Io non ti conosco, io non so chi sei, né ti voterei mai

19 gennaio 2012

Ho il piacere e privilegio di fare il mestiere che desideravo fare dall’età di sedici anni. Mi occupo di editoria, di carta stampata, di quel che recentemente si definisce visual journalism ma che io seguito a chiamare news design. Progetto e realizzo, in larga parte, prodotti editoriali: magazine, giornali, libri, chi più ne ha più ne metta. Va da sé che tutte le forme di comunicazione di massa mi interessano e, quando riguardano l’uso del colore e dei caratteri da stampa, mi incatenano.

Nell’incessante scorrere del tempo, ho potuto apprezzare il declino e la caduta della comunicazione politica muraria, del poster. Frasi in dialetto con traslitterazione perlomeno bizzarra, scelte cromatiche tali da sfidare le schede del dottor Ishihara, refusi belli e buoni. You name it.

Non mi soffermo sul carattere abusivo dell’affissione di partito anche perché, seppur lo facessi, getterei un sasso nel vuoto: i partiti che voialtri votate a man bassa – intendo piddì e pidielle, principalmente, ma anche la Lega – si sono regalati una sanatoria che vale qualche milione di euro.
Voi pagate più tasse e Iva, vi vien bloccato l’adeguamento della pensione all’inflazione che non a caso sale vertiginosamente, cercate inutilmente lavoro presso aziende strangolate dalle banche e dallo Stato, e loro – belle gioie, campano di finanziamento pubblico – si scontano sei milioncini di multe arretrate per un totale, dal 1996 ad oggi, di un miliardo e trecento milioni d’euro. Ma cambiamo discorso, perché il problema della democrazia è il suffragio universale – siete voialtri – e non può essere risolto.

Insomma, da qualche giorno è tutto un parlare della campagna «Conosci Farouk/Debborah/Ciccio/Olly/Gionatan/Niky». È l’ultima campagna del Pd. Tecnicamente parlando – non portando i manifesti e cartelloni alcuna firma se non un link a Facebook – si tratta di un teaser. Un eccitante, un invogliante. Una prima parte di campagna propagandistica, insomma, cui seguirà una fase rivelatrice del prodotto.

Un flop.

Appena cominciata ed è già un flop. Passi, appunto, l’uso scriteriato dell’affissione abusiva. Nonostante colori importanti, quasi primaverili, taaaanto duepuntozero, saturi quanto basta per scaldare anche la più stronza delle città; nonostante l’epoca di imbarbarimento dove anche i personaggi pubblici si chiamano e vengono chiamati per nome, manco fossero vicini di casa; nonostante l’uso ormai patologico di Facebook, cui auguriamo una caduta di tutti i server globali; fatto sta che tutti abbiamo già capito che anche stavolta il piddì non ha nulla da dire.

Perché, parliamoci chiaro, se hai qualcosa di forte da dire, basta dirla. Io e qualche collega possiamo studiare come dirla meglio: come visualizzarla, come illustrarla, come collocarla. Se non hai nulla da dire, come nei tre anni di «Berlusconi dimettiti», facciamo dei bei cartelloni colorati, ci mettiam su una bella tipografia – i/le font – contemporanea e ti facciam spendere un fracco di quattrini per incartarci le città. Tanto, son mica tuoi quei soldi: sono quelli che ti abbiam versato di «rimborso elettorale». Dieci volte quello che hai speso per le campagne elettorali. Dieci volte, nonostante il referendum che abolì il finanziamento pubblico.

Tu paga, noi ci riprendiamo il maltolto.

Sì, vabbè, ma chi se lo incula

18 gennaio 2012

Nel rispetto dei tragigi evendi, come direbbe con caratteristica pronuncia l’ex ministro La Russa, vorrei dichiarare che mi sono sfraganato i coglioni al sentir parlare del comandante Schettino. Come del comandante De Falco, o come si chiama.

