Archivio di luglio 2010

Confesso, non me l’aspettavo

venerdì, 30 luglio 2010

Sarà che sto invecchiando. O sarà che, con le sue eterne meline, la politica italiana ipnotizzerebbe anche un congressista di Washington. Fatto sta che il Berlusconi Silvio è uomo che spariglia le carte ogni volta che il tavolo non gli piace. Insofferente alle regole, qualunque regola, e alle dinamiche della politica politicante, ha fatto fuori Fini ed i suoi dal Pd con la L. Chapeau.
Parecchio conteranno i numeri: i singoli senatori e deputati che aderiranno ai gruppi parlamentari promossi da Fini e compagnia cantante. Non che sia il solo, ma so mica cosa succederà: da un punto di vista tecnico, al Pd converrebbe il voto e senza alcuna alleanza, per capitalizzare il vergognoso premio destinato de facto anche ai secondi piazzati. Ridurrebbe l’influenza nelle aule di Udc e Idv in maniera drastica. Cancellando al primo colpo qualunque risultato elettorale del presidente della Camera. Altro che Vendola e l’opposizione di Sua Maestà. Si rilancerebbe, insomma, il disegno veltrusconiano dei due partiti soli al comando: la riedizione del duopolio Dc-Pci, per tacere della Lega.
Oh, sì, piddì: andiamo alle urne, così si regala tutti un altro quinquennio a quel signore brianzolo.

Aggiornamento. Carino il pezzo di Benedetto Della Vedova su Il Secolo d’Italia.

Sì, votare

giovedì, 29 luglio 2010

Indipendentemente da quale partito, ché i lettori di Fnord fanno un po’ quello che vogliono – a volte anche solo per dispetto – e da quale sistema elettorale si preferisca, perché tanto è come col calcio: quattroquattrodue, quattrotretre, difesainlinea, quattroduetreuno, sontutteminchiate. Ma, essendo stata la questione della legge elettorale, e quindi del diritto di rappresentanza nelle istituzioni, uno dei cavalli di battaglia tradizionali di queste pagine e avendo il buon Toscani proposto di far divenire virale la riflessione del professore Michele Ainis, mi fa piacere pubblicare qui quanto sulle pagine de La Stampa.
Nonostante sia diventato l’organo ufficiale di qualsiasi reality show e cassa di risonanza di qualsivoglia pettegolezzo, il giornale torinese ricorda di tanto in tanto la sua funzione storica. E anche questo, non foss’altro per nostalgia del quotidiano che fu, mi fa piacere.

C’è un fantasma nella nostra scena pubblica: la legge elettorale. La sua riforma non ha mai occupato i desideri della maggioranza di governo, ora non interessa più nemmeno all’opposizione. Perché dovrebbe? È così comodo manovrare un esercito di soldatini di piombo travestiti da parlamentari.

Niente capricci, niente alzate d’ingegno: altrimenti la volta prossima te ne rimani a casa, anche se la tua pagina su Facebook conta un popolo di lettori e di elettori. E poi nell’agenda politica incalzano altre urgenze, altre questioni: la manovra finanziaria, le intercettazioni, il federalismo, l’università. Perché mai dovremmo attardarci sugli alambicchi del maggioritario o del proporzionale?

Eppure c’è un nesso tra i funerali della legalità e il battesimo della nuova classe dirigente. Basta misurare le reazioni dei politici finiti sotto torchio. Verdini: una congiura mediatica. Cosentino: un complotto giudiziario. Brancher, Dell’Utri, Caliendo: idem. E comunque l’essenziale è mantenere la fiducia del Capo, chissenefrega dei giornali. Tanto è lui, soltanto lui, che decide il tuo posto in Parlamento. L’insubordinazione, ecco il delitto più infamante.

Per i disobbedienti s’agita il randello dell’epurazione, oggi dal Pdl contro il finiano Granata, ieri dal Pd verso Riccardo Villari, dal Pdci verso Marco Rizzo, da Idv verso Nicola D’Ascanio, dalla Lega con una lista di proscrizione lunga come l’elenco del telefono. D’altronde Bossi l’ha detto chiaro e tondo, inaugurando nei giorni scorsi la sezione di Travedona Monate: «chi pianta casino è fuori dal partito». Berlusconi usa un linguaggio più tornito, ma anche per lui la «lealtà» costituisce la prima virtù dei suoi parlamentari. Insomma ai padroni del vapore sta a cuore la fedeltà, non certo l’onestà. Le nomine si fanno per appartenenza, non per competenza. Sicché gli incompetenti disonesti sono ormai il grosso della nostra classe dirigente.

