L’ultimo disco di Phil Collins, Going back, è un gioiello. Un piccolo capolavoro.
Archivio di dicembre 2010
Breve nota personale
sabato, 25 dicembre 2010Wikisbadiglio (6)
venerdì, 24 dicembre 2010El País pubblica un nuovo cablogramma, nel quale il presidente del Consiglio Massimo D’Alema afferma dinanzi all’ambasciatore statunitense Spogli che «la magistratura è la maggior minaccia allo Stato italiano».
Anche se siamo alle vacanze invernali, D’Alemullah potrebbe responsabilmente prender spunto da quella sciita e proporre una responsabile commissione bipartisan.
I fiumi sono in piena
mercoledì, 22 dicembre 2010Non bastava il Robespierre molisano, ora anche gli studenti invitano il presidente della Repubblica a porre in essere un diritto di veto che la Costituzione non gli concede.
Studiare no, eh?
Wikisbadiglio (5)
lunedì, 20 dicembre 2010I legali di Julian Assange hanno reclamato per la pubblicazione sulla stampa di alcuni documenti della polizia svedese relativi alle accuse per stupro e molestie rivoltegli da due donne. Chiaramente, si tratta di una campagna di calunnie orchestrata dalla Cia.
Oppure è solo l’altro lato della medaglia.
Ne trovate notizia sul Guardian – dove si dà conto anche dell’arresto di dodici sospettati di terrorismo – e sull’Australian.
Nient’altro
venerdì, 17 dicembre 2010Le brigate Al-Qassam, braccio armato di Hamas, nel ventitreesimo anniversario dalla loro fondazione, hanno rilasciato una nota – pubblicata sul loro sito – nella quale si ricorda a fedeli e infedeli l’obiettivo della formazione. «Il nostro nemico capisce solo l’uso della forza», è scritto nel comunicato in cui si rivendica la liberazione della Palestina, «quindi la nostra resistenza continuerà, perché abbiamo giurato dinanzi a Dio di opporci al progetto sionista e ai suoi collaboratori sulla terra araba e islamica di Palestina».
Don’t ask, don’t tell
giovedì, 16 dicembre 2010Sarà che sono bianco, maschio ed eterosessuale, ma questo è uno degli argomenti che proprio non capisco. Intendiamoci, non riguardandomi tendo a non prendere una posizione assoluta. Sono della scuola per cui se tu, soggetto che si identifica come n, ritieni tuo diritto avere qualcosa e questo tuo diritto non lede i miei, fai pure.
Proprio non capisco però perché lo Stato – in questo caso gli Usa – dovrebbero avere interesse a riconoscere come omosessuale un uomo o una donna nelle Forze armate. Sinora, a loro è stato concesso come a ogni cittadino il diritto di servire l’esercito del proprio Paese. Senza discriminazioni, senza differenze nel trattamento, senza ostacoli alla eventuale carriera. Come credo sia giusto, perché non è con chi condividi l’esistenza o con chi vai a letto a far sì che tu faccia bene il tuo mestiere o che torni sano e salvo a casa. Tanto quanto non è il colore della pelle a fare un buon medico o il genere sessuale a fare un buon avvocato.
Dopo che lo Stato avrà anche questo record nella scheda del militare, che benefici vi saranno per la persona o l’istituzione per la quale essa presta servizio? Boh. Sarà che sono bianco, maschio ed eterosessuale, ma mi sentirei più libero se lo Stato si facesse i propri affari, perché ai miei preferisco badare io. Uno Stato che, oltre a voler sapere che reddito ho, quanto e come spendo, se fumo o mangio junk food, vuole persino intrufolarsi nella mia camera da letto – beh – francamente mi sembra essere un passo più vicino alla dittatura del controllo che a una democrazia del consenso.
Non che ci sia da stupirsi. Negli Usa ci sono persone che si laureano da medico, avvocato, ingegnere grazie al colore della pelle. Chi ottiene un posto di funzionario pubblico non per meriti ma per etnia. Uno strano Paese, visto da qui. E qui, mi trovo a non capire perché rinunciare al principio per cui non sono fatti altrui – dei singoli e della collettività – ciò che si fa della e nella propria vita.
Ah, ma ci sono i diritti delle coppie sposate riconosciute dallo Stato che vanno estesi alle coppie omosessuali e di fatto. Buon Dio, sono d’accordo. Ma il punto, ritengo, risiede nell’elargizione del diritto, non nella identità di chi lo ottiene. Perché mai lo Stato, un ministro della Repubblica, un funzionario pubblico, dovrebbero avere il diritto di dire chi è sposato e chi no? La follia è il matrimonio civile, scimmiottamento di un rituale religioso.
