Cari lettori, scrivo al mio Paese. Scrivo dopo aver letto la commovente lettera di Walter Veltroni al Corsera. Lo confesso: a me Veltroni sta istintivamente simpatico. Sarà per le vignette in cui era raffigurato come il Brucaliffo o perché, una sera, ebbe il coraggio di presentarsi quale unico esponente di sinistra – per così dire – a una manifestazione nel vecchio ghetto di Roma in solidarietà a chi era quotidianamente bombardato dai razzi di Hezbollah.
Veltroni, quello che se lo nomini alla Margherita sbraita «Il peggior sindaco di Roma della storia». A me viene in mente Rutelli ma potrebbe aver ragione lei. Veltroni, quello dell’attuale legge elettorale, dello sbarramento, del Veltrusconi, dell’eterno ticket comunale con Rutelli, dell’autosufficienza piddìna che altro non è che farsi tenere per le palle da Di Pietro facendosi dettare la linea da Fioroni.
Sì, no, lo so, è indifendibile. Walter Veltroni è legato indissolubilmente a una serie di sconfitte tragiche del suo partito – i suoi partiti: uno gliel’hanno sciolto e un altro creato solo per fargli piacere – e di chi non aveva meglio da fare che allearvisi. Ma l’avete letta la missiva? Mette i brividi. Persino meglio di Alien vs Predator, credetemi. Cita persino Parri. Parri!
Dice che lo può fare perché vanta il titolo di aver ottenuto la fiducia di quattordici milioni d’italiani, alle elezioni politiche di un paio di anni fa. Secondo me, da quel che ricordo, qui vige la libertà d’espressione: non bisogna vantar titoli per dir la propria. Comunque, Veltroni scrive «agli italiani che tornano a casa, a quelli che non si sono mossi perché lavoravano o perché non possono lavorare (…) agli imprenditori che fanno e rifanno i conti della loro azienda chiedendosi perché metà del loro lavoro di un anno debba andare a finanziare uno Stato che non riesce a finire da sempre la costruzione di un’autostrada come la Salerno-Reggio Calabria (…) ai nuovi poveri italiani, i ragazzi precari, che arrivano a metà della vita senza uno straccio di certezza, senza un euro per la pensione, senza un lavoro sicuro, senza una casa, senza la sicurezza di poter mettere al mondo dei figli».
Scrive a tantissime persone, Wàrtere, e – ora che mi fermo a rifletterci su – mi commuovo ancora: gli risponderà qualcuno?