Archivio di maggio 2010

Fantastico BHL: Israele sta perdendo la guerra

lunedì, 31 maggio 2010

Su Haaretz, Bernard Henry Levy avverte i partecipanti al convegno Democracy and its Challenges organizzato all’ambasciata di Francia:

«I saw the IDF in action several times in my life. It is a unique army in its ideal of purity of arms. Until proven otherwise, I believe there were other ways of preventing them from entering Israeli territory, there were other ways of preventing what was clearly a provocation».

«…in the war of images, in the war of pictures and propaganda, it seems to me that the Israeli government that you represent is just losing this war», Levy told Livnat. «They are destructive not only for the image of the government of Israel – this is of no importance; when democratic governments fail, they are replaced. The damage that concerns me is to the country to which I’m bound unconditionally. This seems more dangerous than a military failure».

L’articolo, “The images we saw this morning were devastating for the country I love so much”, si trova qui.

Attivisti filopalestinesi uccisi dall’Idf, pensieri sconnessi

lunedì, 31 maggio 2010

Prima reazione: qualcosa non va in Israele. C’è troppo nervosismo. Troppa approssimazione anche nelle operazioni come quella contro la “Freedom Flotilla”. Un tempo, organizzazioni capaci di forzare il blocco navale trasportando – se diamo retta all’Idf – anche armi sarebbero state infiltrate e smantellate dall’interno ben prima di salpare.

Secondo pensiero: se i marinai israeliani sono stati accolti a colpi d’arma da fuoco – e ho detto se – una volta saliti a bordo di una delle imbarcazioni, ovvero uno di loro sarebbe stato disarmato fornendo quindi la possibilità agli attivisti di sparare, è possibile che siano stati mandati lì senza che si aspettassero una reazione di questo tipo?

Terzo flash: non ho voglia di fare ricerca per trovare le relazioni – chi appartiene a chi, chi finanzia chi – fra le organizzazioni umanitarie coinvolte nel trasporto del materiale a Gaza. Però una domanda viene spontanea: a chi fa gioco il continuo deteriorarsi dei rapporti fra Gerusalemme e Ankara? E che gioco sta facendo Ankara da un paio d’anni a questa parte? Vanno tenuti sott’occhio: il nuovo califfato si sta organizzando attraverso l’Akp, il governo e le nuove relazioni militari e diplomatiche turche.

Quarto: il governo di Netanyahu è quanto di peggio potesse capitare a Israele. Lo si sapeva e lo dimostra ogni giorno. Nessun passo avanti coi palestinesi, nessuna capacità di rallentamento della ritirata statunitense dal Vicino e Medio Oriente. Il prossimo che parla male di Sharon si becca il premio per imbecille del secolo.

Quinto: gli attivisti, detenuti a Beer Sheva o altrove, sapevano di forzare un blocco navale. Affermano di non aver sparato sui marinai dell’Idf, ma confermano di averli aggrediti – stando a quanto si legge sul Corsera, sullo Zaman, un po’ ovunque – con coltelli e bastoni. Ovvero, entro nello spazio navale di un Paese, ricevo l’abbordaggio delle forze navali di quel Paese, ne aggredisco i militari e m’incazzo anche. Spiace solo per le famiglie e gli affetti di quegli attivisti.

Boomistan

venerdì, 28 maggio 2010

Lunedì scorso le forze di polizia pachistane avevano sequestrato millecinquecento chili di esplosivi, due giacche per aspiranti suicidi, venticinque caricatori e qualche migliaio di proiettili. Un maxi sequestro, avrebbe detto il Tg1, che non è bastato ad evitare che – pare – i talebani colpissero i fedeli ahmadi, dichiarati non musulmani nel 1974.

Ovviamente, trattandosi del subcontinente indiano, si sprecano le teorie del complotto. Il dato indiscutibile è che – nel Paese che vede quotidianamente attacchi e omicidi, impuniti, contro i non musulmani – una minoranza religiosa è stata fatta oggetto di un formidabile attacco.

In India, quasi contemporaneamente, invece, l’ennesimo episodio della guerra che scuote la più popolosa democrazia del mondo: settanta morti e oltre duecento feriti nel Bengala occidentale.

Fuga di notizie

mercoledì, 26 maggio 2010

Io proprio non so apprezzare chi con la televisione costruisce mondi irreali, distorti e falsati. Chi è non già partigiano ma incita a un odio settario e fazioso. Chi ha fatto irrompere sui teleschermi non le storie delle donne e degli uomini ma una informazione urlata, una continua propaganda pro domo propria. E si tinge i capelli, persino.

