Da quello strano posto dall’altro lato dell’oceano, sempre nuove notizie. Fra una settimana si vota per il rinnovo delle cariche parlamentari a Washington, e in California si voterà per la legalizzazione della marijuana. Anzi, per una vera e propria liberalizzazione: i cittadini californiani avrebbero, persino, il diritto – cui ovviamente si oppone Schwarzenegger – di seminare e coltivare le piante nel loro giardino di casa. Una proposta che – sebbene San Francisco lasci pensare alla solita orda di hippy sessantenni – trova la sua ragione profonda nel fallimento della guerra alla droga e all’inasprimento dei conflitti sul suolo americano fra la forza pubblica, federale e locale, e le gang in larga parte messicane che seminano il terrore negli Stati confinanti con il failing State latinoamericano. Un fallimento che non riguarda esclusivamente la distribuzione di massa di sostanze stupefacenti sul territorio statunitense ma la vera e propria intangibilità dei loro confini nazionali, divenuti – in nome e per conto del profitto delle organizzazioni criminali – un vero e proprio colabrodo.
Sarà particolarmente imbarazzante per i conservatori lo scenario per il quale la proposition 19 sarà approvata dall’elettorato trovando, da Washington, la ferma opposizione di Obama e del suo zar per la guerra alla droga, Gil Kerlikowske. Il democratico duo – da non confondere con Batman e Robin – ha dichiarato che potrebbe portare l’eventuale legge dello Stato dell’Orso presso i tribunali. Che farà la destra americana? In nome del patriottismo sosterrà il presidente nella battaglia contro l’eventuale voto popolare o troverà il coraggio di difendere la Costituzione e i diritti dei singoli Stati?
Un altro importante aspetto è quello evidenziato da David Boaz: «Se lo Stato ha il diritto di decidere cosa dobbiamo fare col nostro corpo, cosa potrebbe non decidere?».
Uno che non si fa dubbi è Karl Denninger. Fra i principali – se non il primo – ispiratori del Tea Party, ovvero di quella protesta contro le leggi federali che finanziavano le grandi banche in perdita e aggravavano la situazione del debito pubblico americano, ha denunciato dalle pagine del suo blog: «Washington DC and many of the so-called “drive by” media are trying to play off the “Tea Parties” as some sort of right-wing partisan thing. They’re wrong». Difatti, con l’approssimarsi delle elezioni, si è alzato un gran dibattito sul cappello posato sul movimento da parte di alcuni repubblicani che, ufficialmente, avrebbero sostenuto le idee dei tea partiers: organizzando invece dei Tea Party paralleli, privi del carattere libertario delle origini e al contrario platealmente conservatori. Il messaggio, postato sul suo blog economico-finanziario, è chiaro: «To The Tea Party: Go Screw Yourself. Especially Sarah Palin, Newt Gingrich, Bob Barr, and douchebag groups such as the “Tea Party Patriots”».
Mi si perdonerà il machiavellismo ma – specialmente in quest’era di open source – un movimento di base, che basa sulla viralità del proprio messaggio la sua stessa identità, è facile preda dei professionisti così com’è sempre stato nella storia. Le organizzazioni o sono in qualche misura piramidali o semplicemente, per definizione, non sono. Buona fortuna, signor Denninger.