori, gli affetti spezzati della loro giovinezza. Già, perché la linea dell’«attenzione, dietro le rivolte ci sono gli islamisti» mi convince poco. Non perché non possano esserci. Il contrario. Mi convince poco perché non riesco a comprendere la linea dell’appeasement sempre più sbracato sulle follie del colonnello Gheddafi.
Nell’anno del Centocinquantesimo anniversario della proclamazione di un Regno d’Italia privo della sua capitale naturale, la dittatura militare libica e gli smemorati nostrani farebbero bene a ricordare Giolitti e il Centesimo della guerra italo-turca per il controllo della Tripolitania e della Cirenaica che – liberate dal dominio turco – insieme alla regione del Fezzan costituiranno il moderno Stato libico. Certo, fu una guerra orribile, prova tecnica di quella indecente carneficina di massa che fu la Grande guerra. Eppure fu anche il motore, no, la scintilla che illuminò la evidente debolezza dello Stato turco dinanzi gli occhi dei balcanici che, dopo secoli di dominio ottomano, diedero il via alla Prima guerra mondiale in nome delle loro indipendenze nazionali.
Tornando al futuro, che è l’unico tempo interessante, torno a dire che non mi convince la linea della paura e della genuflessione. Se è vero, in senso storico, che l’Europa si sta spopolando e invecchia sempre più, mentre il mondo arabo cresce in termini demografici ben oltre la sua capacità di sopportazione – ben oltre il limite della sostenibilità, che va tanto di moda – e che quindi la pressione da est, con il potente soffio della Cina dietro, si farà sentire sulle coste europee e italiane in particolare, una risposta un po’ più accorta in questi decenni sarebbe stato il raddoppiare gli effettivi della fanteria di mare, ovvero il reggimento lagunari Serenissima dell’EI e il reggimento San Marco della MM.

Che siano Venezia e la sua centenaria storia repubblicana a indicare la via per la stabilità nel Mediterraneo centro-orientale. Non colonie o satrapi messi sul trono dall’Occidente: he may be a bastard, but he’s our bastard è la linea definitivamente sconfitta dalla realtà delle cose. Il fallimento senza sconti della politica estera italiana, di buona parte della Prima repubblica e del duo Prodi-Berlusconi e dei valletti D’Alema e Frattini. Quel che serve è il sostegno alle aspirazioni di progresso e sviluppo di chi abita le sponde meridionali del Mediterraneo e la viabilità di quel mare attraverso una rinnovata capacità di proiezione navale e marittima. Servono all’Europa e all’Italia le ocellae Venetiarum.

Buon compleanno, mondo

domenica, 20 febbraio 2011

Rientro ora a casa. Voci caotiche e non confermate uscivano dall’autoradio. Gheddafi sarebbe rifugiato in Venezuela dal degno compare Chavez; la Cina si sarebbe nuovamente chiusa alle notizie provenienti dal mondo per paura di essere infettata dal germe della rivolta; in Bahrain e Algeria l’esercito continuerebbe a massacrare i dimostranti, come in Yemen, ma i rispettivi regimi sarebbero agli sgoccioli sotto la spinta dei democratici egiziani, in testa in tutti i sondaggi pre-elettorali. Non solo: dal fallimento di Labour e Meretz, in Israele starebbe nascendo un nuovo partito, comprendente anche Kadima e Tommy Lapid, con in cima al programma la riforma istituzionale-elettorale maggioritaria in modo da espellere dall’area di governo i partiti oltranzisti ed etnici, la liberalizzazione del mercato interno e la separazione fra religione e Stato, la coraggiosa ripresa delle trattative con i palestinesi dell’Olp lungo la linea di «terra in cambio di pace».
Non solo questi tempi avrebbero avuto diritto a essere commentati, come non sono stati affatto, su queste pagine. Ahimè, il lavoro ha avuto e ha la precedenza. Questi tempi – ivi coprese le navi da guerra iraniane in crociera per la Siria – avrebbero avuto ed hanno il diritto di essere conosciuti ovvero, traduco per amor d’onestà, dovrei rispettare il dovere morale di trovare il tempo per guardar fuori dalla finestra del faro.

