C’è un grande abuso della parola «eroe». In questo Paese disastrato, eroe è divenuto chiunque continui a fare la propria parte giacché pare che tutti gli altri abbian smesso di fare alcunché.
Io non ho mai avuto «eroi». Non sono mai stato fan di qualcuno e, difatti, non so mai nulla di nessuno. Non so quando sia nato o dove questo o quel pensatore, questo o quel musicista o politico o attore o filosofo. Il lato personale, che è invece fondamentale nella formazione delle idee, non mi ha mai appassionato. Gli individui vengono al mondo e se ne vanno, mentre il mondo resta. «Ce ne ricorderemo, di questo pianeta» –la frase è di Auguste de Villiers de L’Isle-Adam – è scritto sulla tomba di Leonardo Sciascia e lui stesso scrisse d’aver scelto questo epitaffio perché «una certa attenzione questa terra, questa vita, la meritano».
Mi chiama Margot e dice che è triste perché parlando con un suo amico, che ha un bar in cui lavora con la sorella, han parlato di tasse. Siamo tutti preoccupati per l’Imu. Sì, lo so, sembra assurdo: ci sono persone che non trovano un lavoro neanche offrendosi gratis. Una mia zia è disperata perché le han rinviato la pensione di non so quanti anni. Certo, non è l’unica e gli esodati che dovrebbero dire. E quei poveretti che schiacciati dai debiti e dalle cartelle esattoriali si son tolti la vita.
Non credo sia il caso, però, di abbandonarsi al benaltrismo. Perché è ovvio che ci sia qualcuno che sta peggio; questo non può giustificare in alcun modo l’angoscia tanto diffusa, la disperazione persino, che si respira nelle strade. Senza voler attribuire responsabilità ad alcuno, mi pare che da quando è iniziata l’era Monti la percezione del futuro dei miei compatrioti sia ulteriormente divenuta più fosca.
È doloroso, fisicamente doloroso, condividere questa aria.
Il futuro è un luogo tutto da costruire, no? Una di quelle costruzioni infinite, che vede tutte e tutti con le maniche arrotolate finché non arriva la vecchiaia e ci si siede sotto un portico a sparlare dei giovani d’oggi che, a loro volta, si son rimboccati le maniche e fanno le loro vite. È questo il senso dell’alternarsi delle generazioni, credo. Mattone dopo mattone dopo mattone.
È proprio questo che sembra mancare. Sembra si sia spezzato qualcosa. Se con del denaro risparmiato da chi è venuto prima apri una attività, e lavori sodo, e ti alzi quando è buio e solo quando è buio torni a casa sette giorni su sette, dovresti avere il diritto di tirare il fiato, guardarti intorno e abbracciarti l’addome – non per forza tondo come il mio, eh – e rimanere soddisfatto. Ovvio, le preoccupazioni fanno parte del mestiere di vivere. Ma siamo andati oltre. «Lo Stato è alleato contro i cittadini» ha detto per radio Oscar Giannino. E fosse solo lo Stato. Ci sono le banche, il ceto politico peggiore che si sia visto da centocinquant’anni, un contesto comunitario e internazionale sempre più precario. E un sostanziale riequilibrio, per lungo che possa essere, che vedrà crescere gli standard di vita dell’Asia orientale e meridionale a discapito di sapete bene chi. Voi. Noi. Quelli che finora son stati meglio, insomma.
I miei eroi sono i testardi. I portatori dell’antico vessillo che dal Seicento ha sfilato benessere e potere dalle pigre manine grassocce dell’aristocrazia terriera, dei chinless wonder nati da accoppiamenti fra le stesse famiglie, dei loro servi burocrati e gottosi. Quelli che col lavoro e con l’ingegno hanno moltiplicato il benessere, non limitandosi a distribuirlo diversamente. Quelli che han reso ricchi i Paesi Bassi, per dire, o che han costruito gli Stati Uniti a bordo di calessi come nelle acciaierie o ancora che han fatto fiorire il deserto dopo essere usciti da campi di sterminio.
I miei eroi sono quei poveri pazzi che hanno aperto una partita Iva – nonostante Prodi, Berlusconi e Draghi e Monti gli abbiano gettato e tuttora gettino merda addosso – e sono andati a fare i muratori, hanno affittato un locale e ci tagliano barba e capelli, hanno assunto un paio di ragazzi e servono pinta dopo pinta di birra. Sono i pensionati che aspettano l’ora di chiusura dei mercati per far la spesa, o comprano le primizie solo un paio di giorni dopo la comparsa sui banchi, perché gli affari si fanno allora. Sono quei milioni di individui – la «rude razza pagana» di Tronti – che ogni mattina si gettano le cattive notizie dietro le spalle e tornano a lavorare.
Una domanda, però. Perché cazzo si ostinano, tutte queste persone, a sostenere politici amici del big business e nemici non solo loro ma anche della ovvietà che ci mostra quotidianamente come siano i piccoli a muovere il mondo? Che i piccoli sono in grado – lavorando ventiquattro ore al giorno, se necessario – di affrontare ogni crisi? Io non capisco, nonostante sia a conoscenza degli studi sulla irrazionalità dell’elettorato. Io non capisco e sono preoccupato. Per l’immediato e per il domani. Ho accettato l’idea che non viaggerò nello spazio. Ci andrà chi verrà dopo di me, amen. Mi sta bene. Ho accettato l’idea che lo sviluppo tecnologico non ci libera dal lavoro, ma dal benessere diffuso. Posso farci i conti, se cado mi rialzo. È questa la lezione che ho imparato da quei testardi, dopotutto. Senso di responsabilità, spirito d’iniziativa, no surrender.
Ma dobbiamo ritrovare una idea di futuro. Una percezione di futuro. Senza fede, senza speranza, chiamatela come volete, non si va da nessuna parte.