Posto che il mio animo sportivo mai vorrebbe privare gli italiani della loro attività ludica preferita, il moralisteggiare, mi chiedo come sia possibile che abitanti e turisti stanziali del Giglio affermino pubblicamente come le navi da crociera si avvicinino sempre a costa – quando è vietato, punto – e gli eroici comandanti delle Capitanerie di Porto non facciano nulla se non in caso di disastro. Lungi da me difendere lo Schettino: la condotta è la condotta, l’onore è l’onore, gli ordini sono gli ordini. Ma chi fa il giornalista, forse eh, dovrebbe chiederselo. E chiederlo agli armatori, oltreché ai militari.

Ora, con la dovuta sensibilità verso le famiglie dei deceduti, si gioca la partita più importante: tirar via il carburante e il relitto. Perché se l’imbecillità criminale di un comandante ha gettato fango su uno dei settori, la marineria, di più lunga e prestigiosa tradizione dell’Italia nel mondo, è dalla gestione e soluzione del disastro che dipenderanno i titoli dei giornali e delle tv internazionali.
Sarebbe bello far vedere che, nonostante abitato anche da imbecilli e delinquenti, il nostro Paese è in grado di rispondere efficacemente. Forza.

Cosentino e custodia cautelare

13 gennaio 2012

Si finisce in cella prima della sentenza di primo grado se si possono inquinare le prove, influenzare gli imputati, tentare la fuga. In sostanza, le carceri sono strapiene di gente che non si sa se abbia commesso o meno un reato. Stabilisce il magistrato se l’accusato debba andare in «custodia cautelare». Chi cauteli l’accusato da violenze, stupri e tutte le altre belle cosette che accadono nei penitenziari, lo sa l’Altissimo.
La legge non vale per i parlamentari, che decidono fra loro se concedere o meno l’arresto di un loro pari. Ingiusto, privilegio da abolire? Probabile. Ma mi si deve dimostrare che la normalità non sarebbe piuttosto restringere ai soli casi di flagranza di reato e di comprovata pericolosità sociale l’arresto prima della sentenza. A processo istruito, a prove dunque raccolte e in via di illustrazione in aula, qualsiasi imputato dovrebbe essere libero. Libero di non essere influenzato dalle visite del pm, libero dal timore della detenzione, col carico emotivo e psicologico che essa comporta, libero dalle minacce che possono provenire da detenuti o – eventualmente – guardie carcerarie e forze dell’ordine in genere.

Allarghiamo lo sguardo

30 dicembre 2011

Vista l’aria che tira da palazzo Chigi nel Paese, sarà meglio dedicarsi ad altro. Rovinarsi i giorni di festa con le beghe interne è da fessi. Vi segnalo dunque questi pochi articoli:

Enjoy. E auguri di cuore per un felice e fortunato Duemiladodici.

Fase due

19 dicembre 2011

Copincollo la chiosa dell’articolo di Enrico Cisnetto, pubblicato su TerzaRepubblica.it col medesimo titolo:

Ora, però, va girata pagina. Sapendo che la “fase due” deve avere come priorità lo sviluppo ma anche un intervento radicale sul debito e un taglio “non lineare” della spesa pubblica improduttiva. Dunque, quel che non è stato fatto prima va fatto dopo. Come? Partendo dal presupposto che la tanto evocata crescita non si fa (solo) con scelte normative, ma con investimenti in conto capitale. Tanto più ora che siamo entrati in recessione e la Confindustria prevede per il 2012 un arretramento del pil di 1,6 punti percentuali. Abbiamo cioè bisogno prima di tutto di politica industriale. E questa si realizza sia facendo scelte con le imprese esistenti – spingendole a fondersi, valorizzando i distretti, aiutandole ad esportare, creando campioni nazionali – sia scegliendo tra settori maturi da abbandonare e settori innovativi da incentivare, sia con investimenti diretti. Poi serve anche abbassare le tasse sulle imprese e sul lavoro e liberalizzare i mercati. How much? Decine e decine di miliardi. Che, come ben sappiamo, non ci sono. Ma che ci potrebbero essere se ci si decidesse a mettere mano al debito.