In ogni modo, Fnord! ha festeggiato il suo ennesimo compleanno. Grazie a voi, discrete centinaia di lettori, e a chi gli ha dato e continua a dare esistenza: Enrico, Fabio, grazie.

Bersani, ammetto una cosa

mercoledì, 9 febbraio 2011

Fra le proposte del piddì relative all’economia reale del Paese, ce ne sono di buone. Sì, ho anch’io un brivido quando mi accorgo di aver detto qualcosa del genere. E – brivido per brivido – aggiungerò che mi sembra tornato il miglior Bersani, quello che aveva guadagnato la stima di tanti non elettori della coalizione che lo aveva reso ministro della Repubblica.

Se cadono anche gli hashemiti

mercoledì, 2 febbraio 2011

Che l’invito di Netanyahu e del suo governo a «sostenere Mubarak» in ogni modo fosse il segno della follia di quell’uomo, e dell’incapacità generale di agire al livello di Rabin e Sharon, era e rimane chiaro. Più che una impossibile pace con i palestinesi, privi di una rappresentanza titolata a trattare, il miglior risultato per Israele sarebbe tornare al voto e far scomparire nelle urne ciò che resta del Likud e dei suoi alleati.

Ma se non è chiaro chi sostituirà Mubarak alla guida del più grande Paese arabo, è più evidente che i governi laici della Sunna scricchiolano tutti. Damasco più silenziosamente, almeno sinora, mentre in Marocco – nel quasi democratico Marocco – due uomini si sono dati fuoco. Forse immaginandosi come la scintilla nella prateria. Ad Amman si è già proceduto a un improvviso cambio di Primo ministro. La Giordania è il Paese con più palestinesi nell’area. Non profughi rinchiusi senza diritti in campi di concentramento – come nel Libano della democrazia settaria – ma sudditi del sovrano hashemita che, come gli egiziani e i libanesi, pare detestarli se non temerli.

L’equilibrio nel Vicino Oriente si è retto fino ad oggi sull’instabile rapporto fra l’Egitto, il regno di Giordania e la Turchia: non alleati di Gerusalemme ma consapevoli che, qualunque cosa ordini Teheran ai suoi amici in Siria, Libano e a Gaza, un approccio realistico alla questione della spartizione del 1948 non si può avere muovendo guerra allo Stato ebraico. Anche perché Egitto e Giordania sanno bene cosa significhi dichiarare una guerra dopo l’altra e perderle sin dal primo giorno: Sinai e West Bank sono lezioni indimenticabili. Ma se l’Ottomanìa di Erdogan fa ballare una gamba di quel tavolo permanente nel Mediterraneo orientale, la rivolta del Cairo rischia letteralmente di spezzarne una. Fondamentale, quindi, e terrificante al contempo sarà il ruolo dell’amministrazione Usa nella transizione egiziana. Sempre che evolva dal «wait and see», vera cifra del duo Obama-Clinton, ad un ruolo maggiormente proattivo.

In questo contesto, il ruolo della monarchia di Abd’allah II diventa ancora più importante. Ex titolari del governo dei luoghi santi dell’Islam, gli hashemiti si sono via via ritrovati – grazie ad Usa e Urss, rispettivamente sponsor dei sauditi e del nazionalsocialismo panarabista – privati del controllo materiale di quei luoghi. Eppure, mantengono simbolicamente il rispetto dovuto agli sceriffi che furono. È da loro che passa, almeno in parte, la possibilità di stabilità relativa nell’area e annesso stop al sogno di un nuovo califfato. C’è da pregare che gli hashemiti mantengano il trono. E che a Gerusalemme tornino a governare persone con visione e leadership internazionali.