Negli Stati Uniti o in Inghilterra non succederebbe. Lì, se un deputato viene sorpreso con le dita nella marmellata, la sua constituency gli sbatte la porta in faccia senza troppi complimenti, e lui poi difficilmente trova un altro collegio elettorale. Lì l’accountability, la responsabilità dell’eletto verso l’elettore, è l’olio che fa girare il motore democratico. Lì la reputazione dei politici è come la verginità: quando l’hai persa è per sempre, non c’è chirurgo plastico che tenga. Noi, in Italia, questa medicina non l’abbiamo mai bevuta. Neanche ai tempi della Dc, un partito che ha pietrificato per 45 anni ogni alternanza di governo. Sarà che abitiamo in un Paese cattolico, dove il confessionale monda ogni peccato. Sarà l’eredità delle corporazioni medievali, un mondo dove il mestiere dei padri spettava di diritto ai figli, senza concorrenza, senza ricambio d’uomini e di idee. Ma certo dal 2005, da quando abbiamo in circolo questa legge elettorale, lo spettacolo è scaduto ulteriormente. Servirebbe l’uninominale, uno contro uno. Servirebbe la possibilità di revocare gli eletti immeritevoli. Invece la politica italiana ha revocato gli elettori.

Michele Ainis

Ma che bella era, la vecchia Stampa. Bella la tipografia del tabloid, ma il grande formato era così elegante, algido, piemontese. Arriveremo all’A4 per amor di praticità, perché in questi tempi tutto dev’esser comodo, facile e digeribile e poi torneremo indietro, alle origini. Alla bellezza.

Ventotto

mercoledì, 28 luglio 2010

Nel rispetto dei tragici eventi, il campionato è fermo. In Afghanistan non c’è alcuna sosta estiva, però. Povere famiglie.

Nulla di nuovo sul fronte orientale, o forse sì

lunedì, 26 luglio 2010

Che gli eserciti americani e della Nato coprissero le stragi di civili più imbarazzanti era cosa ampiamente prevedibile, dato il livello di ipocrisia delle coscienze occidentali che vogliono guerre senza vittime. Che i servizi pakistani fossero largamente in combutta con i talebani lo si sapeva da un pezzo, nondimeno Wikileaks ha fornito un servizio all’umanità rendendo noti documenti riservati. Ma mettetevi nei panni dei poveri pakistani: rimarrebbe la sola emigrazione in Londonistan se il vostro finanziatore principale – l’ultima rata è da cinquecento milioni di dollari, direttamente dalle mani di Hillary R. Clinton – continuasse a flirtare con l’odioso vicino indiano, se sistemasse per bene il mosaico afghano e di fatto non avesse più alcun bisogno di voi.
Anche le testate nucleari, sapete, dopo un po’ fanno ruggine.

Forse, l’unica novità risiede nell’esplicitazione dell’ipocrisia dei nostri tempi. Prendete il caso di quel soldato nepalese di Sua Graziosa Maestà che ora rischia la corte marziale e non voglio immaginare quale pena.
Nasci ad altezze che la gran parte degli umani non vedranno mai. L’aria rarefatta, gli inverni lunghissimi, le capre e il vento. Scegli di arruolarti volontario nei Royal Gurkha Rifles. Vieni destinato in Afghanistan. Un giorno, gli ufficiali britannici dicono alla tua unità di catturare, vivo o morto, un comandante nemico. La tua squadra e tu lo uccidete ma non sarebbe sicuro trascinarne il corpo fino alla base: vi rallenterebbe troppo, facendovi correre il rischio di cadere sotto il fuoco nemico. Quindi, tu estrai il tuo kukri – il coltello rituale della tua gente – e seghi via la testa, per farla vedere agli ufficiali. Ufficiali che ti accusano, nonostante il nemico non facesse parte di alcun esercito formale, di aver contravvenuto alle regole di Ginevra.

Per quel che vale la proprietà privata di un mezz’ettaro di terra, anonimo soldato semplice, qui vorremmo darti una medaglia per la forza d’animo, la risoluta prontezza.