Ancora sulle molecole instabili

mercoledì, 19 maggio 2010

E no, non mi riferisco – non in questo caso – all’atomo di uranio o alla ‘bella’ foto fra Ahmadinejad, Erdogan e il compagno Lula. C’è un grandioso articolo sul NYT e dovete davvero leggerlo: The great consolidation, di Ross Douthat.
E se la via d’uscita fossero più grandi ed estese libertà e maggiore decentramento?

Due penne nere cadute, due ferite

martedì, 18 maggio 2010

My intentions were to write several more dispatches about missions, yet there seems to be so little interest in Afghanistan that it hardly seems worth the time to write about real missions.

There is little embedded work coming from Afghanistan. McChrystal’s censorship seems to be working. (For now.) He’s losing the war and covering it up. The deception is easy when so few people are paying attention. We are losing the war. At this rate it will be lost.

Michael Yon, michaelyon-online.com

A riguardo, «nel rispetto dei tragici avvenimenti», il Ministro competente chiarisce che il suo intervento era solo di stupore per il catenaccio della squadra avversaria contro la sua squadra del cuore.

E così la Gran Bretagna ha un nuovo Primo ministro

mercoledì, 12 maggio 2010

Congratulazioni a David Cameron e al suo nuovo Partito conservatore. Anche se, così, su due piedi, mi chiedo quanto durerà la coalizione con i Libdem.
Se pure Nick Clegg ha conquistato la carica di vice a Downing St., l’impressione è che l’accordo sia stato fortemente al ribasso per le proposte dei liberaldemocratici: nessun ingresso nell’Eurozona, nessuna modifica alle leggi sull’immigrazione e soprattutto nessuna modifica della legge elettorale. Solo la solenne promessa di un referendum sulla proporzionalizzazione della rappresentanza parlamentare, referendum al quale i partner conservatori faranno campagna contro. Un po’ schizofrenico, insomma, ma va anche detto che – cruda realtà dei fatti, dei numeri – non c’era altra soluzione matematicamente possibile: un eventuale accordo fra il Liebour e i Libdem non avrebbe avuto abbastanza sostenitori a Westminster.
William Hague, novello ministro degli esteri, ha dichiarato che su alcuni temi, anche centrali quali l’arsenale nucleare o il finanziamento delle università, i liberali di Clegg avranno la possibilità di astenersi al momento del voto. L’accordo, sempre secondo Hague, prevede che in questa legislatura non ci sarà alcuna devoluzione di poteri verso Bruxelles. L’unico vero punto del programma di Clegg che andrà in porto è l’aumento della fascia di non tassazione, a vantaggio delle microimprese e dei redditi più bassi.

Pur non facendo né desiderando fare l’indovino, ho la netta sensazione che questo accordo – che è un’alleanza vera e propria, una coalizione – determini la fine del progetto dei Libdem di sostituirsi ai laburisti come alternativa ai conservatori: la presa d’atto quindi della sconfitta strategica di un partito che neanche dinanzi alla sovraesposizione mediatica è riuscito ad aumentare in maniera significativa il proprio consenso in termini assoluti. E se girano voci che vedono possibile una fuoriuscita di militanti, consiglieri e parlamentari verso sinistra, il problema reale sarà la costruzione di una nuova identità con la quale presentarsi dinanzi ai sudditi britannici.

Ahhh, le delizie dell’infografica

domenica, 9 maggio 2010

Dal New York Times, una robina che – oltre a far tremare i polsi – vien voglia di appendere al muro. E guardate bene: un terzo della nostra esposizione è a carico dei cugini francesi, pari a un quinto del loro Pil.
Il prossimo che canta po-po-po-po-po-po-pò è un coglione.

Monetine

sabato, 8 maggio 2010

La legge punisce i fabbricatori e gli spacciatori di biglietti falsi

C’era questa scritta sulle vecchie lire. Su alcune, ad esempio le cinquanta lire del 1951, era apposta anche la dicitura «biglietto di Stato» a simboleggiare la proprietà pubblica del biglietto e la sua diretta afferenza alle casse della Repubblica. Non a caso, queste banconote erano «pagabili a vista al portatore».
Fuori di ogni nostalgia per le belle banconote che il nostro Paese stampava e per la parità con l’oro, dannata Bretton Woods, e dando per scontata la conoscenza della fragilità della nostra vecchia moneta sui mercati, due paroline sulla crisi che investe la moneta europea van dette.