Rilancio la mia idea a costo di essere noioso: creiamo una società veicolo da quotare in Borsa in cui mettere quei 700 miliardi di asset che il Tesoro asserisce essere la parte più facilmente valorizzabile dei 1800 miliardi totali di patrimonio pubblico; ad essa si leghi una patrimoniale light, sotto forma di acquisto forzoso di titoli (azioni e/o obbligazioni convertibili) della medesima società; con il ricavato complessivo si riduca il debito (e quindi anche il deficit per via di minori oneri passivi) e si finanzi la ripresa, nella misura rispettivamente di due terzi e un terzo. Così si potrà coniugare virtuosamente rigore e sviluppo, facendoli diventare una cosa sola.

Gipi è delizioso

16 dicembre 2011

Fatemelo appuntare prima che diventi roba vecchia.

L’uomo scrive come disegna, divinamente. Flussi di coscienza à la Tondelli. Ringraziamenti a Fabio per avermelo segnalato.

My preciousss, oh my preciousss

15 dicembre 2011

Il povero Gollum era innamorato dell’Unico Anello. Neanch’io sono immune al fascino dell’oro e così Bankitalia. Siamo, difatti, il terzo Paese al mondo – dopo Usa e Germania – per riserve auree. Il terzo: prima del Regno Unito e della Cina, prima del Giappone, della Francia, del Sudafrica, della Svizzera, di chiunque altro. È una scelta saggia, conservativa, perché si sa mai dovessimo tornare ad antiche parità fra moneta e riserve metalliche.

Nei passati dodici mesi, i lingotti italiani – sparsi nei caveau di Bankitalia e di mezzo mondo – si sono apprezzati di trenta miliardi di euro. Ovvero, monetina più, monetina meno, quanto richiesto dal governo Monti per la sua prima manovra finanziaria. E se avessimo venduto il surplus, facendo cassa immediata di quei trenta miliardi? E se avessimo ceduto oro per sessanta, con trenta miliardi simbolicamente investiti a ridurre l’offerta in titoli di Stato che l’anno prossimo dovremo emettere? No, eh?

Manovra, sarà, ma a casa mia

14 dicembre 2011

Sì, ok, il rischio «esplosione dell’euro». Bce, Merkel, Sarkozy. Il default. I magli perforanti, l’«ordigno fine di mondo», l’arma ad energia solare. Non mi pare, tuttavia, d’aver visto incoraggianti segnali di dimagrimento del bilancio statale né misure per la crescita. Anzi, la buonissima parte dei commentatori economici parla di manovra recessiva.
Io, uno che mi sfila trentacinque euro dal portafogli – e cento dall’altro, visto che ho due conti correnti –, più che Presdelcons lo chiamo ladro. Non so davvero con quale faccia si possa chiedere ai cittadini di fidarsi dello Stato.

E il bello è che, a centrodestra e centrosinistra, quel signore in loden e i suoi amici stan restituendo patenti di verginità.

Che delusione

13 dicembre 2011

Pensavo che a freddare il tale che ha ucciso due persone a Firenze fossero state le forze dell’ordine. Invece si è suicidato. Meglio guardare la seconda puntata cinematografica dello Sherlock Holmes di Guy Ritchie: Downey Jr. e Law sono una coppia deliziosa. Il braccio violento della legge vittoriana. Il tweed, il bello e il cattivo.

E Stephen Fry, che Mycroft! Superbo!

Occhio al ceto medio

9 dicembre 2011

Esplode un pacco bomba in una sede Equitalia di Roma. Questo Paese sa già di cosa è capace il ceto medio spaventato e impoverito: quella fase è durata vent’anni e ha provocato morti e distruzione. Io, invece di portare entro il 2014 la pressione fiscale media al 47%, farei un po’ di attenzione.
È la possibilità più probabile, nella crisi dello Stato di fronte alla globalizzazione finanziaria e alle sue crisi, quella di una scorciatoia plebiscitaria e populista. Uomo avvisato.