Due miliardi diviso venticinque

mercoledì, 21 luglio 2010

Son sempre stato una capra con i numeri. Non sono per me. Le divisioni, poi, non ho mai capito come si facciano. Ci vuole una calcolatrice per scoprire quanto costi un apparecchio Eurofighter. Comunque, La Russa ha annunziato che il nostro Paese rinuncia ad acquistare venticinque di quei velivoli, facendo scendere a novantasei aerei la commessa. Pur avendo, quindi, incassato la conferma della commessa per cinque o sei fregate Fremm, i lavoratori di Finmeccanica si cagano sotto.
Non si sa nulla, invece, di quanti Joint strike fighter ci doteremo. Aeronautica e Marina avevano chiesto 131 velivoli. Ma in questo caso, diminuisse anche quest’ordine, saranno elettori di Obama quelli che perderanno il posto.

Radio Radicale, il direttore se ne va

lunedì, 19 luglio 2010

Voialtri, persone assai più colte di chi scrive, avrete seguito la querelle fra Massimo Bordin, direttore di Radio Radicale, e il suo editore, e antagonista e spalla e capocomico, Marco Pannella.
Addirittura, la passata settimana, Il Foglio ha pubblicato una intera pagina, qualcosa come millemila battute, sulla strana coppia dell’etere italiano.

Non sto a questionare gli argomenti, e le ragioni, dell’uno e dell’altro. Né m’interessa addentrarmi in analisi psicologiche del rapporto fra i due uomini. Sul morbo di Cronos che affliggerebbe uno di loro o sulla gara a chi ha la voce più roca o il cui accendino, on air, fa più rumore. Non si può trattare due adulti alla stregua di animali da laboratorio o, peggio, da adolescenti. Entrambi, per le loro storie e la limpidezza con cui sono state vissute sinora, meritano rispetto e attenzione.
Fatto sta che dal primo agosto prossimo venturo, Bordin non sarà più direttore dell’«organo della lista Marco Pannella». Vero è che ha dichiarato di essere disposto a continuare a gestire Stampa e Regime, la rassegna stampa mattutina – approssimativamente in onda alle sette e trenta e in replica alle nove – più seguita dai tabagisti e da chi è interessato alla politica domestica e internazionale. In ogni modo, quale assiduo ascoltatore – per pudore non dico fan assoluto – un po’ di preoccupazione si fa sentire: non vorrei finire ad ascoltare i soli requiem mattutini.

A Massimo Bordin, spesso la prima voce che sento al mattino, mi permetto di dire una cosa. Col cuore e tanta, tanta ammirazione. Ho vissuto, per meno tempo di lei, ma comunque un sacco di tempo, in una organizzazione diversa ma uguale alla sua. So che può significare, pur essendone eventualmente distanti nello spirito e nella pratica, essere logorati dalle dinamiche della politica. La sola esposizione è sufficiente. Come so che attraente è l’idea di condurre la propria professione e la propria professionalità nel grande mare del libero mercato. Per quella che è stata la mia esperienza di vita e di lavoro, tanti anni nella stessa organizzazione fanno sembrare il mondo come lo stadio de L’Eternauta. Faccia attenzione, però: fuori ci sono i kol e un sacco di neve.

Cornuti e mazziati

mercoledì, 7 luglio 2010

Cinquemila persone: definirlo corteo significa non averne mai visto uno. A guidarle, sindaci con fascia tricolore sul petto. Fra loro, professori universitari, imprenditori, studenti, pensionati, casalinghe. Gente normale.
Non solo hanno dovuto ricominciare a pagar tasse per proprietà e attività non più esistenti, grazie al sisma. Ora, la Repubblica li fa anche bastonare.

Poi dici la secessione.

Fogli di via

martedì, 6 luglio 2010

Il generale Stanley McChrystal non è stato allontanato dal comando perché il numero dei decessi fra i soldati Isaf ha raggiunto livelli da record o perché le offensive di Marja e Kandahar sono andate a rotoli. Lui e il suo staff, e non sono i primi, sono stati allontanati perché l’esercizio di libero pensiero ha messo in imbarazzo la Casa Bianca.

Brancher, invece.

Franceschini, no. A Franceschini nessuno dà il foglio di via, nemmeno quando subordina il comportamento parlamentare del proprio partito alle convenienze di Italo Bocchino.