Chi vuole, si sposi in chiesa, tempio o altro luogo di culto. Lo faccia, se crede, dinanzi alla propria divinità. Quello è un matrimonio. Per chiunque altro – che sia una coppia etero, omo, o vedova e cognata in tarda età – i diritti di coppia possono essere riconosciuti con una semplice autodichiarazione e una bella festa con gli affetti più cari. Che lo Stato prenda atto della relazione fra due persone, qualsiasi sia la natura di questa relazione, senza metter bocca e stabilire come debba essere composta e gestita. Fatti della vita di quelle persone, in cui nessuna autorità superiore ha il diritto di intervenire.
A me, don’t ask, don’t tell pare una buona cosa. Io non sono costretto a dichiarare nulla, nessuno ha il diritto di chiedermi nulla. Lo Stato fuori dalle stanze da letto e dalle mutande. A me sembra un pezzo di libertà, terzietà, laicità.
Colonne di fumo sul centro di Roma
martedì, 14 dicembre 2010Qualcuno ha confuso il 14 dicembre con l’8 settembre.
Appunto: acquistare agendine da regalare a Natale.
Come si fa ad entrare nella Eris Society italiana? Fnord!
martedì, 14 dicembre 2010Me lo chiede un lettore. Per la precisione, mi chiede come si entri ufficialmente nella Eris Society. Posto che non mi è chiaro se egli abbia consultato la propria ghiandola pineale prima di scrivermi, o perché non l’abbia usata invece di scrivermi, sarò così gentile da rispondere pubblicamente a lui e a chiunque si ponga in una misura o nell’altra lo stesso quesito.
Innanzitutto, vorrei sintetizzare cosa è il Discordianismo, o Discordianesimo. Alla base di questa corrente di pensiero vi è la consapevolezza che tutto è caos e che ordine e disordine sono illusioni sovrastrutturali al caos. All’interno di quanti si riconoscono in questa lettura della realtà – o della surrealtà – è fortemente incoraggiata la formazione di sette e scismi.
Premi in palio
giovedì, 9 dicembre 2010Dubito ci sia chi conosca esattamente l’esito della crisi che sta investendo la maggioranza. I dati che mi sembra possano esser certi sono la volontà di Berlusconi di resistere e l’assenza di una maggioranza alternativa praticabile.
Sono per costituzione contrario ai governi d’unità nazionale, alle Grosse Koalition, ai compromessi storici. Credo nel profondo che la politica in democrazia sia la scelta di ciò che è meglio – almeno – per la maggioranza delle persone e, sinora, mi pare corretto dire che i Pd con L e senza, e i comprimari con loro presenti in Parlamento, non abbiano le idee chiare.
È vero che la situazione si presenta di non facilissima lettura: di fronte alle pressioni della globalizzazione, alla crisi mondiale della finanza, a un accertato declino industriale e della ricerca in Italia, non è roba semplice avere un piano. Assai più semplice tirare a campare da anticomunisti e antiberlusconiani.
Eppure, il fallimento della politica, dell’intero ceto politico italiano, è tutto qui: l’ignoranza verso le condizioni del lavoro e dell’impresa, della vita degli uomini e delle donne cittadini di questo Paese, la trascuratezza con la quale si trascina avanti la macchina pubblica, la facilità con la quale si rilasciano dichiarazioni che non avranno seguito e il pessimo gusto con il quale testate giornalistiche si schierano a prescindere scegliendo di darsi alla comunicazione invece che all’informazione, non fanno che allontanare il mondo istituzionale dalla Costituzione vivente. Dalle persone. Dai titolari del potere. Dagli azionisti di questa strana penisola.
Sento e leggo di compravendita di voti in Parlamento. Centomila euro l’anno, lordi, per cinque anni. Non è poca cosa, ma non è neanche moltissimo. Sempre ammesso sia vero. Leggo anche del dibattito sul governo a venire: pur di continuare, si donano due ministeri più importanti e una leggina elettorale con un nuovo premio di maggioranza. Anche qui: non poca cosa, ma neanche moltissimo.
Non so, non so davvero cosa pensare e augurarmi. Non vedo via d’uscita dalla crisi generalizzata che attanaglia il Paese. Diceva Giuseppe De Vita, presidente del Censis, che l’era berlusconiana è finita. Ok. Che al tramonto ci sono l’individualismo e il consumismo ma che al momento lasciano spazio solo a fragilità e depressione sul piano personale e collettivo. Che, addirittura, l’Italia sarebbe un Paese senza più legge né desiderio. Prendiamolo per buono, per quanto io non ami la commistione fra psicologia e politica. Quindi, da dove si riparte?
Non credo si possa ripartire che da una serie di riforme radicali. Intanto, dal riprendere e quanto possibile ampliare la cosiddetta “riforma Bersani”, con buona pace di chi scese in piazza in camice o toga. Liberalizzare, ma meglio ancora liberare l’accesso e la concorrenza nelle professioni liberali è un dovere verso le nuove generazioni.
