La legge punisce i fabbricatori e gli spacciatori di biglietti falsi
C’era questa scritta sulle vecchie lire. Su alcune, ad esempio le cinquanta lire del 1951, era apposta anche la dicitura «biglietto di Stato» a simboleggiare la proprietà pubblica del biglietto e la sua diretta afferenza alle casse della Repubblica. Non a caso, queste banconote erano «pagabili a vista al portatore».
Fuori di ogni nostalgia per le belle banconote che il nostro Paese stampava e per la parità con l’oro, dannata Bretton Woods, e dando per scontata la conoscenza della fragilità della nostra vecchia moneta sui mercati, due paroline sulla crisi che investe la moneta europea van dette.
I giornali, praticamente tutti, stamani raccontano della lunga notte dell’euro. Avrete seguito: alcuni partner europei sono nei guai, un po’ per conti sballati, un po’ per crisi economica, un po’ per menzogne spacciate agli altri partner dell’eurozona. Posto che chiunque abbia un cervello non possa che trovare incredibile che nessuna autorità europea, politica o della Bce, si sia accorta dell’incongruenza dei conti presentati da uno Stato membro, i commenti dei pennivendoli nostrani vanno dal gossip al noir.
Inchiostro si spreca a discutere dei fantomatici speculatori che vorrebbero affamare la nostra cara Europa, rinnovando lo stupro del toro Zeus. Poche righe, invece, sulle mancanze del processo di integrazione.
Con un italiano alla presidenza della commissione Ue, si smise di rendere più profondo il legame fra gli Stati dell’Unione, limitandosi all’allargamento – anche a Paesi come i balcanici Bulgaria e Romania, o i baltici, che non offrivano né offrono garanzia alcuna sulla stabilità dei propri conti – e delegando alla Banca centrale europea la gestione della moneta unica.
Una unica moneta per una serie di governi, un’altra serie di ministeri del Tesoro e un’altra serie per quelli della Finanza, per chi ancora li ha separati. Una sola moneta per una governance tutt’altro che singola e nient’affatto plurale. Semplicemente, una gestione separata.
Non abbiamo prove del complotto contro l’euro ma non sarebbe un dramma: se si stabilisce che a stampare moneta sono imprese private e che il denaro in sé è merce come un’altra, è pienamente legittimo comprarne quando è basso di valore e rivenderne quando è salito. Del resto, basta essere lettori di qualche giornale per vedere pubblicità di siti specializzati nella compravendita sul mercato valutario.
Il problema, semmai, è che nessuna ripresa del processo di integrazione sembra vedersi all’orizzonte. Nonostante Trichet – ma quanto è odioso – parli di crisi sistemica, i Paesi tradizionalmente europeisti come la Germania e la Francia sembrano sempre più timidi, consci forse della bolla che sta per scoppiare: per qualche anno abbiamo venduto con una astuta operazione di marketing una moneta al mondo. Una moneta spacciata per ultrastabile, per garantita, per assicurata dai bilanci sani delle nazioni che ne emettevano il debito.
E cosa succederà quando, come sembra, la Spagna chiederà tre volte la cifra accordata alla Grecia? Poi toccherà al Portogallo. Questa è la fascia più debole. In quella immediatamente seguente ci sono la Gran Bretagna, l’Italia, l’Irlanda. Situazione più tranquilla, dicono. Talmente tranquilla che, appunto, pochissimi sembrano preoccuparsi dei problemi strutturali che consentono a speculatori finanziari di giocare su e con l’euro: l’assenza di un governo europeo e di una direzione politica della politica monetaria. Un governo eletto dai cittadini europei e delegato dai cittadini europei a controllare i conti di un solo grande Paese, che si chiami Unione europea o Stati Uniti d’Europa.
E chi non ci sta, fuori. Fuori, sì. O deleghi parte della sovranità nazionale a una nuova patria continentale o non puoi più giocare con tutte le funzionalità possibili. Come un abbonamento Premium contro uno Standard.