I giornali, praticamente tutti, stamani raccontano della lunga notte dell’euro. Avrete seguito: alcuni partner europei sono nei guai, un po’ per conti sballati, un po’ per crisi economica, un po’ per menzogne spacciate agli altri partner dell’eurozona. Posto che chiunque abbia un cervello non possa che trovare incredibile che nessuna autorità europea, politica o della Bce, si sia accorta dell’incongruenza dei conti presentati da uno Stato membro, i commenti dei pennivendoli nostrani vanno dal gossip al noir.
Inchiostro si spreca a discutere dei fantomatici speculatori che vorrebbero affamare la nostra cara Europa, rinnovando lo stupro del toro Zeus. Poche righe, invece, sulle mancanze del processo di integrazione.
Con un italiano alla presidenza della commissione Ue, si smise di rendere più profondo il legame fra gli Stati dell’Unione, limitandosi all’allargamento – anche a Paesi come i balcanici Bulgaria e Romania, o i baltici, che non offrivano né offrono garanzia alcuna sulla stabilità dei propri conti – e delegando alla Banca centrale europea la gestione della moneta unica.

Una unica moneta per una serie di governi, un’altra serie di ministeri del Tesoro e un’altra serie per quelli della Finanza, per chi ancora li ha separati. Una sola moneta per una governance tutt’altro che singola e nient’affatto plurale. Semplicemente, una gestione separata.
Non abbiamo prove del complotto contro l’euro ma non sarebbe un dramma: se si stabilisce che a stampare moneta sono imprese private e che il denaro in sé è merce come un’altra, è pienamente legittimo comprarne quando è basso di valore e rivenderne quando è salito. Del resto, basta essere lettori di qualche giornale per vedere pubblicità di siti specializzati nella compravendita sul mercato valutario.

Il problema, semmai, è che nessuna ripresa del processo di integrazione sembra vedersi all’orizzonte. Nonostante Trichet – ma quanto è odioso – parli di crisi sistemica, i Paesi tradizionalmente europeisti come la Germania e la Francia sembrano sempre più timidi, consci forse della bolla che sta per scoppiare: per qualche anno abbiamo venduto con una astuta operazione di marketing una moneta al mondo. Una moneta spacciata per ultrastabile, per garantita, per assicurata dai bilanci sani delle nazioni che ne emettevano il debito.
E cosa succederà quando, come sembra, la Spagna chiederà tre volte la cifra accordata alla Grecia? Poi toccherà al Portogallo. Questa è la fascia più debole. In quella immediatamente seguente ci sono la Gran Bretagna, l’Italia, l’Irlanda. Situazione più tranquilla, dicono. Talmente tranquilla che, appunto, pochissimi sembrano preoccuparsi dei problemi strutturali che consentono a speculatori finanziari di giocare su e con l’euro: l’assenza di un governo europeo e di una direzione politica della politica monetaria. Un governo eletto dai cittadini europei e delegato dai cittadini europei a controllare i conti di un solo grande Paese, che si chiami Unione europea o Stati Uniti d’Europa.
E chi non ci sta, fuori. Fuori, sì. O deleghi parte della sovranità nazionale a una nuova patria continentale o non puoi più giocare con tutte le funzionalità possibili. Come un abbonamento Premium contro uno Standard.

Sandwich e un Pimm’s, presto

giovedì, 6 maggio 2010

Avrete letto dell’affondamento della fregata coreana Cheonan. O forse no, visti i tentativi del governo di Seul di mettere a tacere la questione. Eppure, di fronte al recupero del rottame, l’ovvia verità non si è più potuto occultarla: la ROKS Cheonan è stata affondata da un siluro. La pressione popolare, nonostante Seul avrebbe poco da guadagnare da un conflitto, e il clamore suscitato da uno dei peggiori disastri per la marina del Paese – ben quarantasei morti fra ufficiali e marinai – hanno però costretto il ministro per la Difesa, Kim Tae-young, a minacciare la rappresaglia.

We’ll never forgive whoever inflicted this great pain on us. We will track them down to the end and we will, by all means, make them pay.

Potete leggerne qui, sul Korea Times. Sarà interessante seguire lo sviluppo della faccenda: il presidente Lee-myung Bak e il suo gabinetto avranno non poche difficoltà a trovare un bersaglio per la ritorsione che da una parte appaghi il senso di vendetta dei loro cittadini e dall’altra non scateni un conflitto aperto con Pyongyang.