Archivio di ottobre 2010

Oh, say, can you see

mercoledì, 27 ottobre 2010

Da quello strano posto dall’altro lato dell’oceano, sempre nuove notizie. Fra una settimana si vota per il rinnovo delle cariche parlamentari a Washington, e in California si voterà per la legalizzazione della marijuana. Anzi, per una vera e propria liberalizzazione: i cittadini californiani avrebbero, persino, il diritto – cui ovviamente si oppone Schwarzenegger – di seminare e coltivare le piante nel loro giardino di casa. Una proposta che – sebbene San Francisco lasci pensare alla solita orda di hippy sessantenni – trova la sua ragione profonda nel fallimento della guerra alla droga e all’inasprimento dei conflitti sul suolo americano fra la forza pubblica, federale e locale, e le gang in larga parte messicane che seminano il terrore negli Stati confinanti con il failing State latinoamericano. Un fallimento che non riguarda esclusivamente la distribuzione di massa di sostanze stupefacenti sul territorio statunitense ma la vera e propria intangibilità dei loro confini nazionali, divenuti – in nome e per conto del profitto delle organizzazioni criminali – un vero e proprio colabrodo.
Sarà particolarmente imbarazzante per i conservatori lo scenario per il quale la proposition 19 sarà approvata dall’elettorato trovando, da Washington, la ferma opposizione di Obama e del suo zar per la guerra alla droga, Gil Kerlikowske. Il democratico duo – da non confondere con Batman e Robin – ha dichiarato che potrebbe portare l’eventuale legge dello Stato dell’Orso presso i tribunali. Che farà la destra americana? In nome del patriottismo sosterrà il presidente nella battaglia contro l’eventuale voto popolare o troverà il coraggio di difendere la Costituzione e i diritti dei singoli Stati?
Un altro importante aspetto è quello evidenziato da David Boaz: «Se lo Stato ha il diritto di decidere cosa dobbiamo fare col nostro corpo, cosa potrebbe non decidere?».

Uno che non si fa dubbi è Karl Denninger. Fra i principali – se non il primo – ispiratori del Tea Party, ovvero di quella protesta contro le leggi federali che finanziavano le grandi banche in perdita e aggravavano la situazione del debito pubblico americano, ha denunciato dalle pagine del suo blog: «Washington DC and many of the so-called “drive by” media are trying to play off the “Tea Parties” as some sort of right-wing partisan thing. They’re wrong». Difatti, con l’approssimarsi delle elezioni, si è alzato un gran dibattito sul cappello posato sul movimento da parte di alcuni repubblicani che, ufficialmente, avrebbero sostenuto le idee dei tea partiers: organizzando invece dei Tea Party paralleli, privi del carattere libertario delle origini e al contrario platealmente conservatori. Il messaggio, postato sul suo blog economico-finanziario, è chiaro: «To The Tea Party: Go Screw Yourself. Especially Sarah Palin, Newt Gingrich, Bob Barr, and douchebag groups such as the “Tea Party Patriots”».

Mi si perdonerà il machiavellismo ma – specialmente in quest’era di open source – un movimento di base, che basa sulla viralità del proprio messaggio la sua stessa identità, è facile preda dei professionisti così com’è sempre stato nella storia. Le organizzazioni o sono in qualche misura piramidali o semplicemente, per definizione, non sono. Buona fortuna, signor Denninger.

Gaza, il peso degli aiuti

venerdì, 22 ottobre 2010

È arrivato a Gaza – attraverso l’Egitto – un convoglio di centoquaranta veicoli carichi di aiuti umanitari organizzato dalla associazione Viva Palestina di Londra. Kevin Ovenden – si suppone sia il portavoce dei militanti – ha dichiarato che l’arrivo «è una vittoria concreta» contro l’embargo «politicamente al collasso». L’associazione britannica ha recapitato cinquecento tonnellate di materiale. Il viaggio è durato quattro settimane, via mare e terra.

Nelle stesse quattro settimane, Israele ha donato a Gaza il contenuto di tremilaquattrocentoventisette tir. Ovvero viveri, medicine, gasolio e materiali da costruzione per un totale di settantacinquemila tonnellate.

Grazie al Savio di Sion.

Poesia

venerdì, 15 ottobre 2010

E perdonatemi se, per un paio di giorni, invece che leggere ‘belle’ notizie dall’Italia e il mondo, mi sono regalato ogni servizio televisivo sulla liberazione dei minatori cileni. Dicano quel che vogliono i tifosi dell’apocalisse: l’uomo è una gran bella cosa, quando vuole.

Giovani italiani all’estero

martedì, 12 ottobre 2010

No, non mi riferisco al bell’articolo che Time ha dedicato alla nostra meglio gioventù, che col suo curriculum va all’estero e fa fortuna perché colta e intelligente. E perché è normale farne. Mi riferisco a quei poveri quattro alpini che han lasciato le penne in Afghanistan.