Dall’altro capo della vita, non si può negare che moltissime delle pensioni elargite siano vergognosamente basse. Ammettere che lo Stato restituisca versamenti al di sotto della soglia di povertà è uno scandalo indegno di qualsiasi nazione civile. C’è bisogno di lavorare più a lungo, tutte e tutti, per garantire a chiunque almeno una decente vecchiaia? Bene, io ci sto. Il bene comune, in questo caso, è non permettere che donne e uomini anziani siano costretti – come si vede in qualsiasi grande città – a chiedere l’elemosina per strada dopo aver condotto una vita faticosamente dignitosa.
Battere la precarietà della vità è essenziale per permettere a chiunque di metter su casa, famiglia se si vuole, sposarsi e tutto il resto. È evidente che non si possa costringere un’azienda a fare assunzioni a tempo indeterminato senza che questa possa eventualmente decidere di interrompere il rapporto di lavoro con chi quel lavoro non lo fa al meglio. Facciamo a scambio fra articolo 18 e precariato? Lasciamo alle aziende la libertà di licenziare e restituiamo a chi lavora tutti i diritti – salariali e contributivi e assistenziali – propri di ogni lavoratore dipendente. Chi perderà il lavoro, essendo più facile per le aziende licenziare il personale, avrà implicitamente più possibilità di trovare un nuovo impiego. E lo Stato deve impegnarsi a contribuire a sostenere il singolo lavoratore nel periodo di non-lavoro. Con quali fondi? Aboliamo la cassa integrazione: serve solo a far pagare il pubblico per le crisi delle aziende, a lasciare in vita non le persone ma posti di lavoro che non ci sono già più, addivenendo in sostanza a fare da paracadute alle aziende e non ai cittadini.
Potrei andare avanti con mille altri aspetti che necessitano di riforma. Magari lo farò in seguito.
Chiudo con un’altra riforma che considero necessaria: quella costituzionale ed elettorale. Chiaro, sto parlando di fantascienza. La riforma che vorrei converrebbe a noi cittadini e non al ceto politico. Abolizione del bicameralismo, mille parlamentari in tutto eletti con proporzionale puro e sbarramento al tre/quattro/cinque percento. Vedete voi. Elezione diretta del capo del Governo, con maggiori poteri in termini legislativi e senza bisogno della fiducia della Camera. La fiducia gliela dà per quattro/cinque anni l’elettorato. Se ci riesce un Paese grande come gli Stati Uniti, possiamo riuscirci anche noi. E se i decreti del governo non godessero dell’approvazione del Parlamento? Come negli Usa: Mr. President media fra la volontà popolare e la propria, fino al compromesso migliore fra le parti.
Io non sono pessimista ma bisogna cambiare. Intanto, prendendo atto del fallimento della “seconda Repubblica” e dei suoi uomini politici. Tutti.
Tedeschi, vi amo
martedì, 7 dicembre 2010Non posseggo né mai ho posseduto un bar, ristorante, albergo sulla costa romagnola. Anzi, se si eccettua qualche festa nei weekend pasquali, ma l’ultimo risale all’anno del terremoto in Umbria, non ci sono neanche mai stato in vacanza. Non ho mai avuto un cliente tedesco e in Germania, tacendo di un convegno a Berlino una decina di anni fa, non ci vado da quando ero piccino.
Chiaro, non posso negare di aver letto tutto Nietzsche. O di aver letto altri grandi e meno grandi del pensiero tedesco. Di considerare il «pensiero tedesco» come una categoria in sé, nel bene e nel male. Però, voglio sottolinearlo ancora, non ho alcuna relazione con quel Paese e nessun amore particolare – ok, Nietzsche e Wagner e il Bauhaus esclusi – per loro.
Apprendo da Sublime Oblivion – eccellente blog di Anatoly Karlin, che consiglio a chiunque abbia interesse per la Russia – che Bayernkurier, il giornale della CSU bavarese, ha distribuito al suo interno un volantino reclamizzante un viaggio nella «Prussia orientale occupata dai russi». Ovviamente, è scoppiata una gran polemica: implicitamente, il volantino ignorava la WWII, il nazionalsocialismo e perfino gli sforzi per la distensione dei cancellieri di Bonn.
Il giornale si è scusato, affermando di non aver controllato la pubblicità al proprio interno, e che questa era una iniziativa autonoma dell’agenzia di viaggi. La quale, altrettanto, s’è scusata per l’inesattezza storica nel solito, noiosissimo modo dei tedeschi di scusarsi per i crimini dei loro antenati ed esorcizzare il senso di colpa.
«Lungo la Costa d’ambra, da Cranz alla capitale Königsberg con i suoi settecento anni di storia tedesca», però, lo ammetto, è un viaggio che davvero vorrei fare. Anche se non c’è rimasto un solo tedesco.