Sicuramente avrete notato come il dibattito innescato, nel rispetto dei tragici avvenimenti, da quelle quattro morti si sia incentrato sull’armare i nostri aerei nella zona delle operazioni in modo da fornire più supporto alle truppe impegnate a terra. Ora, chiariamoci le idee: è una cosa abbastanza logica, non trovate? Del resto, l’aviazione fu in larghissima parte della propria storia esattamente questo: controllo dal cielo e bombe a terra per facilitare il lavoro alla fanteria. Come il cavallo e i pedoni. Dimenticatevi i caccia e i top gun, nati solo per difendere i più pesanti bombardieri.
Ora fatevi una domanda: da quanto tempo siamo in Afghanistan? Trovata la risposta, e non è un annetto o giù di lì, chiedetevi anche come ci siamo finiti. E chi e come ha scritto le «regole d’ingaggio» per i nostri militari.
«L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali»: l’Italia ripudia la guerra e quindi non invia il suo esercito all’estero. Eppure, de facto, lo abbiamo mandato ovunque negli ultimi trent’anni. Trenta, non cinque, non dieci, non i quindici della Seconda repubblica. Prosegue l’articolo 11: «Consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni». Quindi, tutto sommato, forse ce lo possiamo mandare, l’esercito all’estero. Basta che siamo d’accordo con altri Paesi, no? Però all’italiana, mandiamocelo piano piano. Senza troppe armi. Con la solita storiella di quanto sono bravi i «nostri ragazzi» a svolgere «operazioni di pace».

Bene. I nostri militari muoiono perché sul cammino dei loro mezzi incontrano ordigni esplosivi improvvisati, perché i loro corpi impattano contro uno o più proiettili, eventualmente perché un velivolo cade al suolo. Ergo, c’è qualcuno che piazza bombe, spara proiettili o razzi terra-aria. Giusto, no?
Lasciato il campo della morale ai professionisti della stessa – «i nostri ragazzi muoiono perché i talebani cattivi non vogliono che costruiscano la pace» – sarebbe forse il caso che, a cominciare da Governo e Parlamento per arrivare alla stampa, la si piantasse di non chiamare le cose col proprio nome. In Afghanistan c’è una guerra. I militari italiani stanno facendo la guerra e, che si ritenga o meno di volerla e doverla combattere, finché saranno lì hanno il pieno diritto ad essere il più possibile protetti. Protetti dal loro ignobile Paese che gonfia il petto quando li manda in giro per il mondo, da quella vigliacca nazione che spende le due lacrime d’ordinanza quando tornano a casa avvolti nel tricolore. E in mezzo, nel frattempo, nulla.

Se c’è l’intenzione di rimanere in Afghanistan – o andare altrove, come what may – le truppe dislocate devono avere la massima libertà d’ingaggio e, quale che sia, il massimo della capacità di proiezione offensiva permessa dal nostro arsenale. Perché dev’esser chiaro: è la guerra a far schifo, non il guerriero ed il suo avversario.

Novi di Modena

martedì, 5 ottobre 2010

Io non so se sia giusto processare e incarcerare i due uomini che hanno massacrato moglie e figlia, madre e sorella. Certo, in ossequio al nostro stato di diritto abbiamo il dovere di farlo e di eseguire la pena, quale che sia. Il punto è che certe cose, certi delitti, non sono come altri. Non sono dettati dalla rabbia di un momento o dal maschilismo di sempre.

Se si risponde a una legge più alta, a una giustizia ‘divina’ che è giustizia privata di un gruppo di cittadini, che poteri rimangono per la comunità organizzata in forma di Stato laico e universale? Il processo, la condanna, la detenzione confermano il loro ruolo di garanzia verso chi commette un delitto tanto efferato. Certo. Ma i vicini di casa che provvedevano ad allontanare i curiosi, o semplicemente chi aveva udito le urla di dolore di due donne, queste persone insomma, cosa sono?

Chi sono e cosa sono, rispetto al delitto e rispetto alla comunità organizzata in forma di Stato, delle persone che collaborano non solo materialmente ma affermando che «era una cosa che non li riguardava, che era una lite in famiglia»? Dove inizia e dove finisce la loro responsabilità morale? Ed è sanzionabile? E dobbiamo proprio convivere con questa barbarie?

Barbarie. Non c’è un altro nome: barbarie. Non è migliore un italianissimo padre o nonno che violenta una figlia, una nipote. Un uomo divorziato che perseguita e uccide l’ex consorte. Non è migliore. Ma, se una battaglia è stata fatta e vinta dai settori più avanzati della società, e dalle donne in particolare, perché almeno parte di quella cultura scomparisse, noi oggi abbiamo di fronte qualcosa che è immensamente peggiore. C’è una pratica sociale che ha giustificazioni religiose. Comandamenti, non usi e costumi.

Siamo davvero convinti che la nostra civiltà sia in grado di influenzare queste persone? Io non lo sono affatto.